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Orti urbani: cosa sono e quanti tipi ne esistono?

Si definiscono orti urbani le coltivazioni di ortaggi non destinate alla vendita che si collocano in spazi urbani. La natura urbana, però, non è definita sulla base di norme urbanistiche o di tratti architettonici o paesaggistici, bensì in relazione agli stili di vita delle persone che li coltivano. In tal senso, sono urbani anche gli orti che nascono in alcuni borghi rurali nei quali l'agricoltura professionale fa da sfondo alla vita delle persone senza caratterizzarla. La coltivazione degli orti urbani può avvenire per scopi vari e diversi potendo essi assolvere a funzioni differenti. E' per questo che, sulla base di una proposta avanzata nell'ormai lontano 2014, possono essere classificati nelle categorie di seguito descritte.


Orti privati

Coltivazione di ortaggi su un balcone.

Sono spazi vicini all'abitazione di chi li coltiva che ospitano ortaggi destinati al consumo fresco o alla trasformazione per il consumo dopo un periodo di conservazione. Spesso vi si coltivano anche piante annoverate tra i seminativi o tra le colture industriali, come il mais e il girasole. Possono essere orti in pieno campo nati su scampoli di terreno non edificato o sulla resede delle abitazioni oppure orti in contenitori di varia natura posizionati sui balconi o nei cortili. Fanno parte di questa categoria gli orti di cui si dotano i ristoranti e quelli coltivati in realtà condominiali su appezzamenti di terra di proprietà esclusiva. Sono, invece, orti condominiali condivisi quelli che vengono coltivati in forma collettiva negli spazi condominiali comuni.


Gli orti sociali di Palmanova (UD)
Orti sociali

Si tratta di terreni di proprietà pubblica preventivamente divisi in appezzamenti di misura definita (30-80 metri quadrati), forniti di alcuni servizi base, come l'allaccio a un impianto irriguo, e il cui utilizzo è specificamente regolamentato. Sono affidati in concessione a privati cittadini, associazioni, scuole e altre organizzazioni. Tale affidamento è temporaneo per periodi di 3-5 anni e prevede tanto la corresponsione di un canone, quanto il rispetto di uno specifico regolamento. Quest'ultimo prevede limiti all'impiego di sostanze chimiche, alla realizzazione di opere murarie, al posizionamento di manufatti e arredi (es. casette utilizzate come rimesse attrezzi) e allo sviluppo in altezza di colture e pali tutori per evitare l'ombreggiamento tra i lotti. Di solito non è consentito l'allevamento di animali. Talora esistono edifici o spazi d'uso comune tra gli assegnatari. Generalmente i singoli appezzamenti non hanno una vera e propria recinzione, sebbene siano delimitati, mentre gli orti nel loro complesso sono recintati. Infine, può essere previsto un organismo che riunisce gli assegnatari (un comitato, un'assemblea o un’associazione) il cui funzionamento è specificamente regolamentato. Esso decide in merito ad alcuni aspetti della gestione degli spazi comuni, con particolare riferimento a tutto ciò che genera costi da riversare sui singoli assegnatari. Talora nella vita degli orti sociali sono coinvolte associazioni locali o anche nazionali. Queste in alcuni casi danno vita a iniziative di informazione e formazione a favore sia degli assegnatari, sia di chi è interessato alla coltivazione di orti in città.

Gli spazi di coltivazione del progetto"un giardino per rivere"
dell'IRCCS San Camillo di Venezia
Orti con finalità terapeutiche

Sono spazi coltivati in cui si praticano attività di orto-terapia, terapia occupazionale o volte al superamento della barriera paziente / personale sanitario. Sono inclusi in questa categoria i cosiddetti giardini Alzheimer ideati e realizzati per offrire occasioni di stimolazione e accoglienza a chi è colpito da questa particolare sindrome. L'organizzazione degli spazi, la presenza di strutture specifiche e la gestione con personale specializzato sono elementi portanti di questo tipo di orto urbano.


Un esempio di orto civico: l'Orto del Giardino
della Lumaca di Pietrasanta (LU)
Orti civici 

Sono orti che nascono e crescono in spazi urbani di proprietà pubblica per opera di gruppi di cittadini che conducono forme di coltivazione condivisa. Si tratta di orti la cui funzione prevalente è quella della socializzazione e dello sviluppo di dinamiche di comunità.

Orti conviviali 

Si tratta di orti la cui funzione principale è quella di favorire l’incontro tra le persone e di fornire occasioni di convivialità. Essi possono essere aperti a tutta la cittadinanza o prevedere la partecipazione ai lavori e ai momenti ricreativi e culturali solo a gruppi ristretti.

Gli orti urbani di Via Goito a Livorno
sono un tipo esempio di orto di riconquista.
Orti di riconquista

Sono aree coltivate con ortaggi che nascono quale strumento di riappropriazione di spazi urbani caduti in condizioni di degrado o soggetti a speculazione edilizia nei quali la rivendicazione di funzioni del territorio e forme del paesaggio maggiormente identitarie passa attraverso la coltivazione, talora abusiva, di orti. Essi costituiscono spesso uno strumento transitorio ed efficace nel determinare una ridefinizione delle destinazioni urbanistiche e delle forme d'uso di spazi agricoli fagocitati dalla città.


L'orto scolastico può assumere fisionomie
insolite per rispondere a precisi obiettivi educativi e didattici.
Orti urbani didattici

Si tratta di orti che nascono in ambito urbano per finalità didattiche, spesso in coerenza con specifiche progettualità socio-educative. Appartengono a questa categoria gli orti scolastici e gli orti educativi, cioè quelli presenti nelle pertinenze di scuole e servizi educativi. Questi ultimi due, in particolare, sono ideati, progettati e gestiti al fine di perseguire obiettivi tipicamente non produttivi. Il raccolto di ortaggi è, quindi, accessorio alle opportunità di apprendimento che essi offrono a bambini e ragazzi. Gli obiettivi della coltivazione sono pertanto coerenti con le Indicazioni Nazionali per il Curricolo della scuola e ai progetti educativi dei singoli servizi, quali nidi, spazi gioco e ludoteche. Una particolare declinazione dell'orto didattico è quella dell'orto in carcere nel quale sono perseguite finalità educative tese alla reintroduzione nella vita civile dei detenuti.


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Bibliografia dell'articolo

E. Bertoncini, Orticoltura (eroica) urbana, MdS editore, Pisa 2014

E. Bertoncini, L’orto delle Meraviglie, MdS editore, Pisa 2015

E. Bertoncini – “Lezioni dalla natura - orti didattici e scolastici in ambito urbano” - in ACER – Parchi, verde attrezzato, recupero ambientale Anno 33 – n.3 , maggio - giugno 2017





Orti raccontati, tra parole e immagini


Qualche mese fa ho fatto una lunga chiacchierata con Fabio Gigli. Questo bravo videomaker indipendente è venuto anche a trovarmi all'Orto del Giardino della Lumaca di Pietrasanta per fare alcune riprese. Da tutto questo, il sapiente lavoro di Fabio ha estrapolato 11 minuti ascoltabili e conditi con un po' di belle immagini. Ringrazio lui per il lavoro svolto e i lettori di questo blog per la visione e l'ascolto.







Primo breve viaggio tra gli orti veneti

Stamattina non avrei dovuto essere davanti a questa tastiera, ma la natura sa scompaginare i progetti di noi umani urbani avvezzi a programmare le cose con grande ottimismo. E' così che mi sono dedicato alla stesura di questo articolo, cosa che meditavo di fare fin dal mio viaggio in cerca di orti in Veneto fatto nel novembre scorso.

Gli Orti Solidali di Montebelluna (TV), i primi visitati durante mia incursione veneta, sono rimasti muti, almeno fino ad oggi. Sebbene con poco anticipo, ho cercato di contattare qualcuno che se ne occupa, ma non ho avuto fortuna. La mia visita è stata quindi, fredda, umida e solitaria. Poco male, perché è un modo per indugiare e guardarsi intorno. Purtroppo il silenzio è seguito anche alla mia visita e una promessa di invio di informazioni per e-mail è andata perduta. Non è certo una critica, ma di sicuro un punto debole di un progetto che, nella sua realizzazione, è imponente. Non nego che uno dei motivi della mia visita è stata la spettacolarità di un video frutto di una ripresa da drone che propongo qui sotto.


Due cose mi hanno colpito molto fin dall'osservazione da Google Earth, cosa che faccio sempre prima di visitare un orto. La prima è che si tratta di un orto - frutteto urbano completamente aperto e accessibile. Come è successo in occasione della mia visita, per entrare nell'orto basta abbandonare il marciapiedi ed entrare nel vialetto d'accesso. Proprio all'ingresso un cartello di benvenuto dà alcune informazioni essenziali e invita a rispettare il lavoro di chi si dedica volontariamente all'orto. La seconda cosa che mi ha colpito è il simbolismo offerto dalla vista in pianta degli orti solidali: il vialetto d'accesso rappresenta uno spermatozoo che giunge a fecondare un ovulo. L'unione di questa rappresentazione della fertilità e della coltivazione sinergica praticata nell'orto ha, indubbiamente, un grande fascino ed è un'idea progettuale molto forte. L'orto vero e proprio è nato con una tecnica definita "a lasagna" nella quale il letto rialzato su cui si coltiva nasce da una sovrapposizione di materiali organici, quali foglie, sfalcio d'erba, rami e altro, dalla cui progressiva decomposizione deriva il terreno di coltivazione.

L'orto sinergico è il cuore di un'area in cui sono presenti decine di alberi da frutto che tra qualche anno costituiranno un patrimonio importante di piante madri urbane per la città di Montebelluna (e non solo). La mia idea degli orti urbani e scolastici come "banche della biodiversità" a portata di mano di fronte a queste cose si rafforza come non mai. Questi alberi si affiancano ad alcuni pre-esistenti, sebbene non da frutto, e alle siepi al bordo dell'area che hanno sia una funzione di separazione delle aree urbane contermini, sia quella di favorire l'avifauna urbana.

Se l'orto è rimasto silente per me, qualcuno è stato più fortunato e allora inserisco in questo post anche il video realizzato da Igor Francescato. Per vederlo (e ascoltarlo!) basta cliccare sull'immagine a fianco.

Intanto io proseguo nel racconto del mio viaggio...


E' un lunedì dopo pranzo e, soprattutto, dopo una mattina di pioggia, freddo e vento, quando mi sento al telefono con Alfio Bolzonello, uno dei principali protagonisti di un progetto che ha dell'incredibile, quello dell'Orto Urbano del Quartiere San Paolo, nella città di Treviso. Ancora una volta, prima di partire per la mia visita ho sbirciato da Google Earth e, nuovamente, mi sono trovato di fronte ad un simbolo. Questa volta è un infinito dentro al quale avrebbero dovuto svilupparsi gli orti. Quasi a dimostrare la misura di un fenomeno che cresce, oggi gli orti dati in concessione agli abitanti del quartiere, sono usciti dal simbolo e lo hanno circondato.

L'incontro con Alfio non avviene nei pressi dell'orto, ma in un parcheggio del quartiere. "Dove ti sembra di essere?" mi chiede. "In un parcheggio" rispondo io. "No, sei nel centro del quartiere! Dove chiunque si aspetta di trovare una piazza, un monumento o una fontana, qui c'è un anonimo parcheggio. E quella laggiù la vedi? E' la chiesa, anzi, il retro della chiesa. Anche lei sembra aver voltato le spalle al quartiere. Qui non torna nulla", incalza. Sulle prime mi chiedo quale sia il perché di questo sfogo, poi capisco. L'urbanistica non sempre regala belle cose e il progetto che sto per scoprire non è un'occasione per fare l'orto, ma un caso da manuale in cui l'orto è strumento per fare altro: si sta cercando di restituire un cuore pulsante, l'equivalente di una piazza, al quartiere. E quel cuore pulsante è un grandissimo orto, quello che avrebbe dovuto rimanere all'interno dell'infinito e, invece, è andato ben oltre. Ma non basta: il cuore non è da solo e nelle idee di chi anima il progetto (dietro ci sono ben 6 associazioni, inclusa quella del quartiere) il suo pulsare potrà portare grandi cambiamenti. Non è da solo perché in un fondo sfitto del quartiere, a pochi passi dal suo anonimo centro, è nata una galleria d'arte, un luogo in cui attrarre artisti importanti che vengono da fuori a portare energie positive, a istigare la voglia del bello. 
"Siamo l'unico orto con la galleria d'arte. Qui si fa cultura e non semplice coltura", dice Alfio con gran serietà. Mentre ci avviamo verso l'orto vero e proprio e io cerco di fare le domande che l'agronomo che c'è in me suggerisce, mi rendo conto che il numero e la dimensione degli orti sono fatti puramente accessori. Nella testa di Alfio ci sono siepi e recinzioni da abbattere, collegamenti da creare tra l'anonimo centro geometrico del quartiere e l'orto, ormai eletto a piazza coltivata di quello che vorrebbe/potrebbe diventare un paese, tra questo e la chiesa. E poi quel campo di proprietà comunale, come quello in cui sono nati gli orti, in cui la gente del posto va a raccogliere erbe spontanee che potrebbe diventare il "campo degli erbi", istituzionalizzandone la funzione che già oggi ha. Me lo dirà solo alla fine del nostro incontro, ma io non riesco ad aspettare e devo scriverlo ora: "Sai cosa per cosa ci ringraziano le persone che vivono nelle case di fronte all'ingresso dell'orto? Ci dicono grazie perché qui", e intanto indica un rudere di proprietà comunale, "tutti i giorni succedevano strane cose, quelle che in TV chiamano microcriminalità, e loro chiamavano la forza pubblica senza risultato. Nato l'orto tutto è finito". A me tornano in mente le parole di Sirio Orselli, Presidente del Comitato di Gestione degli orti di Viareggio nuova quando ho scritto Orticoltura (eroica) urbana: "gli orti urbani sono delle zone presidiate e pulite della città". 
Finalmente entriamo nell'area degli orti. Passiamo dal grande capanno per gli attrezzi alla tensostruttura per i momenti conviviali al coperto, da uno sguardo ai servizi igienici a quello sul laghetto per l'acqua di irrigazione. Incontriamo chi è al lavoro per costruire le sagome degli alberi di Natale in metallo. La saldatrice nell'orto mi mancava ed è chiaro che aver qualcosa da fare in questo spazio è un buon motivo per uscire di casa senza chiudersi in un bar. E poi passeggiamo tra gli orti. La struttura dell'infinito ha generato reliquati che sono diventati aiuole fiorite e, "perché gli orti sono una piazza e devono essere belli", i fiori sono obbligatori in tutti gli orti. Così nel laghetto per l'irrigazione ci sono le ninfee.

Non tutto fila liscio e alcune famiglie con bambini non riescono a seguire l'orto. Le parcelle che abbandonano sono affidate ad altri attraverso un bando, ma dal problema nasce la ricerca delle soluzione. Alfio mi mostra uno spazio in cui nasceranno degli "orti easy" (confesso: non so se è un'espressione usata da Alfio o una mia invenzione nel quaderno degli appunti), orti più piccoli, eventualmente coltivati in forma condivisa e con funzione didattica. Questi potranno evitare che le famiglie in difficoltà abbandonino l'orto, ma anche consentir loro di ridurre il tempo da dedicare all'orto. C'è già un orto a coltivazione condivisa, è quello solidale in cui si coltivano ortaggi che vengono donati alle associazioni che aiutano le famiglie in difficoltà.

Ci sono 5-6 orti coltivati da persone originarie di paesi diversi dal nostro. Si tratta di persone e nuclei provenienti dalla Nigeria, dal Burkina Faso, dal Senegal e dal Bangladesh. Ha dell'incredibile quello che accade nell'orto "del Burkina Faso". Durante l'estate gli ortisti si collegano via Skype col villaggio di origine e ne nascono vere e proprie lezioni di agronomia intercontinentali. Chi vive in Italia dà suggerimenti su modi diversi di coltivare e coloro che ancora vivono in Burkina Faso suggeriscono come coltivare piante che io nemmeno conosco. Ancora una volta ho la sensazione di essere in un laboratorio di ingegneria sociale dove si cercano soluzioni per il futuro. Ma qui si sta facendo anche una nuova urbanistica che parte dal quartiere, dalla gente che ci vive. Alfio snocciola idee e progetti e mentre mi offre un caffè mi dice una delle cose più importanti: "quando andiamo a chiedere aiuto ci chiedono chi siamo e quando scoprono che siamo quelli degli orti le porte si spalancano. L'orto è una cosa concreta e visibile, una creatura viva che dà risultati. E' ciò che ci dà credibilità". Non è un risultato da poco!

E' difficile salutarsi ed è inevitabile promettere che tornerò. Più di ogni cosa, è una promessa che faccio a me stesso: qui potrebbero succedere cose davvero importanti e per chi coltiva una passione come la mia, una passione che è personale e professionale, è impossibile non seguire vicende come queste. Tuttavia, le passioni vivono in modo strano e per me è tempo di correre in un altro quartiere di Treviso prima che faccia buio. 

La tappa successiva sono gli Orti sociali di Via Boccaccio. All'apparenza si tratta di semplici orti sociali, non diversi da quelli di altre città, ma c'è di più. Gli oltre 80 orti di circa 25 metri quadrati sono gestiti da un gruppo consolidato di cittadini che ha adottato questo spazio e rivendica un ruolo decisionale con grande determinazione. Molti di loro sono andati ben al di là del farsi l'orto e hanno supplito ad alcune carenze di manutenzione generale, hanno ripulito un fossato, piantato arbusti per naturalizzare alcuni spazi e, soprattutto, guardano fuori dallo steccato dell'orto.

Foto tratta dalla pagina Facebook degli orti
Grazie alla nascita di un'associazione e a una apposita convenzione, i bambini di alcune classi della scuola primaria locale periodicamente visitano l'orto e alcuni "nonni" dell'orto si recano a scuola per coltivare con i bambini. "Ad un certo punto abbiamo chiarito una cosa: i bambini devono sporcarsi le mani, essere protagonisti dell'orto per imparare", mi dice Ennio Danesin. Non potrei che abbracciare lui e le altre persone che mi accompagnano nella visita per esprimere l'apprezzamento per queste parole. Ci conosciamo da pochi minuti e lo evito, ma inizio a seguire la loro pagina Facebook e proprio qualche settimana fa ho scoperto che l'orto si è dotato di una serra: in queste cose c'è tutta la bellezza dei sogni che diventano realtà.


La mia incursione veneta trova finalmente il bel tempo, quello che mi accompagna all'Ospedale San Camillo di Venezia. E' li che si trova l'orto - giardino terapeutico nato dal progetto "Un giardino per rivivere". Non è una visita facile perché qualche sera prima, grazie all'ospitalità di Costantina Righetto ho conosciuto la Dott.ssa Francesca Meneghello, neurologa e responsabile dell'Unità Semplice di Neuropsicologia dell'Ospedale. Da lei ho avuto il racconto di come è nato il giardino, degli sforzi fatti per massimizzarne l'utilità e delle difficoltà che si devono affrontare con i pazienti.
Ebbene io arrivo con un background culturale che mi consente uno sguardo inusuale su quel giardino e la dottoressa mi ha chiesto qualche consiglio e uno sguardo critico, ma il contesto ospedaliero in cui mi muovo mi dà una grande responsabilità e un po' di soggezione. Non solo: Costantina ha fatto una tesi di dottorato di ricerca sul giardino terapeutico e io ne ho avuto un racconto frammentario e ancora non l'ho letta. Anche l'incontro, pur fugace, con alcuni pazienti non è cosa facile per chi è abituato a lavorare con i bambini e non con adulti che vivono una fase difficile della vita. Si tratta di persone in neuro-riabilitazione che, tra le numerose opportunità terapeutiche offerte dall'ospedale, hanno la possibilità di fare orto-terapia. Ne parlo a lungo con Vanessa, l'educatrice professionale che da qualche mese si occupa direttamente delle attività di orto-terapia. Raccontare questo spazio è difficile e, sicuramente, mi richiede un'attenzione e un approfondimento che ad oggi non ho fatto. E' per questo che non faccio descrizioni e mi affido ad un video in cui la Dott.ssa Meneghello e alcuni pazienti spiegano cos'è il giardino terapeutico. Forse un giorno dedicherò un articolo apposito a questa esperienza, un'altra di quelle che mi riprometto di seguire nel tempo.




Come i giorni trascorsi in Veneto, questo post è giunto alla fine, ma non manca la sorpresa finale. Quando avvio il motore della mia auto a Mestre stimo di avere a disposizione ancora un'ora di luce. Il tempo è prezioso quando si fa ricerca sul territorio e ringrazio l'invenzione del navigatore satellitare. E' solo grazie a quello che in pochi minuti arrivo all'Orto Condiviso del Quartiere Cita di Marghera. Questa volta la visita è muta perché la mia visita non è annunciata e l'orario e la stagione non sono di certo quelli ideali per incontrare qualcuno. Il maltempo dei giorni precedenti ha fatto precipitare le temperature ed è anche freddo. L'orto è piccolo rispetto a quelli visitati nei giorni precedenti e ai miei occhi appare terribilmente compresso in un territorio in cui l'urbanizzazione è stata pesante, almeno per i miei standard. Non faccio in tempo ad affacciarmi nell'orto che la mia percezione cambia. Ancora una volta l'orto non è solo coltura, ma soprattutto cultura. E nell'orto, oltre agli ortaggi invernali, cresce la voglia di leggere con una bellissima libreria piena di libri. Purtroppo non ne ho uno con me da regalare, ma prima o poi passerò di nuovo anche da queste parti per parlare con chi anima questo spazio di speranza.



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Le visite agli orti che ho segnalato in questo post sono state possibili grazie all'aiuto e alla disponibilità di molte persone, che ringrazio.

Un ringraziamento particolare va a tre signore molto speciali che mi hanno accolto, ospitato e coccolato facendomi sentire subito "di casa". Sono le già citate Costantina Righetto e Francesca Meneghello alle quali si aggiunge Elena Schiavon. Loro non lo sanno ancora, ma mi rivedranno presto e io avrò ancora bisogno del loro aiuto. Tutta colpa dei suggerimenti che mi hanno dato e delle idee che siamo riusciti a condividere. 

Un ringraziamento davvero speciale va a Costantina che mi ha aperto le porte di casa e mi ha ospitato senza avermi mai incontrato prima.







Buona visione e buon ascolto!

In attesa di scrivere un nuovo post dedicato agli orti urbani che ho visitato nelle ultime settimane, lascio spazio alle parole e alle immagini di una trasmissione televisiva cui ho partecipato qualche tempo fa. Buona visione e buon ascolto!




Orti (eroici) lucani

E' un pomeriggio d'agosto del 2017, nel bel mezzo di un'estate che sarà ricordata tra le più calde di sempre, quando il navigatore della mia auto mi porta nel parcheggio di uno dei palazzi di Via Ondina Valla, nel quartiere di Macchia Romana, alla periferia di Potenza. Sono in viaggio per Matera, ma da alcuni giorni ho scoperto che il progetto "Comunità a raccolta, oltre il proprio orticello" ha dato vita ad una grande area ortiva proprio in questo frammento del capoluogo amministrativo lucano e, come accade spesso, sono venuto a vedere con i miei occhi come vanno avanti le cose. Non sono pochi, infatti, i casi in cui ai grandi fasti di internet corrisponde una realtà assai desolante. Non in questo caso: qui gli orti ci sono e sono rigogliosi. Il progetto promosso dal Circolo Legambiente Ken Saro Wiwa in collaborazione con il Comune di Potenza e sostenuto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali attraverso il Fondo dell’Osservatorio Nazionale per il Volontariato continua a dare i propri frutti.

Quando spingo il cancello che delimita l'area degli orti sociali mi accoglie il sorriso di uno dei concessionari. Scoprirò molte cose su di lui nei pochi minuti in cui parliamo, ma la più importante è che si tratta di un quarantenne: questo è un luogo in cui coltivano fianco a fianco anziani e giovani. "Si impara gli uni dagli altri", dice il mio interlocutore, "e io che sono tra i meno esperti ho molto da imparare". Mi guarda un po', poi prosegue: "per esempio dovrei imparare che non è questa l'ora giusta per dare l'acqua, ma io sono libero in questo momento e non ho altre possibilità. Venire la sera è anche più bello perché si chiacchiera un po' con gli altri", prosegue lui mentre mi muovo tra gli orti osservando e scattando fotografie. Io sono già rapito da quel che vedo e che sento.

Trovo conferma a molte mie idee: gli orti urbani sono spazi di apprendimento, di scambio, di socializzazione. Sono anche spazi di riqualificazione del paesaggio urbano, di biodiversità agraria, di riconquista di funzioni e opportunità. Prova ne sia il fatto che, oltre agli orti, quest'area ospita anche degli alveari. Sono arrivati grazie al progetto pilota Api e Orti, un’iniziativa che prevede il monitoraggio delle api collocate presso orti urbani al fine di valutare lo stato di salute degli insetti e, di conseguenza, la qualità ambientale degli spazi circostanti. Oltre a Potenza, sono coinvolte le città di Milano e Bologna.

Le api voleranno, monitorate almeno fino a questo autunno, sui 34 lotti ortivi di circa 65 metri quadrati ciascuno che coprono una superficie complessiva di 3.500 metri quadrati. Non solo orti sociali, già menzionati, ma anche orti per le famiglie, tutti assegnati attraverso un bando ad evidenza pubblica in base a criteri di reddito, età e residenza nel quartiere. Gli orti sociali hanno l’obiettivo principale di rompere l’isolamento di alcuni gruppi di cittadini, come gli anziani, incentivando fenomeni di socializzazione e incontro. Gli orti per le famiglie costituiscono principalmente un'iniziativa di sostegno al reddito attraverso la produzione orticola finalizzata all'autoconsumo. La vita degli orti è normata, come altrove, da un regolamento che i concessionari si impegnano a rispettare. Quelle appena trascritte non sono parole vuote, ma una realtà concreta che ha preso il via nel maggio 2015 e che naviga ormai oltre il secondo anno di vita.

“Quest’area, altrimenti abbandonata", leggo in una nota di Legambiente, "è stata salvata dalla cementificazione selvaggia grazie all'impegno di volontari, cittadini comuni che hanno deciso di dedicarsi alla cura di questa piccola casa comune". In due anni dagli orti sono passate scolaresche, ragazzi del servizio civile, associazioni che svolgono attività con persone diversamente abili e molti altri cittadini. "Ogni giorno facciamo un piccolo passo in avanti verso la costruzione di una città diversa, improntata a stili di vita sostenibili”, prosegue la nota. Io, intanto mi incanto davanti alle parole di  Ken Saro Wiwa che campeggiano sul muro della rimessa degli attrezzi.



Ancora qualche scatto, poi il saluto con l'ortolano sorridente (abbiamo parlato senza dirci i nomi perché in certi orti sembra di conoscersi già dopo due parole). La famiglia mi aspetta per proseguire verso Matera.

Non sono i chilometri a separarmi dagli orti di Agoragri, ma la scoperta di una città meravigliosa e della sua storia che sa di resurrezione, di un miracolo sociale e culturale che ogni giorno auspico per il nostro paese. La città della vergogna nazionale ai tempi di De Gasperi che nel 2019 sarà Capitale europea della cultura! L'unico timore è che l'Italia debba ancora scoprire quest'eccellenza nazionale, un po' come fu costretta a scoprire dalle parole di Carlo Levi lo stato di miseria e disgrazia in cui versava la città subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.

"Tu lo conosci il carosello, vero?", mi chiede Mariella mentre ci aggiriamo negli spazi di Agoragri, in Via dei Normanni a Matera. Io che due giorni prima ho scoperto il peperone crusco e che ancora non ho parlato, come avverrà dopo poche ore, con uno chef mi incanterà descrivendo l'uso del Peperone di Senise, la guardo con una faccia che, probabilmente, dice più di molte parole: della biodiversità locale non ne so proprio niente. Il tramonto incombe, ma Mariella non si arrende e mi descrive questa cucurbitacea senza fermarsi un attimo. Agosto quest'anno è tremendo e, se gli orti lucani di cui parlo vivono una canicola attenuata dalla quota, la siccità è tremenda. Così ad una parola seguono un getto d'acqua, una manopola da girare, un'imprecazione e un sospiro di sollievo. Sul finire darò una mano anch'io perché in alcuni punti l'impianto di irrigazione non c'è e il tubo dell'acqua non arriva. Usiamo dei secchi che sembrano la soluzione migliore del mondo e io rifletto su come gli orti urbani siano capaci di portare sotto gli occhi di tutti una biodiversità che è contemporaneamente biologica, agraria e culturale. Non solo: gli orti si presentano come uno scrigno dei saperi pronto a schiudersi di fronte ad un occhio attento e una mano volenterosa.

"Agoragri", dice Mariella, è il sogno di Mimi Coviello che diventa un parco urbano pubblico con un orto sinergico, un teatro di paglia, degli orti familiari e un padiglione di legno per gli eventi". Ancora una volta è tutto vero e piacevolmente davanti ai miei occhi. Forse è molto di più, è anche la caparbietà di chi non si arrende di fronte agli spazi cittadini che diventano dei "non luoghi", semplici brandelli di territorio attorniati da strade e case per i quali non si trova un uso adeguato e che si finisce per abbandonare a sé stessi. Il lavoro dell'Associazione Agrinetural, che ha fatto nascere questo spazio, mira proprio "a capire e sviluppare un metodo operativo per riqualificare gli spazi verdi abbandonati e/o inutilizzati delle città, al fine di trasformarli in orti e giardini, luoghi di relazione, promuovendo buone pratiche di agricoltura urbana e l’ecologia civica, unendo tradizione e innovazione e proponendo un programma educativo per la sensibilizzazione e l’apprendimento tecnico". A questo scopo ha sviluppato una piattaforma digitale che mette in relazione gli spazi verdi urbani dismessi con le comunità di cittadini che desiderano prendersene cura.

Non c'è solo terra smossa in quest'orto e le risorse per realizzare quello che campeggia davanti ai miei occhi l'Associazione Agrinetural ha dovuto trovarle partecipando a bandi e concorsi, facendo rete in un sistema virtuoso. Agoragri, infatti, è stato realizzato nell'ambito del progetto Basilicata Fiorita 2015, promosso dalla Fondazione Matera-Basilicata 2019 e dal Comune di Matera, congiuntamente al bando Nuovi Fermenti 2014 della Regione Basilicata. Non solo: il lavoro volontario di alcuni semplici cittadini e l'aiuto di partner tecnici e sponsor pubblici e privati sono stati determinanti, così come un approccio molto particolare alle realizzazioni. Il teatro e il padiglione eventi sono nati in concomitanza di workshop formativi dando un senso didattico non solo agli spazi progettati e realizzati, ma anche alla loro costruzione. Si tratta di un approccio non comune che procede proprio mentre scrivo grazie all'iniziativa "Piantiamo il futuro ad Agoragri" durante la quale è prevista la nascita dell'oliveto. Ma ci sono anche laboratori per bambini e talks durante i quali si riflette sul ruolo degli spazi verdi urbani, di come può nascere una community degli orti e di come essa possa vivere dandosi delle regole. E su questo aspetto si gioca, probabilmente, il futuro di questo progetto che, non va dimenticato, vive il proprio primo anno di vita.

Nei suoi orticelli tondeggianti e nell'orto sinergico si trovano, forse, le chiavi del successo di un'operazione che è, a mio modo di vedere, soprattutto un'intervento di ingegneria sociale nel quale, ancora una volta l'orto è più strumento che fine, più occasione e mezzo che obiettivo. Non è un caso che l'Università della Terza Età sia stata una delle prime realtà che ha avviato una collaborazione attraverso la coltivazione e che guardando questo spazio al tramonto sembra che manchi una sola cosa: le biciclette dei bambini. Arriveranno, ne sono sicuro, perché i bimbi sono bravi a scoprire le cose che sanno di buono. Con loro arriveranno le famiglie e si scopriranno nuovi modi di fare comunità. Matera è troppo vivace per perdere un'occasione del genere, troppo eroica per non riempire di vita che spazio che nasce vivo per vivere. 

Mentre osservo Mariella al lavoro in un tramonto d'agosto, faccio anche una promessa a me stesso: tornerò in questi orti eroici per capire come queste due esperienze siano capaci di cambiare il destino della lucania dei quartieri, quella della gente di Potenza e Matera.




Orticoltura (eroica) urbana

Questo libro, oltre ad essere frutto del mio lavoro, è prima di tutto un urlo liberatorio lanciato da parte di chi, ogni giorno, cerca di migliorare questo nostro strano mondo senza gettare via ciò che ha di buono. È un inno, forse riuscito, alla consapevolezza che ognuno di noi nel suo piccolo possa fare qualcosa e che la somma di tanti piccoli “qualcosa” possa essere una rivoluzione pacifica e fondamentale: quella della riappropriazione del diritto/dovere alla capacità di produrre il proprio cibo

Il libro è scritto prima di tutto per chi non avrebbe mai pensato di leggerlo. Poi per chi è interessato al tema. Infine per chi è convinto che l'agricoltura sia legata esclusivamente al mondo rurale, cioè che abbia un senso solo quando si mette piede in campagna. Se devo aggiungere qualcuno, questo libro è scritto anche per me che, agronomo, da sempre non riesco a collocarmi in una delle tante caselle pensate per gli agronomi, sempre più costretti nei meandri della burocrazia e del commercio. Ne converrete che anch'io faccio parte, in qualche modo, di chi non avrebbe mai pensato di leggerlo, questo libro. E così, forse, si chiude il cerchio.

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