Il pericolo di un'unica storia - educare all'aperto anche d'inverno.

"Raccontare un'unica storia crea stereotipi. E il problema degli stereotipi non è tanto che sono falsi, ma che sono incompleti. Trasformano una storia in un'unica storia."

Sono queste le parole che campeggiano sulla copertina del libro di Chimamanda Ngozi Adichie e che risuonano nel suo Ted Talk. Chimamanda ci mette in guardia rispetto ai rischi di trasformare l'unica storia che raccontiamo, che viviamo o che facciamo vivere nell'unica storia disponibile quando pensiamo ad una certa situazione. Mentre lo scrivo mi torna alla mente un principio espresso da Colin Ward nel suo monumentale "L'educazione incidentale" quando dice che l'esistenza di un qualche elemento in ciò che io chiamo il chilometro zero educativo permette ai bambini di collocarlo nella propria idea di mondo, di città, di territorio. Ciò che conosciamo entra a far parte del nostro immaginario. Se crescessi in una città in cui esistono autobus elettrici e piste ciclabili, qualora dovessi descrivere una città immaginaria sarebbe probabile che questi elementi ne facessero parte. Viceversa, se crescessi in una città che ne è priva, questi non vi sarebbero. Questo è un buon motivo per accompagnare i bambini e le bambine sul territorio, in esplorazione di un primo piccolo cosmo personale che permetterà loro di costruire un mondo immaginario, la versione del mondo reale che potrebbero disegnare, scrivere o raccontare appena saranno in grado di comunicare in questi modi. Grazie a questo, nel loro futuro saranno cittadini capaci di chiedere, progettare, pianificare, costruire un mondo più ricco di opportunità.

Cosa succede se gli adulti di oggi forniscono, anche attraverso le esperienze educative all'aperto, una sola storia? Se Chimamanda ha ragione, in loro nascerà uno stereotipo del mondo o di cose che vi si possono fare. O, meglio, sempre se lei ha ragione, noi stessi abbiamo un'idea del mondo o delle cose che vi si possono fare che si è formata nelle nostre esperienze pregresse, incluse quelle dell'infanzia. Così, le selve dell'Appennino per mio padre erano castagneti in cui andare a lavorare, a raccogliere castagne. Perché "selva" era il castagneto. Il bosco a quote maggiori, quello che io conosco come faggeta, era il luogo in cui andare a raccogliere dei porcini diversi da quelli della selva. Entrambe queste foreste davano legna da ardere o, addirittura, carbone. Questa era la storia che lui aveva sentito raccontare, che aveva agito con i propri familiari. Questa era la sua unica storia. La mia vita e le mie esperienze mi hanno fornito altre storie, storie in cui esistono sentieri, escursionisti, botanici, persone che raccolgono piante non per nutrirsi, ma per alimentare conoscenza, umani che cercano modi per rimodulare il rapporto con la natura rendendolo più equilibrato. Ecco che io in quell'Appennino ho raccolto funghi e castagne come lui, ma ho anche contribuito a far nascere sentieri, realizzato un mio personale erbario, offerto supporto didattico alle scuole del Parco Nazionale dell'Appennino Tosco - Emiliano. Le nuove storie che ho incontrato mi hanno permesso di modulare un'idea di quella montagna diversa, più complessa, articolata. Mi ripeto: una storia diversa, più complessa, articolata. Non un'unica storia, ma una storia più completa, non ridotta a stereotipo di una vita difficile in cui la selva è un luogo in cui guadagnarsi un pasto di mera sopravvivenza.

A cosa serve questa digressione nel bel mezzo di un inverno che, almeno nella Toscana in cui vivo, somiglia di più a un interminabile e piovoso autunno? Serve a placare una mia certa insofferenza rispetto a quanto talora accade in quei contesti educativi in cui l'outdoor education è praticata in modi che potrebbero restituire ai bambini un'idea stereotipata dello star fuori o dell'inverno stesso. Esso viene presentato così come vive negli stereotipi alimentati dalle narrazioni di luoghi e tempi diversi da quelli in cui vivono i bambini e le bambine di oggi. In tutto questo ci sono due elementi ad agire. 

Da una parte, un'innegabilmente insopportabile sequenza di giorni piovosi a cavallo tra gennaio e febbraio 2026, con precipitazioni talora intense, costanti e in qualche luogo persino pericolose. Dall'altra il tentativo di portare una certa idea di inverno tra le pareti dei luoghi dell'educazione attraverso suoni e immagini che ne dipingono una rappresentazione per lo più simbolica.

Inizio con la pioggia insopportabile. Si ripresenta di giorno in giorno intervallata da sprazzi di cielo azzurro che arrivano per lo più quando non ce lo aspettiamo, quando le nostre routine impongono altro. Giorni e giorni di pioggia che invadono il nostro tempo e il nostro spazio. Uscire diventa complesso, richiede di prepararsi, di gestire un rientro bagnato e sporco, di capire se gli avvallamenti del terreno siano pozzanghere o pericolose trappole, se il terreno argilloso permette di stare in piedi o si fa così scivoloso da impedire l'equilibrio e metterci in pericolo, se l'inaspettata tregua nelle precipitazioni possa durare abbastanza da consentire un'esperienza significativa. Giorni nei quali, quando ti arrendi al meteo avverso e decidi di stare al coperto, compare un sole beffardo sul giardino trasformato in acquitrino. Giorni trascorsi a consultare varie App del meteo per capire cosa potrà succedere per poi arrendersi al fatto che nel mondo educativo la previsione esaoraria ha un margine di errore troppo grossolano. In mezzo a tutte queste difficoltà è facile impigrirsi, cominciare a costruire, con l'ottima collaborazione delle famiglie e degli allarmismi sociali, un insieme di ragioni per cui non uscire è più vantaggioso, appropriato, ragionevole. Come si può uscire in esplorazione nel chilometro zero educativo, se il rischio è quello di trovarsi in difficoltà, di vedere il cielo coperto previsto da tutte le App trasformarsi in una cascata? E quel vento che spazza via la pioggia, ma ci fa percepire un freddo che in altri tempi sarebbe stato un inaspettato tepore invernale, non potrebbe crearci difficoltà, mettere in agitazione i genitori? Insomma, non è più semplice svolgere l'esperienza educativa all'interno mentre aspettiamo giorni migliori? La risposta è sì. Ma la sequenza di giorni di mal tempo si allunga in modo inusuale e si è costretti a rinviare, ormai vittime della narrazione che noi stessi abbiamo costruito. Se le condizioni meteorologiche di oggi replicano quelle di ieri o di due giorni fa quando abbiamo argomentato a noi stessi e ai genitori di bimbe e bimbi buone ragioni per non uscire, come possiamo varcare la soglia che collega un confortevole dentro a un pressoché impraticabile fuori? E poi con tutto quel lavoro accessorio all'uscita non sarebbe meglio rimandare nuovamente a un momento più favorevole? La risposta è nuovamente sì, soprattutto se teniamo al centro i timori di alcuni genitori e il nostro sacrosanto diritto ad una vita lavorativa più semplice, a un minor cumulo di responsabilità concrete o potenziali. Ma cosa succede se mettiamo al centro bambini e bambine e il brano con cui si apre questo post? L'attesa speranzosa di un giorno meteorologicamente migliore non rischia di fornire un'unica storia, quella secondo cui si esce solo quando il tempo è buono? Non è che così facendo si costruisce una storia di vita quotidiana nel territorio composta dai giorni di sole, da terreni asciutti, da torrenti e fiumi in morbida o addirittura in secca? Non è che l'insieme delle buone ragioni di sicurezza, di ascolto dei timori genitoriali, di sacrosanto diritto ad una certa semplificazione delle difficoltà del nostro agire educativo costruisce quell'unica storia del mondo che in altri momenti consideriamo parziale, incompleta e stereotipata? Se, anche solo per caso, la risposta fosse "sì, stiamo costruendo uno stereotipo di condizioni adatte ad uscire e vivere il territorio", quale riflesso avrebbe tutto questo sulla vita dei bambini e delle bambine con cui lavoriamo? Diremmo loro che il mondo esterno è fruibile solo quando ci sono le condizioni ideali? Costruiremmo per loro questa storia incompleta? Confermeremmo quello che afferma il mio amico Troy? "Voi italiani guardate le previsioni meteorologiche per decidere di non uscire. Noi, invece, le guardiamo per decidere come attrezzarci per uscire", mi ripete spesso. "Se facessimo come voi, nel Wisconsin trascorreremmo mesi chiusi in casa", aggiunge. E' solo una provocazione o la nostra storia incompleta è proprio questa? Il nostro stereotipo diventerà o rimarrà questo? Si intuisce che la mia risposta è sottintesa e che queste domande per me sono retoriche? Sì, secondo me, il rischio che tutto questo accada è concreto. E allora cosa si fa?

Prima di rispondere, argomento qualcosa sull'altro aspetto poco sopra accennato: il tentativo di portare una certa idea di inverno tra le pareti dei luoghi dell'educazione. Quale idea? Forse uno degli inverni di quando io ero bambino, ma nemmeno tutti. Oppure uno di quelli narrati dai miei genitori o dai miei nonni che vivevano sull'Appennino molti decenni fa. O, ancora, quelli che campeggiano negli albi illustrati, nei libri per bambini, nelle animazioni cinematografiche viste al cinema e poi viste e riviste sulle piattaforme di streaming. Inverni con i paesi seppelliti sotto la neve, con il Natale sempre imbiancato, i bambini che fanno a pallate e il giardino arricchito da immancabili pupazzi di neve. Inverni idealizzati, stereotipati per il costante ripetersi di un'unica storia. Inverni, però, che non si incontrano più facilmente, nemmeno in quelle valli dove, mentre scrivo, si gareggia per le Olimpiadi invernali. Olimpiadi che dell'inverno hanno la stagione astronomica, ma non molta neve e ghiaccio che sono prodotti perlopiù artificialmente. Ecco che l'idea di uscire nel giardino o nel chilometro zero educativo per scoprire ghiaccio e neve diventa un miraggio, ma la tentazione di proporli in via artificiosa diviene irresistibile. Così, nelle mezz'ore che dedico alla consultazione dei social sono costretto a subire la documentazione di tentativi di rappresentazione simbolica dell'inverno a dir poco disturbanti, almeno per chi come me la natura cerca di viverla in modo autentico. Ci sono "esperienze immersive" in cui l'inverno viene proiettato sulle pareti di una stanza del servizio educativo o della scuola dell'infanzia. Cade la pioggia oppure la neve copiosa, ci sono i pupazzi di neve, magari una rara lepre artica che saltella fuori dalle proprie latitudini. L'audio propone il suono della pioggia o il rumore del ghiaccio che si rompe. Guardo attonito e mi pongo domande. La prima è colma della mia ignoranza e riguarda il fatto che, mentre noi adulti abbiamo le capacità cognitive e di pensiero simbolico che ci permettono di capire che quei fiocchi che scendono lungo la parete rappresentano la neve, non so cosa accada realmente nella testa dei bambini. Non è che, quando l'adulto esclama "guarda, la neve!" indicando la parete, nel meccanismo di assimilazione e accomodamento descritto da Piaget il bambino assimila l'idea di neve come immagine proiettata sul muro che dovrà poi accomodare se e quando mai incontrerà davvero questa meteora? Su questa prima domanda, la mia ignoranza, il mio immenso non sapere nei campi della pedagogia e della psicologia, potrebbero trarmi in inganno e non vado a conclusioni, ma pongo il quesito con tutta la forza possibile in attesa di una risposta qualificata. La seconda domanda, però, si fa più pressante e scevra da mie lacune: perché ci ostiniamo a dare un'idea stereotipata e pressoché falsa dell'inverno ai bimbi e alle bimbe odierni che vivono un profondo cambiamento climatico che ci sta rubando l'esperienza stessa dell'inverno? Sì, gli inverni non sono più quelli dello stereotipo, nemmeno quando nevica. Questo perché il cambiamento climatico estremizza gli eventi e la nevicata che giunge rischia di essere sproporzionata e asincrona rispetto a quelle di un tempo. Rincaro la dose: perché non riusciamo ad abbandonare lo stereotipo e ci troviamo ad imbiancare con lo zucchero a velo dei plastici del mondo per rappresentare simbolicamente qualcosa che i bambini e le bambine con cui lavoriamo potrebbero non conoscere mai? In altri termini, perché noi adulti siamo in fuga dal piano di realtà e abbiamo bisogno fornire una rappresentazione ormai non più autentica dell'inverno che, invece, è disponibile fuori dalla porta? Anzi, il punto non è nemmeno questo "perché", visto che interroga gli adulti. Il punto è "perché pensiamo che sia opportuno farlo nel nostro ruolo di facilitatori degli apprendimenti dei bambini?". Il quesito non ci interroga dal punto di vista personale, ma professionale e pedagogico. E su questo la mia posizione è chiara: perché stiamo sbagliando qualcosa, stiamo rinunciando all'autenticità delle esperienze senza essere in grado di costruire una reale dimensione fiabesca, schiacciati come siamo dal ricorso alle tecnologie contemporanee. Queste ci illudono di poter dare una rappresentazione autentica di un fenomeno naturale, l'inverno, in cui l'esperienza immersiva non può che essere quella dell'uscita nel chilometro zero educativo


"E allora cosa si fa?", mi chiedevo poco sopra. Ci si attrezza. Come? Studiando. Guardandosi attorno. Riconoscendo all'ambiente, anche al chilometro zero educativo, un ruolo educante nella sua autenticità. E' lui che sa raccontare nel modo più immersivo, autentico e completo l'inverno. E' lui che narra una delle storie possibili sull'inverno, la prima che vale la pena di incontrare perché esperibile con i mezzi propri dell'infanzia. Le altre verranno. Oppure bimbi e bimbe le incontreranno nelle fiabe e nelle favole quando queste saranno strumenti adatti a loro. E se l'inverno, quello odierno e mite quanto quello dello stereotipo, richiede di organizzarsi, di affrontare difficoltà, di assumersi responsabilità, di educare gli adulti genitori prima che i bambini loro figli, lo si fa. Per un motivo molto semplice: perché abbiamo scelto di lavorare nell'educazione, non di fare fan service alle famiglie o alla società che ci circonda con la pervasività della video-narrazione. Lo abbiamo scelto per porre, come dice Michela Schenetti, i bisogni, quelli di oggi e quelli di domani, di bimbi e bimbe al centro del nostro agire. E i loro bisogni di oggi e di domani sono quelli di una conoscenza autentica del mondo e dei modi per esplorarlo.

Io, almeno, la penso così.

Il Giardino dei Semplici di Pacentro: da gran sorpresa a spazio di consapevolezza.

"Ciao, sono Anna Lisa e sono più socialista che social". 

E' un torrido primo di luglio del 2024 e poche ore prima ho inviato un messaggio al numero di telefono che campeggia all'ingresso (chiuso) del Giardino dei Semplici di Pacentro, uno dei borghi più belli d'Italia e porta del Parco Nazionale della Majella, in provincia de L'Aquila. Quella che sta diventando un'amicizia per lo più a distanza è iniziata così nel bar posto all'ingresso del paese.


Spiego ad Anna Lisa chi sono e con una sua amica ci avviamo verso il Convento dei Frati Minori Osservanti, oltre la caserma dei Carabinieri e la scuola (oggi in parte trasferita in una nuova sede). So benissimo dove stiamo andando, ma davvero non riesco ad immaginare cosa sto per scoprire al di là del cancello e, soprattutto, del corpo di edificio che nasconde gran parte del Giardino. Seguo le mie due guide stupito, ma capace di qualche domanda che trova in Anna Lisa un fiume di risposte in piena. Mentre mi guardo attorno e scatto fotografie per un articolo che arriverà quasi un anno e mezzo dopo, lei mi racconta del progetto.

Tutto ha inizio nel giugno del 2020, mentre il nostro paese credeva di vedere la luce in fondo al tunnel del lockdown dovuto all'emergenza Covid-19. In un momento così delicato, quando la socialità era stata messa a dura prova per mesi, l'intento con cui prende il via il progetto è quello di "portare avanti una logica sociale e comunitaria all'interno di un'area pubblica". Così lo spazio pubblico che si apre tra il convento e la scuola, arricchito di questo importante intento, rinasce come giardino dei semplici. L'idea è antica e moderna al tempo stesso: situato presso conventi e monasteri, l'Hortus simplicium era il luogo in cui nel Medioevo venivano coltivate le erbe medicinali per la preparazione dei "semplici", cioè delle droghe grezze contenenti i principi curativi offerti dalla natura; oggi queste raccolte offrono tanto l'occasione di ri-scoprire le piante un tempo note alla stessa stregua dei farmaci moderni quanto quella di mantenere memoria di saperi e credenze che in pochi decenni sono scomparsi mentre il mondo diventava moderno. In un certo senso, il giardino conserva i medicamenti per la perdita di memoria collettiva che Anna Lisa cerca di contrastare con un costante esercizio didattico, divulgativo e culturale.


"Le piante del giardino, non imbrigliate all'interno di un progetto rigido, sono specie botaniche appartenenti a queste montagne e a queste genti, così da poter raccontare questo luogo attraverso la lente delle piante", mi dice Anna Lisa. Se è vero che ci sono spazi dedicati, aiuole costruite con materiali di recupero e pietrame del luogo, che permettono di riconoscere le piante sacre, quelle magiche, tintorie o vocate per la liquoristica (e tutte quelle che non ricordo), "nel giardino c'è un'alternanza di ordine e disordine, manifesto e non manifesto, semplice e complesso". Le prime piante sono arrivate da sole prima, durante e dopo la bonifica degli spazi, poi è iniziato un tentativo di incasellamento, di selezione tesa a creare le aree tematiche, di arricchimento di queste ultime, di accoglienza di ciò che via via è arrivato dall'esterno. "E' stato un dialogo", dirà Anna Lisa alla mia seconda visita, nel luglio del 2025, parlando con Silvia Mozzi, mia compagna e pedagogista che guarda con stupore a ciò che la natura ha da dare.

"L'intenzione non è tanto quella di riunire le piante per famiglie botaniche o utilizzi pratici, come potrebbe accadere in un orto botanico, ma quella di scrivere storie di erbe, di dee, sacerdotesse, guaritrici, streghe, popoli, pastori, conventi e monaci", dice ancora Anna Lisa. Come in un libro le parole tracciano una storia, nel giardino le piante funzionano come vocaboli e punteggiatura di nuove narrazioni, racconti a più chiavi di lettura. Proprio per questo il Giardino dei Semplici è uno spazio di divulgazione, di didattica e di cultura. E questa è anche la ragione per cui ci si può imbattere in Anna Lisa che, mentre lavora con un gruppo di bambini o racconta i segreti delle piante agli studenti o ai turisti del parco, cita Ovidio o racconta quello che spesso non sappiamo di Cleopatra. Non sarò certo io svelarti cosa c'entra questa grande donna dell'antichità col Giardino dei Semplici di Pacentro. Per questo ti consiglio di contattare Annalisa, ma di lei scriverò più avanti.




Se già nel biennio 2020/2021 il giardino è stato popolato da 120 specie, tra alberi e arbusti, oggi esso è ancora più ricco, ma la vera ricchezza è la rete di collaborazioni con altri giardini, enti, associazioni e, soprattutto, con le persone (nella foto a fianco Manfredo, custode dell'aglio di Sulmona incontrato ad un mercatino) e il territorio circostante, quella che quando entri in un bar e chiedi se conoscono chi coltiva il giardino potresti sentirti rispondere "Anna Lisa, ma quella è più socialista che social!". Credo si tratti di una forma di socialismo che si avvicina alla magia, quella che ti mette voglia di tornare più e più volte in quel giardino, per ascoltare storie nuove dal sapore antico, per sentirti Colin che ne Il giardino segreto dice: "Anche se non fosse una vera e propria magia, faremo finta che sia così. Perché là c'è di certo qualcosa!". Già, qualcosa di importante, che va ben oltre le piante che accoglie, qualcosa che ha a che fare con 
"quelle storie da cortile che facevano annoiare, ma che adesso sono aria buona pure da mangiare", con un'idea di comunità estesa dove davvero non si capisce se la voce narrante sia quella di Anna Lisa o di un territorio intero simbolicamente tradotto nel panorama di cui gode il giardino.

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Chi è veramente Anna Lisa, una socialista poco social? Può essere, ma possiamo conoscerla anche così:


Erborista, da oltre 35 anni si occupa di erbe e svolge attività di ricerca in etnobotanica ed ierobotanica, con particolare attenzione al ruolo della donna nella guarigione. Ha fatto diversi viaggi in centro-sud America incontrando donne medicina e frequentando istituti e centri che si occupano di utilizzo tradizionale delle erbe. E' coautrice di tre pubblicazioni sulle piante spontanee ed i loro utilizzi. Ha pubblicato diversi articoli in riviste settoriali riguardo la tradizione erboristica e ha partecipato a convegni e corsi di formazione in qualità di relatrice. Dopo aver gestito per 20 anni un negozio di erboristeria a Sulmona, ora raccoglie, cammina e racconta le erbe delle sue montagne.  

Documentare l'educazione all'aperto e nel lavoro con i materiali naturali - arriva il corso!

Dopo l'esperienza del corso in presenza nella formazione zonale svolta per l'Unione dei Comuni della Valdarno e Valdisieve, il corso sbarca online nei pomeriggi del mercoledì, a partire da gennaio.


A seguire tutte le informazioni!


A chi è rivolto il corso?

Il corso è pensato per chiunque utilizza pratiche di educazione all'aperto, incluso il lavoro con i materiali naturali, in contesti formali e informali. Particolarmente centrato sullo 0-6 si rivolge a chi lavora nella scuola, nei servizi educativi per l'infanzia, in fattoria didattica e a chiunque abbia necessità di documentare l'educazione all'aperto.


Qual è il programma didattico e quali sono le modalità di lavoro?

Parleremo di:

  • tecniche di documentazione delle esperienze pedagogiche svolte nel chilometro zero educativo e nell’atelier naturalistico diffuso di scuole e servizi,
  • funzioni e scopi della documentazione delle attività educative svolte all'aperto,
  • documentazione come momento e materiale di analisi e revisione della proposta educativa all'aperto,
  • modulazione delle tecniche di osservazione e documentazione delle attività di educazione all’aperto in funzione del target e dello scopo.

Nota bene: il corso verte sul pensiero e sul metodo che stanno dietro al documentare e non riguarda l'utilizzo di specifiche piattaforme di condivisione telematica e digitale del materiale di documentazione poiché queste sono solo uno strumento, per di più in rapida evoluzione e ad elevato rischio di obsolescenza.


Chi è il docente?

Emilio Bertoncini è agronomo, tecnico dell’animazione socio-educativa, guida ambientale e, soprattutto, da due decenni interagisce col mondo educativo in progetti connessi alle tematiche riconducibili all’educazione all’aperto.

In questo ambito ha collaborato con realtà quali le regioni Marche e Veneto, vari comuni italiani e conferenze zonali per l’educazione e l’istruzione toscane, CEMEA Toscana, Centro Studi Bruno Ciari, Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, MuBA di Milano, numerosi servizi educativi toscani e lombardi, cooperative quali Arca in Toscana e Koiné in Lombardia, vari istituti comprensivi dell’Italia centro-settentrionale e numerose associazioni, quali Walter Vinci Onlus e AiCARE. 

Ha collaborato con le riviste Ambiente InFormazione e Bambini ed è autore dei libri Orticoltura (eroica) urbana e L'orto delle Meraviglie di MdS Editore. Ha scritto tre capitoli dei libri Fuori - suggestioni nell'incontro tra educazione e naturaMaterie intelligenti e Contesti intelligenti curati da Monica Guerra. Ha, inoltre, curato i testi e l’iconografia della pubblicazione Evviva l’orto che ci fa sporcare! La Biodiversità agraria delle Marche entra a scuola edita da ASSAM e Regione Marche.


Quanto dura il corso?

La durata complessiva è di 20 ore, di cui 15 on-line sincrone e 5 da dedicare a un'esercitazione individuale da svolgere in autonomia.  


Quando si svolge in corso?

Gli incontri si svolgeranno dalle 17 alle 20 dei seguenti mercoledì dell'anno 2026: 7, 14, 21, 28 gennaio e 11 febbraio. 


Dove si svolge l'iniziativa?

Sulla piattaforma Google Meet. E' prevista un'esercitazione individuale da svolgere in autonomia.


Quanto costa partecipare?

La quota di adesione è pari a € 120,00 (centoventi/00) a persona. 


Come fare per iscriversi?

Mediante compilazione del modulo d’iscrizione disponibile all’indirizzo https://forms.gle/G6UUD5vCgSV5F7wx8 e il versamento anticipato della quota di adesione. Il pagamento della quota avverrà esclusivamente tramite bonifico bancario.

L'iniziativa sarà attivata al raggiungimento di un numero minimo di iscritti.


E' previsto un attestato?

Sì, è previsto il rilascio di un attestato di frequenza (formato pdf) con indicazione di nome, cognome e codice fiscale dell'iscritto/a del numero di ore di partecipazione effettiva, dei contenuti dei quattro incontri e con firma del facilitatore.


E per saperne di più?

Puoi scrivere a info@emiliobertoncini.com o mandare un messaggio via WhatsApp al 3477016556. Serve un po' di pazienza per la risposta.

Oltre la soglia, nell’ecotono educativo

"Emilio, la gente non ama leggere testi lunghi nel web". Di solito mi dicono questo e di solito rispondo che chi non ama leggere non legge. Non solo: chi non è interessato non legge. Quindi, ti dico subito che quanto segue è un capitolo di una pubblicazione in divenire desiderosa di diventare un libro. Quindi, è un testo lungo. Per di più senza immagini. Se vuoi scoprire qualcosa, procedi oltre con la lettura. Supera questa soglia. In caso contrario, chiudi subito questa pagina: io non ho niente da dirti che non sia ciò che vuoi scoprire dei miei lunghi e articolati pensieri.

Trova di più all'indirizzo www.ortinellescuole.it

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“L’educazione è un processo che avviene in ogni momento e in ogni luogo”. Suona più o meno così una frase che ho sentito più volte da Antonio Di Pietro, un pedagogista ludico con cui ho avuto la fortuna di lavorare.

Queste parole mi inducono a indagare sulla necessità di distinguere, spesso contrapponendole, tra educazione all’aperto e in spazi chiusi. Quest’ultima, stranamente, non etichettata con l’equivalente anglicismo di indoor education. In fondo, a discriminare tra le due c’è un elemento architettonico, la soglia, che diventa limite e ponte tra due approcci educativi che possiamo, ed è una nostra scelta, considerare complementari o alternativi.

Cosa rappresenta nell’immaginario collettivo quell’elemento architettonico? Provo a rispondere pensando a un genitore che accompagna al nido o a scuola un figlio. È assai probabile che entrare al nido o a scuola significhi varcare la soglia che permette di avere un soffitto sopra la testa. Si è dentro, cioè al nido o a scuola, quando è possibile chiudere dietro di sé una porta. Ciò, nonostante questi due luoghi dell’educare possano avere un cortile, un giardino e un viale che li separa alla strada, dalla piazza o dal parcheggio. Sì, il concetto consolidato è che si impara e si è in custodia di chi insegna quando si è dentro, con un serramento chiuso alle spalle. Non è mia intenzione disquisire sul perché si sia arrivati a tanto, ma prendo atto di quanto accade e provo a ragionare su quella soglia che sottolinea la transizione o la separazione tra fuori e dentro.

Adulti e bambini oltre la soglia

Che si stia da una parte o dall’altra della soglia, apparentemente siamo sempre gli stessi. In realtà, che la nostra zona di comfort sia di qui o di là, indifferentemente sui due lati o, addirittura, sulla soglia, dice molto di noi, della nostra formazione, del nostro agire educativo o di quanto abbiamo bisogno di lavorare in una direzione o nell’altra. Personalmente sento più il bisogno di lavorare in entrata, sebbene nel tempo mi sia avventurato e formato sulla possibile presenza indoor della mia figura professionale. Credo, però, che la generalità di coloro che operano in educazione e a scuola abbiano bisogno di lavorare nella direzione opposta, cercando modi per varcare la soglia diretti verso l’esterno o modi nuovi per varcarla. Per esempio, in molte scuole è normale andare fuori per momenti di ricreazione, ma si tende a non usare gli spazi esterni per fare attività didattica. Il punto, in quei casi, non è quanto ci si sente in comfort fuori, ma quanto si riesce a provare quella sensazione facendo scuola, e non ricreazione, fuori. In discussione, quindi, non c’è soltanto lo spazio in cui collocare il nostro agire didattico o educativo, dentro o fuori, ma ci siamo noi e il nostro stesso agire. È questo il motivo per cui spesso mi interrogo con i team educativi con cui collaboro o svolgo attività formative circa la scelta di introdurre l’educazione all’aperto e la sua condivisione all’interno del gruppo, ragionevolmente composto da persone con attitudini diverse da un lato e dall’altro della soglia, quindi sull’opportunità che sia necessario sfruttare le competenze di ognuno in modo diversificato. Tale riflessione è, a mio modo di vedere, fondamentale e capace di condurre a scelte molto diverse, inclusa quella di non fare educazione all’aperto se non è nelle nostre corde o se il team non riesce a valorizzare le attitudini dei vari membri in tale direzione. Ciò non vuole significare che c’è spazio per una deliberata rinuncia alle opportunità che si presentano oltre la soglia, ma calare il progetto educativo sulle effettive competenze di chi lo attuerà. Viceversa, quando se ne ravvisi la necessità, è importantissimo svolgere attività di formazione atte a sostenere un’adeguata complementarietà tra l’azione educativa svolta fuori e dentro.

Un altro degli aspetti su cui riflettere in fase progettuale e al quale fare molta attenzione anche in fase attuativa è come i bambini si sentano da una parte e dall’altra della soglia. Questo è, a mio modo di vedere, addirittura prioritario rispetto ai vantaggi riconosciuti del varcarla diretti fuori, direzione a cui tende questa pubblicazione e su cui tornerò più avanti. Per quanto l’affermazione che segue non abbia validità generale, si può dire che nel nostro paese si affronta una sorta di paradosso generazionale per cui, se la generazione dei miei genitori doveva essere formata allo star dentro, quella dei miei figli si trova nella condizione opposta, cioè di dover essere formata allo star fuori e, soprattutto, allo star fuori in modi e forme non totalmente organizzate dagli adulti. Andare oltre la soglia, in una direzione e nell’altra, farlo con naturalezza e agendo una complementarietà di questi spazi in chiave educativa, costituisce una delle sfide moderne. L’obiettivo è quello di far familiarizzare i bambini con i diversi contesti e le loro funzioni nella nostra società. A quel “i bambini di oggi non sanno stare fuori” che spesso mi sento dire e che provo a tradurre in “i bambini non trovano nel fuori un’area di comfort”, possiamo cioè sostituire un più opportuno “dobbiamo aiutare i bambini a sentirsi in comfort da un lato e dall’altro della soglia”. Il rischio, altrimenti, è di confinarli in un mondo chiuso senza che abbiano avuto la possibilità di sperimentare l’esterno. Tutto questo senza dimenticarci che quei bambini saranno poi adulti e genitori incapaci di trasmettere ai figli una facilità di frequentazione dei due lati della soglia. Del resto, ogni volta che mi capita di offrire ai bambini la possibilità di varcare la soglia, risuonano in me le parole di Lola Ottolini in “Fuori” (Ottolini, 2015): “i bambini le soglie le cancellano e le attraversano con facilità”. Infatti, anche quei bambini che per abitudine sono meno avvezzi a passare da un lato all’altro della soglia e, soprattutto, di farlo andando fuori, trovano, se sostenuti e aiutati, una propria modalità di familiarizzazione con ciò che prima era estraneo alla loro esperienza. È in tale accompagnamento che agli adulti sono richieste competenze pedagogiche e una adeguatezza al ruolo, condizione che rafforza la necessità di una formazione in tale direzione e, soprattutto, di natura esperienziale.

Molte soglie, una sola azione

Molto spesso ci limitiamo a considerare la soglia che riteniamo più importante, quella tra dentro e fuori, non a caso messi in questo ordine. Non dobbiamo, però, trascurare che è una soglia anche quella che divide i vari locali di un edificio, sebbene sia talvolta sfumata fino a perdere la propria consistenza architettonica o ridotta ad una linea sottile. In quella propensione dal dentro al fuori che di solito ci caratterizza e ci porta a sottolineare quanto tempo ci serve per prepararci a uscire, ma non quanto ne serva per prepararci a rientrare, provo a suggerire che, anche quando non evidenziate da particolari architettonici, le soglie siano molte anche fuori.

Lo sono, per esempio, tutte le linee che separano superfici con diversa natura. Un’area pavimentata non ha le stesse caratteristiche del prato o del cortile inghiaiato e aree con pavimentazione diversa non si comportano allo stesso modo, per esempio, in occasione di una giornata di pioggia (o di sole!) o quando vi facciamo rotolare o scivolare un oggetto. Le linee di separazione sono soglie che dividono spazi capaci di offrire esperienze diverse. Quando arriva il sole, un prato rimane scivoloso e bagnato più a lungo di un marciapiedi. Lo stesso prato tende a drenare meglio l’acqua di un terreno compattato e impermeabile. Per questo nel secondo caso è più facile la formazione di una pozzanghera, ma questa non si formerà in una superficie pavimentata. Far rotolare una palla è più difficile e imprevedibile dove affiorano le radici di un albero che in un cortile asfaltato, così come una caduta ha esiti diversi nei due casi. Tutte situazioni diverse ai lati di soglie che spesso tendiamo a non prendere in considerazione.

Un’altra soglia importante, spesso esistente anche dal punto di vista architettonico, è quella che separa il fuori di pertinenza del nostro edificio (giardino, cortile, ecc.) dal resto del mondo. Il cancello è una soglia oltre la quale ci sono il borgo, la città o la campagna. E la fuori compaiono altri limiti, così possiamo cominciare a interpretare le soglie tra spazi di mondo che offrono opportunità diverse, come vedremo meglio nel prossimo capitolo.

Oltre a queste soglie solide, ce ne sono altre meno tangibili, ma altrettanto importanti e sono quelle temporali imposte da routine e orari quasi sempre rigidi e invariabili. Soglie che spesso dividono il possibile dall’impossibile generando questa seconda condizione. La fine dell’ora, lo scadere del tempo per un dato gruppo, il momento della mensa, arrivano spesso ad interrompere momenti di grande significato. Mi sovvengono certi bei racconti in giardino (le cosiddette restituzioni spontanee) interrotti da una voce che proclama un indesiderato “andiamo, è tardi!”. In altri casi, una rigida programmazione temporale li esclude proprio, spesso in nome di una sorta di “democrazia dell’apprendimento” (Bertoncini, 2015) che di democratico ha soprattutto la generalizzata perdita di opportunità. Il tutto mentre routine e orari rimangono invariati da ottobre a giugno, come se il mondo là fuori fosse sempre uguale, come se le 9.30 del mattino di gennaio e di giugno fossero equivalenti, anche solo in termini comfort ed esperienze realizzabili. Eppure anche questa soglia separa degli spazi, seppur concettuali: quello delle opportunità educative da quello della buona logistica.

Mentre scrivo mi chiedo perché stia continuando a dire che le soglie separano spazi. Se lo facessero, sarebbe impossibile andare da uno all’altro e per questo tipo di azione l’elemento architettonico più funzionale è il muro. In effetti, non è come ho detto fino ad ora: le soglie non separano, ma connettono spazi diversi e ci consentono, secondo regole che ci diamo e che possono tradursi in fatti architettonici (una porta, un cancello, ecc.), di passare da un ambiente all’altro. L’azione di una soglia è, quindi, quella di collegare, di mettere in comunicazione. Che lo faccia o meno dipende da noi e da altri tipi di soglie e limiti che possiamo metterci in condizione di attraversare mentre ci spostiamo tra spazi che offrono opportunità educative diverse.

Non solo soglie fisiche

Quali altre soglie collegano le esperienze educative che possiamo svolgere in ambienti diversi? Ovvero, quali limiti varchiamo superando la soglia in una direzione o nell’altra? Io ne vedo almeno tre, fortemente interconnessi: quelli culturali, quelli giuridici e quelli psicologici. Ammetto di aver cambiato l’ordine più volte, come per attribuire un’importanza diversa a ciascuno di loro e di non essere ancora soddisfatto.

Che vi siano soglie culturali è reso evidente dai numerosi movimenti di opinione e associazioni che negli ultimi hanno lavorato sul tema dell’outdoor education e dalla stessa attenzione che il mondo accademico ha posto su questo tema ideando anche percorsi formativi mirati1, ma anche dall’attenzione con cui i media trattano l’argomento o, semplicemente, dal diverso grado di stupore che genera la vista di studenti per le strade di borghi e città solitamente non destinazione del turismo scolastico. Ricordo ancora le persone che si affacciavano da case e negozi quando nel lontano 2013 le dieci classi della Scuola Primaria Pascoli di Pietrasanta (LU) attraversarono la cittadina, una dopo l’altra, per far nascere l’Orto del Giardino della Lumaca. Fu un vero e proprio evento. Eppure si trattava degli stessi bambini che nel pomeriggio avrebbero invaso le vie in cerca di una gelateria. Agli occhi delle persone, per quanto era consolidata l’idea che gli studenti dovessero stare dentro la scuola, sembrava in atto una vera e propria evasione.

Le resistenze o le pressioni dei genitori affinché a scuola o al nido si vada fuori sono un indicatore di una richiesta di attività all’aperto crescente, ma non sempre condivisa nella nostra società. Spesso l’appiglio sanitario diventa determinante con opposte fazioni di genitori, ma anche di insegnanti e educatrici, che sostengono tanto che ad andare fuori ci si possa ammalare di più, quanto l’esatto contrario.

Un altro segnale consiste nel fatto che, dopo decenni in cui il giardino della scuola è stato uno spazio trascurato o, al più, trattato alla stessa stregua di un comune parco pubblico, molte amministrazioni comunali e scuole stanno facendo importanti lavori di riprogettazione e miglioramento tesi ad aumentarne la funzione didattica. Tutto questo è, per chi come me crede nell’importanza di un’adeguata integrazione tra le pratiche educative svolte da un lato e dell’altro della soglia, incoraggiante. Credo, però, che finché avremo bisogno di distinguere l’outdoor education dalle altre modalità, ci sarà molta strada da percorrere.

È innegabile che ci siano delle soglie di natura giuridica che possono unire spazi educativi diversi, sia in senso assoluto (e contingente), sia in funzione di alcuni fattori culturali.

Una di queste è soglia che separa tutto ciò che è scuola dal resto del mondo e stabilisce un confine tra giurisdizioni e regole. Per esempio, il “Regolamento di Istituto” si applica all’interno della scuola e a chiunque vi acceda, ma non fuori da essa, salvo che per gli aspetti che regolamentano le uscite didattiche. Per queste è solitamente prevista una specifica autorizzazione dei genitori, mentre per andare nel giardino essa non è necessaria perché si è ancora a scuola. La presa in custodia degli studenti avviene al superamento di una soglia ben individuata, così come il passaggio della loro custodia a terzi. Lo stesso vale per i servizi educativi. In un paio di esperienze condotte in due nidi toscani ho vissuto la singolare situazione di dover attendere l’autorizzazione dei genitori per uscire in quello che tecnicamente era il giardino del nido, ma non risultava inserito nelle planimetrie degli spazi autorizzati. Mentre fisicamente non facevamo altro che superare il cancellino che metteva in comunicazione due settori dello stesso giardino, giuridicamente stavamo uscendo dal nido, come se fossimo andati nel parco cittadino più lontano.

È del tutto evidente che le responsabilità che scaturiscono dal quadro giuridico vigente all’interno della scuola sono completamente diverse rispetto a quelle vigenti altrove e che all’interno della scuola o del nido poco cambia a seconda che ci si trovi in un’aula o nel giardino. Eppure c’è un fattore culturale che interviene a modificare le cose. Poiché l’idea più consolidata è quella che l’educazione e l’insegnamento si facciano dentro, la possibilità di avere grane legali o assicurative in caso di infortunio all’interno e all’esterno è diversa. Nessuno chiederebbe mai conto del perché un bambino si trova in un’aula, ma del perché si trovasse fuori nelle specifiche condizioni che hanno generato l’infortunio sì. Cosa ci facevamo alle 10 del mattino sotto una lieve pioggerellina tra i cassoni dell’orto? Noi lo sappiamo bene che stavamo osservando le lumache, ma il dubbio che tra fare psicomotricità o algebra in un caldo interno e osservare gasteropodi in un freddo e umido esterno vi sia una differenza in termini di sicurezza ci assale e la nostra mente corre almeno alla giusta riga del PtOF, del progetto educativo o di un qualche documento ufficiale che possa farci da pezza d’appoggio per la difesa. Perché accade questo? L’orto o il giardino sono parte della scuola e un’attività didattica curricolare, magari condita dei sacri crismi del compito di realtà o della rigorosa applicazione pratica del metodo scientifico, sono fare scuola. Eppure molti di noi non ce la fanno a sentirsi “a posto”. Questo perché l’ambito culturale e quello giuridico dialogano di continuo, ma non sempre in accordo tra loro.

Probabilmente abbiamo già superato la terza soglia dell’elenco di apertura: quella psicologica. Quanto pesano il quadro giuridico e il contesto culturale nell’influenzare la nostra predisposizione a varcare le soglie che ci consentono di integrare le opportunità offerte dai vari ambienti di apprendimento? E questo peso non va oltre il necessario per creare una pressione psicologica che rende il nostro agire nei tempi formali dell’educazione e della scuola più incerto e timoroso? Io credo di sì, almeno a giudicare da come cambia il mio vissuto quando mi trovo all’interno del perimetro di una scuola con gli studenti o con i miei figli e i loro amici durante una scampagnata. Di solito, nel primo caso avverto la necessità di un insieme di valutazioni, azioni e precauzioni che vanno al di là di quanto sento normalmente necessario nella seconda circostanza. Non è una questione di responsabilità, anche perché so bene che, avendo qualche titolo in materia di accompagnamento, le responsabilità che derivano dall’affidamento a me di figli di terzi e, in qualche caso, anche di adulti2, diventa un gravame giuridico di non poco conto. Al pari di questa pressione, che induce ad un eccesso di cautele e ci rende più incerti, interagire con una comunità fortemente vocata al superamento delle soglie potrebbe produrre l’effetto esattamente opposto, cioè renderci fin tropo sicuri e condurci a sottovalutare qualche aspetto legato alla sicurezza. A me, per esempio, è successo di lavorare in una scuola in cui genitori e insegnanti condividevano l’accettazione di un livello di rischio assai superiore alla media. Potrei dire che la “ragionevolezza del rischio” in quel contesto era poco ragionevole per la sensibilità comune nella nostra società. Questo incoraggiava, indubbiamente, a cogliere il valore educativo di alcune situazioni. Tuttavia, non sono poche le circostanze in cui, come si suol dire, “è andata bene”, almeno al mio sguardo. Ogni volta che ci penso, mi vengono in mente le parole di un formatore di un corso sulla sicurezza seguito alla fine degli anni ‘90, un magistrato di cui non ricordo il nome, che diceva “ogni volta che vi sentite di poter dire che è andata bene, annotate un infortunio senza danno e analizzate le cose per capire che non basta sempre la fortuna”. Ecco, in quei casi siamo stati fortunati, ma anche un po’ sciocchi perché condividere un’irragionevolezza può condurci su un terreno altrettanto scivoloso, sia che l’uscita dalla ragionevolezza avvenga in una direzione o nell’altra. Per spiegarmi meglio, tra non cogliere un’opportunità educativa per evitare un rischio e correrne uno inaccettabile per fare un’esperienza educativa, a mio avviso, non c’è molta differenza. Lo spostarsi da una parte all’altra della soglia tra ragionevole e irragionevole è frutto di un fatto psicologico a sua volta influenzato dal quadro giuridico e culturale.

Ciò detto, sperando che il mio ragionamento abbia un’utilità, provo a chiedermi perché solitamente le tre soglie in questione vertano sulla sicurezza (e la responsabilità) e non sull’educare. Perché il nostro sguardo sembra saper mettere a fuoco solo da vicino (“Si faranno male i bambini?”) e non è capace di vedere lontano (“Cosa apprenderanno i bambini per la loro futura sicurezza?”)? Non ho una risposta, ma invito ognuno di noi a riflettere su questa domanda.

Le soglie come ecotono educativo

A questo punto della riflessione sento ancora più pressante l’invito a discernere tra soglie e muri, tra elementi che collegano e elementi che separano. Questo perché il rischio di sollevare le soglie per farne muri è alto. Derivando la nozione dalle mie conoscenze ecologiche, mi piace pensare che le tre soglie di cui ho appena parlato, le altre già citate e quelle che ho dimenticato, in quanto elemento di passaggio tra ambienti diversi, possano costituire un ecotono educativo.

Ecco la definizione di ecotono tratta da www.treccani.it: “in ecologia, zona di transizione (e di tensione) fra due o più comunità biologiche diverse (per es., foresta e prateria, fondo roccioso e fondo melmoso del mare, ecc.), in cui si trovano organismi propri delle comunità confinanti, ma anche altri, esclusivi della zona stessa”. Uno dei motivi per cui si parla molto di ecotoni è che costituiscono ambienti di eccezionale ricchezza biologica e, purtroppo, sottoposti a forte minaccia umana in molte parti del pianeta. Pensiamo, per esempio, a che fine hanno fatto gli ecotoni costieri delle nostre riviere più vocate al turismo.

La definizione di ecotono educativo potrebbe essere questa: zona di transizione (e di tensione) fra due o più ambienti fisici o pedagogici diversi (per es., dentro e fuori, prato e cortile, giardino e mensa, propensione e diffidenza, ecc.), in cui si possono cogliere opportunità proprie delle realtà confinanti, ma anche altre, esclusive della zona stessa. Credo sia piuttosto facile comprendere l’analogia con l’econotono biologico: anche le soglie, nel loro complesso, sono un ambiente di eccezionale ricchezza educativa, ma sono sottoposte a forte minaccia umana. Pensiamo, per esempio, a che fine può fare l’educazione quando le soglie diventano muri invalicabili.

Se l’ecologia ci suggerisce l’importanza e la necessità di ridurre le pressioni che portano ad alterare, semplificare e distruggere gli ambienti ecotonali, possiamo cogliere lo stesso suggerimento per l’ecotono educativo e cercare di valorizzarlo. Potrebbe, addirittura, diventare un nostro osservatorio privilegiato, trasformando la soglia nella comoda seduta o nell’intrepido trampolino da cui osservare ciò che sta da una parte e dall’altra per poi decidere in quale direzione muoversi per cogliere le migliori opportunità. Sarà un movimento che non conosce la nozione di senso unico ma, piuttosto, quella di osmosi, di graduale e utile passaggio da un ambiente all’altro, da un lato all’altro della soglia, senza trascurare l’importanza di abitarla.

Oltre la soglia, in cerca di natura con qualche appiglio pedagogico

Se di osmosi dovrà trattarsi, in molte realtà educative e scolastiche ad oggi sembra vigere o almeno prevalere un senso unico alternato che prevede di superare la soglia per entrare nell’edificio, svolgere l’attività educativa e didattica per lo più all’interno e, quindi, invertire il senso unico per uscire e tornare alla vita extrascolastica. È a fronte di tale situazione che in questo paragrafo andrò in cerca di appigli pedagogici per il superamento della soglia in cerca di natura, quindi in direzione del giardino e, come suggerirò nel prossimo capitolo, di quello che c’è oltre. Lo farò attraverso una riflessione guidata da una serie di citazioni di chi è pedagogista o figura importante del panorama educativo a me visibile. Mi si perdonerà se il mio sguardo non arriva sufficientemente lontano o se, qualche volta, attingerò da chi dice cose per me interessanti, anche se vive e lavora in altri mondi.

Inizierò, anzi, proprio da chi si occupa di ben altro, cioè con Giuseppe Barbera, docente di colture arboree all’Università di Palermo, che scrive quanto segue: “se osserva un albero con un maestro o un genitore attento, un bambino apprende storie di paesi lontani, viaggia con la fantasia, ritorna alle favole, applica nozioni di botanica, zoologia, ecologia anche tra gli spazi di un marciapiede di cemento” (Barbera, 2017). In fondo, attraversare le soglie del nostro ecotono educativo per andare fuori in cerca di natura può voler dire creare proprio queste condizioni: valorizzare ciò che abbiamo a disposizione, anche un marciapiede di cemento, per offrire ai bambini l’opportunità di apprendere e per sostenerli con grande attenzione in questo processo. Il potere evocativo e metaforico degli alberi (Pollan, 1991-2016) incoraggia in questa direzione, ma anche l’incontro con un filo d’erba o con una formica valgono la pena di provarci. Angela J. Hanscom ci ricorda che “nella natura i bambini imparano a correre dei rischi, a superare le paure, a farsi nuovi amici, a regolare le emozioni, a creare mondi immaginari” (Hanscom, 2017) e che il ruolo degli adulti che offrono tempo e spazio per attività quotidiane di gioco all’aria aperta è fondamentale.

Già, tempo e spazio, due realtà talora tiranne o, come tendo a pensare, trattate con tirannia da una società che spesso perde i riferimenti più importanti, come il valore del tempo che si dedica a ciò che si fa. Tutto deve essere veloce. Anzi, tutti dobbiamo imparare che veloce è più bello, più funzionale, più non si sa bene cosa. Stranamente, nella civiltà che si consacra alla velocità, uno degli indicatori del benessere è la durata della nostra vita. Avere molto tempo per vivere e fare le cose velocemente a me sembra un controsenso e, in accordo con le parole di Franco Lorenzoni, andare oltre la soglia può essere una buona occasione per evitare di imitare ciò che accade nella società e, almeno nel mondo educativo e scolastico, operare per contrasto trovandovi un luogo in cui, mentre tutti corrono, poter andare lenti. Del resto, procedere lentamente è un modo per aumentare le possibilità che arrivino tutti e per incontrare davvero qualcosa. Per questo “bisogna dare ai ragazzi il tempo di perdere tempo” (Lorenzoni, 2014) e, forse, pensare che “il tempo perso in realtà è un tempo biologicamente necessario” (Zavalloni, 2008). Il tempo offerto dagli adulti ai bambini oltre la soglia, anche quando agli occhi della società che corre veloce sembra perso, è infatti una delle condizioni che trasforma gli spazi educativi in contesti nei quali i bimbi possono farsi carico della propria educazione, apprendendo per propria iniziativa, condizione peraltro tipica del gioco libero, attività cui restituire valore anche quando si lavora con i più grandi, e che consente apprendimenti altrimenti impossibili (Gray, 2013).

Quali sono gli spazi utili per educare in e alla natura? Secondo Andrea Ceciliani (in Agostini-Farné, 2014), “l'educazione all'aperto non richiede spazi particolari, ma una predisposizione mentale da parte dell'adulto”. In tal senso, una delle cose da fare è evitare di subordinare il tentativo di educare oltre la soglia alle caratteristiche di ciò che vi si trova, cercando invece di valorizzare il ruolo di queste ultime. Non importa, cioè, se vi siano un prato o una pavimentazione, un albero o una pianta in vaso, una recinzione o una siepe, un parco o un bosco, ma come gli adulti si predispongono a sfruttare le opportunità offerte da questi elementi, senza trascurare piccole trasformazioni da operare nel tempo per migliorare gradualmente gli spazi, senza dover subire anche i limiti delle ristrettezze economiche. È così che ciò che sta ai due lati della grande soglia che divide il dentro dal fuori può creare la privilegiata condizione per cui “l'ambiente esterno è l'aula a cui attingere sul piano dei campi di esperienza”, mentre lo spazio interno può costituire l'ambiente in cui “si sedimentano e si elaborano le esperienze” (Agostini-Farné, 2014). Provo ad aggiungere un personalissimo “senza trascurare la possibilità che i ruoli possano invertirsi”. Come scrive Alessandro Bortolotti (in Agostini-Farné, 2014), l’ambiente esterno, se popolato da adulti attenti ai loro fabbisogni, diviene quello in cui il bambino “sperimenta la propria autonomia, che è libertà di agire non in senso assoluto, ma nelle condizioni che l'ambiente pone, nel rapporto concreto tra possibilità e limiti”. Mi viene da suggerire “in un rapporto concreto con la realtà” che metta al centro il bambino chiedendosi “non soltanto ciò che al bambino serve oggi, ma ciò che a quel bambino di oggi servirà un giorno” (Michela Schenetti in Agostini-Farné, 2014). Questo può costituire una svolta epocale, soprattutto per quanto riguarda l’accettazione dei rischi che caratterizzano l’educare oltre la soglia. Rischi non aggiuntivi, come spesso si ritiene quando si è abituati a stare dentro, ma costitutivi, caratterizzanti e di valore formativo proprio in prospettiva futura. Scoprire da bambini che sul ghiaccio si scivola, che stare al sole può provocare disagio e malessere, che alcuni insetti sono pericolosi e altri no o che esistono piante velenose dentro le quali poter giocare e nascondersi, costruisce un patrimonio di conoscenze e competenze che ci rendono adolescenti e adulti capaci di vivere nel mondo, che non è un luogo sempre protetto e sicuro, senza farci schiacciare dalla paura.

Stare fuori, nella natura che c’è oltre la soglia, non necessariamente straordinaria, ma presente nel quotidiano, quindi capace di insediarsi intimamente in noi, consente anche quella necessaria immersione nell'ambiente che dà ai bambini “la possibilità di osservare, sperimentare e attribuire un senso al contesto in cui si trovano, quel senso che permetterà loro di decidere se e come prendersene cura” (Schenetti in Agostini-Farné, 2014). È, infatti, oltre la soglia, diretti all’esterno, che si può maturare, conoscendola per come ci viene offerta, una qualche forma di rispetto e convivenza pacifica con la natura, una percezione dell’ambiente naturale come propria casa. A ben pensarci, oltre la soglia è più facile scoprire che la realtà non è divisa in livelli, ma che “i livelli in cui la scomponiamo, gli oggetti in cui la dividiamo, sono modi in cui la natura correla in noi” e che “la separazione della realtà in livelli è relativa al nostro modo di interagire con essa” (Rovelli, 2020). Se, come suggeriscono Monica Guerra, Claudia Ottella e Sara Vincetti, “i bambini non pensano per discipline, ma si interrogano su un mondo intero e non frammentato” (Guerra, 2017), oltre la soglia troviamo l’opportunità di costruire modi nuovi in cui la natura correla in noi, cogliendo anche “la possibilità di confrontarci con il sistema complesso che sta alla base di ogni altra complessità con la quale abbiamo a che fare nel quotidiano” (Bertolino e Perazzone in Guerra, 2017). Ciò richiede “un approccio metodologico in cui il ruolo dell'adulto (…) non è più quello dell'insegnante che propone quesiti o dell'educatore che indica attività, ma diventa quello dell'adulto capace di stare ad ascoltare l'interesse e le domande spontanee dei bambini” (Guerra, Ottella, Vincetti in Guerra, 2017) garantendo quel livello di esplorazione del mondo che dona unicità e sorpresa alla nostra esperienza, “condizione di ben altro impatto formativo che far posto a dati accessori, estranei alle emozioni, e come tali destinati a dissolversi in breve senza lasciare in noi alcun segno” (Stefano Sturloni in Guerra, 2017). Tale approccio richiede di accogliere anche ciò che, a volte, agli adulti non piace, come l’apparente disinteresse dei bambini e dei ragazzi per ciò che viene proposto. In tal senso, mentre educhiamo in e alla natura dobbiamo tenere presente che noi umani, anche da bambini, “siamo orientati a cogliere quello che ci interessa comprendere, magari in un preciso momento, e a lasciarci sfuggire ciò verso cui non siamo indirizzati o per cui non siamo predisposti” (Bertolino e Perazzone in Guerra, 2017). Questo, nella natura che “si offre all'esplorazione sia sul livello micro che sul macro a seconda dello stile osservativo e del desiderio di relazione individuale

di ciascuno” (Malavasi, 2013) determina uno scenario talora scomposto e apparentemente disorganizzato del nostro star fuori educativo, molto disallineato da un’idea di controllo e ordine geometrico della distribuzione dei corpi che ereditiamo da un certo modo di fare scuola, secondo me un po’ violento e vicino a logiche di intruppamento quasi militari. Eppure, in un disarticolato gruppo di bambini che si muovono oltre la soglia, nella natura che c’è, si riconosce la radicale assenza di certezze, l’apertura al dubbio e la forza del pensiero scientifico, “pensiero della curiosità, della rivolta, del cambiamento”, nonché una moltitudine di sguardi e prospettive interne al mondo che si riflettono a vicenda (Rovelli, 2020). È probabilmente per questo che “nella vita outdoor le esperienze educative si possono ritenere accurate quando si costruiscono e si modellano con una certa artisticità e artigianalità a partire dall'imprevedibilità della relazione con i bambini” (Michela Schenetti in Agostini-Farné, 2014), soggetti propensi ad esercitare il proprio diritto ad una prospettiva personale, e tra i bambini e l’ambiente, sempre in reciproco influenzamento, come accade quando una farfalla attrae un bimbo e questa vola via perché ne percepisce la presenza. Cogliere le opportunità educative offerte dalla natura significa, cioè, adattare continuamente il proprio agire in un instabile equilibrio tra ciò che abbiamo programmato e ciò che si presenta imprevedibilmente e si offre solo in quel momento. I livelli di imprevedibilità sono molteplici ed interagenti. Ci si può presentare una circostanza realmente straordinaria oppure qualcosa di prevedibile nella propria natura, ma non programmabile, né valorizzabile in un momento successivo (la farfalla, un arcobaleno) e la reazione dei bambini può essere la più variabile, da un incantato entusiasmo alla paura più estrema. È in quel momento, però, che dobbiamo decidere cosa fare e come farlo, che la nostra esperienza e le nostre capacità di agire come artisti e artigiani dell’educazione possono consentire di cogliere l’opportunità che si presenta, con l’ulteriore sfida di saper cogliere ciò che davvero aggiunge qualcosa in termini di apprendimenti, senza cadere nella trappola di lasciarsi distrarre da tutto e non lasciarsi attrarre da niente.

Ancora, ci è richiesto di cogliere, rispettare e condividere la capacità che ha il bambino di immergersi “nella natura come parte integrante delle attività, non come paesaggio, ma come autentica esperienza sensoriale” (Andrea Ceciliani in Agostini-Farné, 2014), immersione che protrae a lungo, talora in modo sorprendente e contrastante con le nostre routine temporali, coinvolgimento, impegno e concentrazione in attività spontanee senza che appaiano affaticamento, noia o nervosismo (Michela Schenetti in Agostini-Farné, 2014). Non di rado, un adulto attento va in conflitto con se stesso nel tentativo di mettere insieme il mosaico di universi temporali che si genera nel gruppo dei bambini e i tempi che organizzazione e logistica della comunità educante (il nido, la scuola, ecc.) impongono in nome del buon funzionamento della macchina educativa. A me accade spesso quando i bambini mi donano il proprio spontaneo storytelling, la restituzione di saperi ed esperienze che si fa appagante condivisione, che stimola la passione dei piccoletti che si trovano davanti ai miei occhi, momento nel quale “l'esperienza del movimento, dell'entrare in relazione con gli elementi naturali, osservare, coltivare, raccogliere, costringe il bambino a trovare nuovi modi per esprimersi, nuove domande, nuove connessioni simboliche” (Michela Schenetti in Agostini-Farné, 2014). È un momento in cui la sfida comunicativa li fa crescere nella relazione e nell’esercizio dell’importanza della condivisione dei linguaggi ed è un frangente che, a mio modo di vedere, condivise tutte le esigenze di natura logistica e senza che si debba mettere in crisi il sistema inducendo la narrazione in momenti non appropriati (ma chi lo decide quando sono davvero appropriati?), merita rispetto e vale ben la pena di realizzare un piccolo ritardo per sospingere un momento di grande importanza evolutiva per la persona che sta di fronte a noi.

Tempi, spazi, adulti. E loro, i bambini? Non posso certo avventurarmi su un terreno così difficile, non avendo alcuna competenza, ma posso prendere nuovamente in prestito la parole di altri. Lo faccio con quelle di Silvia Imperiale e Valentina Monsenchio nel libro “Materie intelligenti” (Guerra, 2017).

“L'approccio tangibile e avalutativo della natura rimanda ai bambini una percezione di competenza, li invita a esporsi, a buttarsi in nuove esperienze, proprio come si fa quando si condivide qualcosa con gli amici”, dicono le due autrici. Ma c’è di più: “se i bambini lavorano in gruppo nell'ambiente naturale (…) si possono osservare in loro forme di cooperazione e solidarietà, una percezione e un riconoscimento dell'altro come soggetto competente”. Fuori, oltre la soglia, quando aboliamo il senso unico alternato citato all’inizio di questo capitolo, i bambini possono trovare, costruire e mantenere fin quando saranno ragazzi e ragazze e, infine, adulti una dimensione che sostiene e sollecita gli apprendimenti, la loro condivisione e lo sviluppo di forme di cooperazione che potranno risultare decisive per lo stesso futuro dell’umanità.

Oltre la soglia, pertinenti e senza errore

Mi piace chiudere questo capitolo con un aneddoto e un invito.

L’aneddoto risale a qualche anno fa quando lavoravo in una scuola privata ospitata in una bellissima villa e munita di grandi spazi verdi, tra i quali l’antico giardino segreto che ospitava l’orto da me curato insieme ai bambini. Una mattina d’inverno una bambina della scuola dell’infanzia, approfittando del tempo perso da me e dall’insegnante di turno che chiacchieravamo del nulla, iniziò a strappare le grosse foglie di una pianta erbacea e a infilzarle nei rami secchi di un arbusto. Percependo che stava succedendo qualcosa di particolare, io e la maestra allungammo la nostra chiacchierata. Ben presto la bambina accolse l’aiuto di altri bambini e la parte bassa dell’arbusto fu rivestita di verde. Fu a quel punto che venne da me a chiedere aiuto. Chiesi cosa dovessi fare e mi fu risposto che avrei dovuto proseguire il lavoro laddove i bambini non riuscivano ad arrivare. Eseguii, poi chiesi cosa stessimo facendo. Con un volto pieno di stupore, quasi incredula, la bambina mi rispose “curiamo la pianta, no?”. Chiesi maggiori spiegazioni e mi fu detto che la pianta stava male e aveva perso le foglie. Il nostro lavoro consisteva nel rimetterne di nuove cosicché la pianta potesse guarire.

Ad un adulto una spiegazione del genere può far sorridere, ma io presi la cosa molto seriamente e ricordai le parole del già citato Stefano Sturloni in un convegno. Riconobbi così la pertinenza espressa dai bambini. Certo, nel tentativo c’erano dei grossolani errori di natura tecnica, ma col germe di un’idea che ha applicazione ordinaria in agricoltura: l’innesto. In quel caso specifico non sarebbe mai riuscito e non lo usiamo di certo per restituire alle piante le foglie perse nella stagione invernale, ma l’operazione non era del tutto folle. Soprattutto, c’era il riconoscimento da parte dei bambini dell’appartenenza dell’albero e delle piante erbacee ad uno stesso regno vivente. In questo c’era pertinenza. Solo dopo mi resi conto che anche io avevo imparato qualcosa in quel momento: il tempo perso dagli adulti era stato una ghiotta occasione di apprendimento, non solo per i bambini. Questo accade quando si saltella da una parte all’altra della soglia e, soprattutto, quando ci si ferma su di essa per cogliere le opportunità dell’ecotono educativo.

Mentre rileggo quanto scritto fin qui mi assale un timore: nonostante le dichiarazioni di intenti, la mia propensione ad attraversare l’ecotono, anzi, ad accompagnarvi educatrici e bambini tende a portarci fuori, esattamente come questo libro. C’è un rischio in tutto questo, cioè quello di cadere in una sorta di delirio che ripristina il senso unico alternato orientandolo prevalentemente verso l’esterno, bollando come inadeguato tutto ciò che può accadere dentro o con l’uso di tecnologie moderne. Lavorando e vivendo con dei nativi digitali credo sia un rischio da non correre, ma che sia opportuno ricordare che l’ecotono educativo va attraversato in lungo e in largo, percorrendolo in entrambe le direzioni, tenendo la libertà per tutti, bambini inclusi, di poter scegliere ciò che ognuno considera migliore. Uno dei nostri scopi è dare ai bambini la possibilità di conoscere tutte le opzioni tra cui scegliere e lasciare intendere che un mix tra più possibilità potrebbe dare i maggiori vantaggi. Questo potrebbe essere il non errore da compiere.


Bibliografia

Agostini Francesca, Roberto Farné, Outdoor education – l’educazione si-cura all’aperto, Edizioni Junior - Spaggiari editore, Parma 2014

Barbera Giuseppe, Abbracciare gli Alberi, Il Saggiatore, Milano 2017

Bertoncini Emilio, L’orto delle meraviglie, MdS editore, Pisa 2015

Gray Peter (2013), Lasciateli giocare, Einaudi editore, Torino 2015

Guerra Monica (a cura di), Fuori, suggestioni nell’incontro tra educazione e natura, Franco Angeli Editore, Milano 2015

Guerra Monica (a cura di), Materie intelligenti – il ruolo dei materiali non strutturati naturali e artificiali negli apprendimenti di bambine e bambini, Edizioni Junior - Spaggiari editore, Parma 2017

Hanscom Angela J., Giocate all’aria aperta!, Edizioni Il Leone Verde, Torino 2017

Lorenzoni Franco, I bambini pensano grande – cronaca di un’avventura pedagogica, Sellerio editore, Palermo 2016

Malavasi Laura, L’educazione naturale nei servizi e nelle scuole dell’infanzia, Edizioni Junior – Spaggiari editore, Parma 2013

Pollan Michael, Una seconda Natura, Adelphi edizioni, Milano 2016

Rovelli Carlo, Helgoland, Adelphi edizioni, Milano 2020

Zavalloni Gianfranco, La Pedagogia della Lumaca, EMI, Bologna 2010

2Vogliamo parlare di un giapponese che non mastica una parola di italiano e che quando si muove con me nel bosco potrebbe non avere modo di sapere dove si trova e di come potrebbe chiamare i soccorsi?