Un'idea di consapevolezza alimentare

Post liberamente tratto da "Orticoltura (eroica) urbana", libro del curatore del blog disponibile su www.mdseditore.it.


Scelte e consapevolezza

Cerco tra vocabolari e dizionari la definizione di consapevolezza e più lo faccio, più mi sembrano inadatti i risultati della ricerca. Poiché vorrei essere certo che chi legge comprenda ciò che dico, spendo qualche riga a spiegare cosa intendo per consapevolezza.

La consapevolezza è fatta di almeno due cose: conoscenza e capacità di porsi domande prima di fare delle scelte. Non posso maturare consapevolezza se non conosco l'argomento su cui divenire consapevole. Conoscere l'argomento, però, non mi rende consapevole. Al massimo mi dà gli strumenti per capirlo. Divengo consapevole quando, prima di compiere un gesto, mi pongo delle domande, rifletto e giungo a una scelta. Spesso, forse sempre, sono domande particolari, domande che, più che i saperi, tirano in ballo dei valori intesi nell'accezione morale del termine. Domande e valori si modificano in funzione del contesto e delle condizioni in cui faccio una scelta.

Provo a chiarire facendo un esempio.

Mia figlia Luna ha la fortuna di esser nata a fine luglio e il suo compleanno è l'occasione per organizzare una piccola festa in giardino*. Invitiamo i suo amici, soprattutto compagni e compagne di scuola, qualche amico di famiglia, i vicini (non tutti!) e qualche parente.

Fin da ragazzino ho avuto una certa propensione per i temi del rispetto dell'ambiente ed è per questo che, e in occasione del compleanno, pur aumentando in modo significativo i costi dell'operazione, posate, bicchieri e piatti sono di materiale compostabile. Fornisco contenitori in cui gettare i rifiuti divisi per categorie (carta, plastica, umido, tutto il resto) e un pennarello indelebile per scrivere il nome sui bicchieri che, intenzionalmente, sono forniti con una certa parsimonia per indurre a un uso ragionato. A fine serata, gli invitati hanno prodotto una certa quantità di rifiuti e devi sapere che passo almeno un'ora della notte a selezionare i rifiuti gettati alla rinfusa nei diversi contenitori predisposti per la raccolta differenziata.

I primi anni mi chiedevo perché in molti non riuscissero a rispettare i criteri di differenziazione dei rifiuti, poi mi sono dato una risposta. La risposta è che gettare un rifiuto nel cestino per molti è un gesto non consapevole. Non lo è perché siano “cattivi” o perché non sappiano nulla di problemi ambientali, lo è perché per lo più veniamo addestrati a fare delle cose anziché educati a fare delle scelte

Ognuno degli amici e parenti che partecipano alla festa di compleanno di Luna conosce il significato di rifiuto. Ognuno di loro sa che non si butta tutto per terra per evitare di lasciare il giardino sporco. Ognuno di loro sa che esiste la raccolta differenziata. Molti di loro sanno che la raccolta differenziata è la premessa per ridurre l'impatto del nostro vivere sul pianeta e per poter recuperare dei materiali per produrre nuovi oggetti, quindi per risparmiare le risorse limitate che ci offre il pianeta. Molti di loro comprendono il perché del pennarello indelebile: se ognuno scrive il nome sul bicchiere può riusarlo più volte, se non per l'intera serata, evitando di consumarne trecento per una cinquantina di persone. In definitiva tutti sono persone informate sui fatti. Aggiungo che quasi tutti sanno due altre cose: che io sono sensibile a questi aspetti e che spesso all'attenta divisione dei rifiuti alla fonte non segue altrettanta attenzione da parte di chi gestisce il servizio di ritiro e gestione dei rifiuti urbani.

Se le persone che passano una serata con me e la mia famiglia, serata che per me è sempre piacevole perché io poi passo un'ora a ri-selezionare i rifiuti?

Perché molti sbagliano la domanda che si pongono quando decidono di buttare i rifiuti. Essi, infatti, si chiedono: «Butto tutto per terra tanto qualcuno pulirà o getto tutto nel cestino per facilitare il conferimento dei rifiuti nel cassonetto più vicino?». Sono un uomo fortunato e tutti rispondono gettando i rifiuti nel cestino. La raccolta differenziata, però, fallisce completamente. A volte, scherzando, lo faccio notare e qualcuno mi dice che «tanto te dividi e poi loro rimettono tutto insieme». Io rispondo che se non dividiamo i rifiuti per bene diamo a loro un alibi perfetto per rimescolare tutto e rendere la massa dei rifiuti indifferenziata e non riciclabile.

Se dico che la domanda è sbagliata vuol dire che potrebbero esisterne di migliori. Provo ad elencarne alcune.

Cosa potrebbe diventare lo scarto di cibo che sto buttando? Potrebbe essere ancora utile? È realmente uno scarto?

Come si potrebbe riutilizzare il bicchiere che sto buttando o il materiale che lo compone?

Cosa potrebbe fare Emilio con la carta che sto gettando? Se non lui, chi potrebbe trarne un'utilità?

Che relazione c'è tra il quaderno in carta riciclata che compro a mio figlio e il piattino che ho in mano?

Come potranno influenzare il domani di mio figlio le posate che getto nel cestino?

Potrei continuare, ma mi fermo perché non è di rifiuti e di raccolta differenziata che voglio parlare, bensì di consapevolezza.

Se tutto ciò che sanno i miei graditissimi ospiti (loro da oggi mi vorranno meno bene, però io continuerò a invitarli perché sono persone piacevoli e in gamba) in merito ai rifiuti generasse una scelta passando attraverso queste (e altre) domande, la loro scelta muterebbe. Probabilmente cambierebbe anche qualche loro abitudine d'acquisto orientandosi verso quei prodotti che generano meno rifiuti. Sì, perché certe domande possiamo porcele quando, di fronte a uno scaffale, dobbiamo scegliere quale prodotto acquistare.

Ecco, per me la consapevolezza è questo: saper compiere delle scelte sulla base di domande che investono il piano morale e che necessitano conoscenza e informazioni senza che la conoscenza si trasformi in procedura operativa, cioè in un gesto che si esegue meccanicamente.

C'è una bella differenza tra fare la raccolta differenziata dei rifiuti perché il servizio di raccolta è organizzato così (una cosa sulla quale sono informato) e farla perché questo assicura un futuro migliore alla nostra comunità, magari aggiungendo scelte d'acquisto che la favoriscono o che favoriscono la riduzione dei rifiuti prodotti. Questa differenza io la chiamo CONSAPEVOLEZZA.


Consapevolezza alimentare

Se mi hai seguito fin qui, posso provare ad andare oltre parlando di un tipo particolare di consapevolezza, quella alimentare.

La consapevolezza alimentare scaturisce dalle domande che posso associare alle scelte che faccio in campo alimentare.

Ognuno di noi compie delle scelte che riguardano sia la propria persona, sia gli altri. In una famiglia riguardano i figli, il coniuge, i fratelli, i genitori, gli zii, ecc. In un'azienda che fa ristorazione, magari collettiva, le scelte ricadono su un numero grande, a volte molto grande, di persone. Nell'amministrazione di un servizio pubblico, penso alle mense ospedaliere o scolastiche, la ricaduta è su migliaia di persone, spesso con esigenze particolari, come bambini, anziani, malati. Se produciamo cibo che va sul mercato, magari nella GDO**, certe scelte, come quella della farina con cui si fanno la pasta o i biscotti, possono ricadere su centinaia di migliaia di persone.

Voglio soffermarmi su un aspetto: la ricaduta di certe scelte non è solo a valle, cioè non riguarda solo chi mangerà certi alimenti, bensì anche a monte.

Sul fatto che le ricadute siano a valle non è facile avere dubbi: se metto in tavola un pane salato o insipido, se do uno yogurt biologico oppure no, se friggo in un olio extravergine di oliva e in un olio di semi tra i più scadenti ed economici, chi mangerà subirà le conseguenze della mia scelta. Non ha molte alternative sul momento. In alcuni casi potrà scegliere. Cosa mangiano i miei figli a casa sostanzialmente dipende dalle mie scelte. Cosa mangiano alla mensa scolastica dipende esclusivamente da un rapporto contrattuale tra l'amministrazione comunale e il gestore della mensa. Quale frutta secca e di quale provenienza sia lo decide il responsabile acquisti del mio supermercato di fiducia, soprattutto se la mia pigrizia mi appiattisce sulla frequentazione di quel solo esercizio commerciale.

In questo momento, però, preferisco concentrarmi su come ci siano ricadute a monte delle mie scelte alimentari. Lo faccio facendo arrabbiare mia moglie*** che, quando mi prepara la lista della spesa, scrive voci estremamente generiche come “mele” o “peperoni”. Spesso scrive con un certo automatismo e sulla base di cosa vorrà cucinare nei giorni seguenti. Così i “fagiolini” capitano indistintamente a luglio e a gennaio. Al mio ritorno spesso assume l'espressione di chi non è soddisfatto e quasi sempre la accompagna con la frase «Non c’è niente da fare: se non me la faccio da sola, la spesa non mi soddisfa».

Se mi metto nei suoi panni, la capisco e le esprimo solidarietà, ma io, mentre faccio la spesa, mi pongo delle domande basate su una mia personale consapevolezza. Sono domande semplici che ho il vantaggio di poter formulare grazie a una laurea in scienze agrarie (a qualcosa dovrà pur servire una laurea!) e alle riflessioni che mi hanno portato ad occuparmi di educazione ambientale e alimentare. Le mie domande sono di questo tenore:

Dove sono prodotti e cosa sono i cibi che compro e i loro ingredienti?

Quanta strada percorrono e come la percorrono?

Se si tratta di ortaggi o frutta fresca, sono di stagione nel luogo in cui vivo o almeno nel mio paese?

Quali ricadute ha la loro produzione sul territorio da cui provengono?

Chi lavora nel processo produttivo e di trasporto?

C'è un prodotto alternativo il cui confezionamento riduce i rifiuti?

Forse ce ne sono altre, ma non c'è alcun bisogno di proseguire l'elenco: ciò che fa arrabbiare chi scrive la lista della spesa è il risultato finale delle scelte scaturite da queste domande, e cioè il fatto che compro cose diverse da quelle che comprerebbe lei che, al contrario, si interroga soprattutto sulle ricadute a valle. Io, invece, per sua sfortuna penso molto a come cambiano gli scenari che stanno a monte.

Così compro i fichi secchi dell'Egeo****, maledicendo il fatto che non ne trovo di toscani, anziché quelli californiani perché preferisco alimentare l'economia di un paese europeo e riduco l'impatto del trasporto del prodotto. Tra le mele scelgo quelle di una varietà bruttina ma che so, o immagino essere, più resistente alle malattie, quindi meno bisognosa di trattamenti antiparassitari, e appartenente a una di quelle varietà che rischiano di scomparire se le nostre scelte di acquisto si omologano al modello "mela di Biancaneve secondo Disney". Nell'acquisto delle uova mi assicuro che si tratti di uova fatte da galline allevate a terra. Di fronte alle brioches preferisco quelle prodotte in Toscana a quelle prodotte in altre regioni italiane. E l'olio, oltre che extravergine d'oliva, lo scelgo almeno italiano, se non toscano. Le arance le preferisco siciliane anziché spagnole perché preferisco alimentare l'economia italiana rispetto a quella spagnola. Compro gli spaghetti di Libera per aiutare il rispetto della legalità laddove ci sono organizzazioni mafiose. Di nuovo, potrei proseguire a lungo.

Le scelte alimentari, dunque, hanno ricadute a monte e a valle: in una qualche zona montana d'Italia qualcuno presidierà il territorio producendo mele biologiche grazie al mio acquisto e i miei figli saranno educati a mangiare (o almeno a vedere nella fruttiera) mele che esprimono un'identità culturale che è la nostra e non quella made in USA. Intanto la mela da agricoltura biologica non avrà i residui di alcuni fitofarmaci utilizzati altrove e i miei figli mangeranno meglio, mentre la comunità in cui vive il produttore delle mele avrà almeno una famiglia con delle opportunità di reddito, quindi ci saranno meno probabilità che qualcuno debba andarsene a vivere altrove. Questo si trasforma in una garanzia di tenuta del tessuto sociale e di tutela del territorio.

Quanto ho appena descritto non è solo una forma (migliorabile) di consapevolezza alimentare, ma qualcosa di più: è quella che io considero la strada per il futuro, e cioè una ridefinizione del destino delle nostre comunità e del nostro territorio legata alle nostre scelte alimentari. Be', in realtà il concetto può essere esteso ben al di là del comparto alimentare, ma l'alimentazione crea un legame stretto e immediato con l'agricoltura, cioè con la più diffusa ed economica forma di gestione del territorio, e con le comunità rurali.

Ho calibrato il ragionamento su di me perché vorrei condividere un principio molto semplice: sono le nostre scelte che influenzano un certo modo di essere del mondo. Se deleghiamo ad altri le nostre scelte alimentari, il nostro paesaggio, il tessuto sociale del nostro paese, la salute dei nostri figli (e la nostra), tutte queste importanti cose saranno indirizzate e determinate da altri. Se scegliamo da soli con un pizzico di consapevolezza daremo un piccolo contributo a un mondo diverso grazie alle ricadute delle nostre scelte sia a valle, sia a monte. Io sono Emilio e sono uno solo, ma se da domani anche una sola persona legge questo post e cambia idea saremo due. Se quella persona parla con una terza persona e anche questa diviene consapevole, saremo in tre. Pian piano diverremo milioni e la forza del cambiamento sarà enorme.


Orti urbani: cosa sono e quanti tipi ne esistono?

Si definiscono orti urbani le coltivazioni di ortaggi non destinate alla vendita che si collocano in spazi urbani. La natura urbana, però, non è definita sulla base di norme urbanistiche o di tratti architettonici o paesaggistici, bensì in relazione agli stili di vita delle persone che li coltivano. In tal senso, sono urbani anche gli orti che nascono in alcuni borghi rurali nei quali l'agricoltura professionale fa da sfondo alla vita delle persone senza caratterizzarla. La coltivazione degli orti urbani può avvenire per scopi vari e diversi potendo essi assolvere a funzioni differenti. E' per questo che, sulla base di una proposta avanzata nell'ormai lontano 2014, possono essere classificati nelle categorie di seguito descritte.


Orti privati

Coltivazione di ortaggi su un balcone.

Sono spazi vicini all'abitazione di chi li coltiva che ospitano ortaggi destinati al consumo fresco o alla trasformazione per il consumo dopo un periodo di conservazione. Spesso vi si coltivano anche piante annoverate tra i seminativi o tra le colture industriali, come il mais e il girasole. Possono essere orti in pieno campo nati su scampoli di terreno non edificato o sulla resede delle abitazioni oppure orti in contenitori di varia natura posizionati sui balconi o nei cortili. Fanno parte di questa categoria gli orti di cui si dotano i ristoranti e quelli coltivati in realtà condominiali su appezzamenti di terra di proprietà esclusiva. Sono, invece, orti condominiali condivisi quelli che vengono coltivati in forma collettiva negli spazi condominiali comuni.


Gli orti sociali di Palmanova (UD)
Orti sociali

Si tratta di terreni di proprietà pubblica preventivamente divisi in appezzamenti di misura definita (30-80 metri quadrati), forniti di alcuni servizi base, come l'allaccio a un impianto irriguo, e il cui utilizzo è specificamente regolamentato. Sono affidati in concessione a privati cittadini, associazioni, scuole e altre organizzazioni. Tale affidamento è temporaneo per periodi di 3-5 anni e prevede tanto la corresponsione di un canone, quanto il rispetto di uno specifico regolamento. Quest'ultimo prevede limiti all'impiego di sostanze chimiche, alla realizzazione di opere murarie, al posizionamento di manufatti e arredi (es. casette utilizzate come rimesse attrezzi) e allo sviluppo in altezza di colture e pali tutori per evitare l'ombreggiamento tra i lotti. Di solito non è consentito l'allevamento di animali. Talora esistono edifici o spazi d'uso comune tra gli assegnatari. Generalmente i singoli appezzamenti non hanno una vera e propria recinzione, sebbene siano delimitati, mentre gli orti nel loro complesso sono recintati. Infine, può essere previsto un organismo che riunisce gli assegnatari (un comitato, un'assemblea o un’associazione) il cui funzionamento è specificamente regolamentato. Esso decide in merito ad alcuni aspetti della gestione degli spazi comuni, con particolare riferimento a tutto ciò che genera costi da riversare sui singoli assegnatari. Talora nella vita degli orti sociali sono coinvolte associazioni locali o anche nazionali. Queste in alcuni casi danno vita a iniziative di informazione e formazione a favore sia degli assegnatari, sia di chi è interessato alla coltivazione di orti in città.

Gli spazi di coltivazione del progetto"un giardino per rivere"
dell'IRCCS San Camillo di Venezia
Orti con finalità terapeutiche

Sono spazi coltivati in cui si praticano attività di orto-terapia, terapia occupazionale o volte al superamento della barriera paziente / personale sanitario. Sono inclusi in questa categoria i cosiddetti giardini Alzheimer ideati e realizzati per offrire occasioni di stimolazione e accoglienza a chi è colpito da questa particolare sindrome. L'organizzazione degli spazi, la presenza di strutture specifiche e la gestione con personale specializzato sono elementi portanti di questo tipo di orto urbano.


Un esempio di orto civico: l'Orto del Giardino
della Lumaca di Pietrasanta (LU)
Orti civici 

Sono orti che nascono e crescono in spazi urbani di proprietà pubblica per opera di gruppi di cittadini che conducono forme di coltivazione condivisa. Si tratta di orti la cui funzione prevalente è quella della socializzazione e dello sviluppo di dinamiche di comunità.

Orti conviviali 

Si tratta di orti la cui funzione principale è quella di favorire l’incontro tra le persone e di fornire occasioni di convivialità. Essi possono essere aperti a tutta la cittadinanza o prevedere la partecipazione ai lavori e ai momenti ricreativi e culturali solo a gruppi ristretti.

Gli orti urbani di Via Goito a Livorno
sono un tipo esempio di orto di riconquista.
Orti di riconquista

Sono aree coltivate con ortaggi che nascono quale strumento di riappropriazione di spazi urbani caduti in condizioni di degrado o soggetti a speculazione edilizia nei quali la rivendicazione di funzioni del territorio e forme del paesaggio maggiormente identitarie passa attraverso la coltivazione, talora abusiva, di orti. Essi costituiscono spesso uno strumento transitorio ed efficace nel determinare una ridefinizione delle destinazioni urbanistiche e delle forme d'uso di spazi agricoli fagocitati dalla città.


L'orto scolastico può assumere fisionomie
insolite per rispondere a precisi obiettivi educativi e didattici.
Orti urbani didattici

Si tratta di orti che nascono in ambito urbano per finalità didattiche, spesso in coerenza con specifiche progettualità socio-educative. Appartengono a questa categoria gli orti scolastici e gli orti educativi, cioè quelli presenti nelle pertinenze di scuole e servizi educativi. Questi ultimi due, in particolare, sono ideati, progettati e gestiti al fine di perseguire obiettivi tipicamente non produttivi. Il raccolto di ortaggi è, quindi, accessorio alle opportunità di apprendimento che essi offrono a bambini e ragazzi. Gli obiettivi della coltivazione sono pertanto coerenti con le Indicazioni Nazionali per il Curricolo della scuola e ai progetti educativi dei singoli servizi, quali nidi, spazi gioco e ludoteche. Una particolare declinazione dell'orto didattico è quella dell'orto in carcere nel quale sono perseguite finalità educative tese alla reintroduzione nella vita civile dei detenuti.


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Bibliografia dell'articolo

E. Bertoncini, Orticoltura (eroica) urbana, MdS editore, Pisa 2014

E. Bertoncini, L’orto delle Meraviglie, MdS editore, Pisa 2015

E. Bertoncini – “Lezioni dalla natura - orti didattici e scolastici in ambito urbano” - in ACER – Parchi, verde attrezzato, recupero ambientale Anno 33 – n.3 , maggio - giugno 2017





Artisti del paesaggio

Questo post intende essere prevalentemente un ringraziamento a chi, quotidianamente, si prende cura di veri e propri affreschi di paesaggio. Come i ritratti della saga di Harry Potter, i soggetti delle opere d'arte in questione non sanno stare fermi, mutano di stagione in stagione, talora di ora in ora. Altrettanto vivaci sono, a tratti, i loro manutentori o, per meglio dire, pittori, scultori e restauratori che non conoscono altra pausa che quella che si rende necessaria per costruire la scenografia in cui si inserisce il loro capolavoro. Si tratta di paesaggi che, nella cornice del nostro sguardo, possiamo considerare vere e proprie opere d'arte, dipinti su una tela che la natura ha voluto offrirci a suon di sollevamenti e piegamenti della crosta terrestre, deposizione di sedimenti, raccolte d'acqua, acrobazie di semi volanti, climi che nemmeno sappiamo concepire e tutte le millemila* condizioni ambientali che influenzano la vita sulla terra.

Artisti (quasi) a propria insaputa, con la modestia di chi assolve ad un dovere che va oltre ogni ragionevole orizzonte temporale

Alpe Pirlo, su una pendice come tante delle Alpi Retiche, qualche giorno fa.

"Scusate, posso scattarvi qualche fotografia?". La risposta alla mia domanda è un semplice gesto composto da un sorriso e una mano che si alza, nemmeno una parola. Un gesto che interrompe il moto di un rastrello che non si ferma da ore, da quando si è spenta la falciatrice. Poi una voce quasi assente a se stessa dice alla compagna di lavoro qualcosa che suona come "Ce le fanno tutti senza dirci niente, che strano che è questo che ce lo chiede!". Parole pronunciate mentre il rastrello procede avanti e indietro facendo nascere piccoli mucchi di erba appena tagliata, mani e braccia che sembrano muoversi quasi senza sapere il perché. Un movimento che sembra involontario, proprio come quello del cuore, organo a cui ci sforziamo di attribuire sentimenti, ma non ragione, non pensiero. Cuore che pulsa sapendo che quello è il suo dovere, ma senza sapere perché vadano alimentati un cervello e molti altri organi, un organismo che fa cose nel mondo. Quali siano queste cose non sembra contare, salvo che di tanto in tanto le contrazioni aumentano senza una causa fisica, solo perché un'emozione trascina il sangue chissà dove. Quelle braccia sembrano muoversi allo stesso modo. Muovono, di fatto, un pennello che rinnova l'affresco dell'Alpe, un pennello che si muove per volontà di due artisti apparentemente inconsapevoli, modesti come chi assolve solo ad un dovere, niente più. Dico inconsapevoli anche se, un po' come "L'uomo che piantava gli alberi", sembrano saperne più di tutti e danno l'impressione di aver trovato un bel modo di essere felici: quello di custodire oltre ogni ragionevole orizzonte temporale, un'opera d'arte nata secoli fa.



(se non vedi il video in questo spazio, segui questo link: https://youtu.be/Vycb0zyZpqM)

L'agricoltura, un'arte sacra

Mi sono mosso nell'affresco dell'Alpe Pirlo con lo zaino appesantito da un libro che sta influenzando il mio sguardo sulla vita: "Walden, ovvero vita nei boschi". Credo che la gran parte dei miei coetanei non lo abbia letto, ma conosca bene un suo passo, pur rimodulato nella sua versione cinematografica, cioè questo: "Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto". Sono le parole di Henry David Thoreau forse più note al grande pubblico, ma non le uniche. Ce ne sono altre che aiutano a riflettere, quelle che seguono:

La poesia e la mitologia dell'antichità suggeriscono, almeno, che un tempo l'agricoltura era un'arte sacra; ma essa è ora perseguita da noi con fretta e trascuratezza irriverenti, essendo il nostro solo obiettivo avere grandi poderi e grandi raccolti.

Leggerle e rileggerle lungo i sentieri che muovono noi escursionisti sulle Alpi Retiche sembra indispensabile per almeno due buoni motivi. Il primo, più immediato, è che quella fretta e trascuratezza irriverenti sembrano albergare anche nei nostri passi, sempre agili nella ricerca di un qualcosa che, se coglie la nostra attenzione, al massimo entra nel novero dei nostri scatti fotografici, alberga nelle velleità di fotografi senza tempo, sempre di fretta, attenti a quel che si vede, ma quasi mai veramente intenti a guardare. Il secondo, decisamente più importante, è che a metà del diciannovesimo secolo Thoreau aveva visto che ciò oggi stentiamo a riconoscere: una certa declinazione dell'agricoltura le avrebbe tolto la sacralità di un'arte per ridurla nel miraggio di grandi raccolti che, se assicurano una vita dignitosa, forse tolgono un ruolo a chi la pratica e la delizia dello sguardo a molti fruitori dei luoghi in cui si svolge. Sì, l'Alpe Pirlo è opera d'arte, ma quanti paesaggi agricoli moderni ci lasciano storditi, un po' come accade di fronte a quelle installazioni di arte moderna che vogliono farci riflettere, provocarci, ma non sempre ci riescono? E quante volte lo stupore di fronte ad affreschi avvelenati da una certa agricoltura è frutto delle campagne di marketing o di una nostra complice ignoranza? Quante volte ci sembra arte agricola ciò che in sostanza è un semplice impianto produttivo, una zona industriale in cui cemento e acciaio sono sostituiti da fusti e zampe? Quante cartoline per turisti finiamo per riconoscere in un paesaggio che mima un affresco senza esserlo, talora con la feroce superbia di un Qr-code che sembra voler comunicare quando, invece, è illeggibile ai nostri occhi?

La poesia in soccorso della multifunzionalità

Queste domande non possono che sollecitare l'agronomo che ancora vive in me, sebbene stordito di fronte a un'agricoltura troppo spesso lontana dalla poesia, dalla sacralità dell'arte agricola. Si materializza così davanti a me la parola "multifunzionalità", quella che letta da molti eruditi dell'agricoltura ancora oggi rimane un mistero da comprendere, una definizione che sembra sfuggire al produttivismo che connota l'idea moderna di agricoltura. Ecco cosa dice l'OCSE, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, in merito:

Oltre alla sua funzione primaria di produrre cibo e fibre, l’agricoltura può anche disegnare il paesaggio, proteggere l’ambiente e il territorio e conservare la biodiversità, gestire in maniera sostenibile le risorse, contribuire alla sopravvivenza socio-economica delle aree rurali, garantire la sicurezza alimentare. Quando l’agricoltura aggiunge al suo ruolo primario una o più di queste funzioni può essere definita multifunzionale.

Disegnare il paesaggio, almeno ai miei occhi, è un'espressione riduttiva. Avrei preferito dipingere o scolpire, gesti umani che sembrano dare vita a ciò che vivo non è, un po' come i movimenti dell'uomo che coltiva rendono arte ciò che risponde ai bisogni fondamentali delle persone.

Lo scrivo ed esito un po'. Quali sono questi bisogni fondamentali? Se è vero che noi del mondo fortunato mangiamo tre volte al giorno, ci è davvero sufficiente, oltre che necessario? Qualcuno mi ha detto che un bisogno innato dell'umanità è narrare. Per questo abbiamo un linguaggio, leggiamo, scriviamo, abbiamo inventato il teatro, il cinema e i fumetti. Non è forse rispondere a questo bisogno il movimento perpetuo di quel rastrello, non è forse infondere poesia in un affresco senza fine, proprio perché vivo? E non ce lo dice così bene Franco Arminio nel suo "Cedi la strada agli alberi"?


Abbiamo bisogno di contadini,

di poeti, gente che sa fare il pane,

che ama gli alberi e riconosce il vento.

Più che l’anno della crescita,

ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.

Attenzione a chi cade, al sole che nasce

e che muore, ai ragazzi che crescono,

attenzione anche a un semplice lampione,

a un muro scrostato.

Oggi essere rivoluzionari significa togliere

più che aggiungere, rallentare più che accelerare,

significa dare valore al silenzio, alla luce,

alla fragilità, alla dolcezza.


E cosa fa quel rastrello se non togliere, rallentare, dar valore al silenzio, alla luce che carezza i mucchi dal profumo erboso, alla fragilità di un luogo magico, alla dolcezza che ispira lo sguardo che vi si posa?

Per tutto questo e molto altro che è difficile tradurre in parole, nasce il mio grazie a chi, quotidianamente, si prende cura dei nostri affreschi di paesaggio.


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* so bene che questo numero non esiste, ma lavoro molto con i bambini e so che una licenza poetica può riguardare tutto, anche i numeri.

Pionieri del tempo educativo che è e che sarà

Alcuni giorni fa ho scelto l'immagine che troviamo qui a destra per un intervento formativo svolto per il Centro Studi Bruno Ciari di Empoli (FI). Si è trattato del terzo di tre incontri dedicati alle pratiche di educazione all'aperto per gli operatori dei centri estivi in fascia 3-6. Proprio da quell'immagine è scaturito in me il pensiero che provo a tradurre in questo post.

L'intero ciclo formativo, così come altri svolti in parallelo per le fasce di età superiori e un altro dedicato ai materiali naturali svolto per la fascia 0-6 del mondo educativo, ha trovato una naturale collocazione nel chilometro zero educativo. Tuttavia, in alcuni frangenti mi sono spinto oltre o, quantomeno, ho dilatato il chilometro zero facendo mia l'idea che non si tratti di un parametro geometrico, ma di un territorio delle opportunità educative del quotidiano. E' per questo che ho scelto la fotografia di due bambini sul treno, testimonianza di uno straordinario anno educativo di qualche tempo fa.

Cosa c'entra quella foto col titolo dell'articolo?

Provo a partire da lontano, quando il 4 di marzo tutta l'Italia ha scoperto che quello sarebbe stato l'ultimo giorno di apertura della scuola e dei servizi educativi per un periodo prima determinato in circa due settimane, poi prolungato fino a divenire indefinito grazie (si fa per dire) ad una serie di provvedimenti del Presidente del Consiglio dei Ministri. Qualcuno nelle regioni settentrionali aveva, a dire il vero, già iniziato la propria avventura in un tempo sospeso in cui l'infanzia e l'educazione paiono, per mio parere, aver visto sospeso ogni diritto e spazio.

Abbiamo dovuto attendere giugno per poter vedere ripartire qualcosa, segnatamente i Centri Estivi da animare nel rispetto di nuove e inedite linee guida governative poi declinate in vario modo a livello regionale. Prima per i bambini dai tre anni in su, poi (finalmente!) anche nella fascia 0-3.

La prima lettura delle linee guida ha determinato molte impressioni, ma non è di questo che intendo parlare, salvo accennare al fatto che la forte spinta verso l'educazione all'aperto ha, di fatto, tolto ogni alibi e timore a chi ancora ne aveva. In particolare, ha tolto significato alla domanda "se un bimbo si fa male quando siamo fuori, come giustifichiamo il fatto che eravamo usciti?". Io quella domanda non l'ho mai capita, visto che educare e insegnare sono cose che si fanno nel mondo, non dentro scatole in muratura, ma ora la risposta esiste anche sul piano giuridico "perché le linee guida per la prevenzione della pandemia Covid-19 dicono di privilegiare l'educazione all'aperto". Chiusa questa parentesi, però, voglio riflettere su cosa è accaduto dal 15 di giugno, data prima della fatidica ripartenza delle azioni educative attraverso i Centri Estivi: di fatto, da quel momento, chi opera nel mondo educativo, inteso a tutto tondo, è divenuto un pioniere.

E chi è un pioniere? Il primo dizionario on-line comparso dopo la mia ricerca nel web dice che si tratta di uno "scopritore o promotore di nuove possibilità di vita o di attività, collegate specialmente all'insediamento e allo sfruttamento relativo in terre sconosciute". Sì, chiunque abbia progettato e avviato un'esperienza educativa a partire da questa estate è entrato nelle terre sconosciute dell'agire educativo post-covid-19. Dico "post" non per intendere che l'epidemia sia completamente superata, cosa di cui nessuno può avere certezza e su cui ognuno può avere dubbio, ma perché quel 4 di marzo ha cambiato completamente e per sempre le carte in tavola, non solo per la nostra vita in generale, ma soprattutto per il mondo educativo. Quale sia questo cambiamento è, probabilmente, cosa ancora da capire, ma ci sono alcuni riferimenti non trascurabili.

Prima di tutto, è cambiato il quadro giuridico e, fatto non trascurabile, è cambiato attraverso regole incerte e deboli. Non abbiamo, infatti, nuove leggi, ma provvedimenti di legge che si trascinano dietro delle linee guida, strumenti indubbiamente utili, ma non capaci di dare riferimenti certi e forse nati per porci in quello stato di necessaria analisi dei rischi che è, al tempo stesso, opportunità e limite. Non si può, però, dire che il quadro giuridico sia lo stesso. Da un paio di settimane, siamo così a confrontarci con le nuove linee di condotta e con la realtà, soprattutto nello 0-6, dove le necessità di relazione per svolgere l'azione educativa difficilmente possono escludere, senza avere ripercussioni sulla vita futura dei bambini, il contatto fisico. Ecco che, proprio mentre scrivo, molti si staranno confrontando con l'attrito che c'è tra il presupposto scientifico e teorico del distanziamento fisico e la realtà relazionare dell'educare. Tolte di mezzo, infatti, le proposte educative che si fondano sul contatto fisico, rimane la natura per lo più incontrollabile di mammifero dei nostri cuccioli e, diciamolo pure, di coloro che si dedicano all'educazione.

Ma c'è, a mio avviso, molto di più: noi siamo cambiati. I mesi del lockdown, le misure di distanziamento e gli stessi termini che lo hanno etichettato (distanziamento sociale e non fisico), le nostre esperienze con la malattia, il pressing delle news, ora catastrofiche, ora tranquillizzanti, e il modo in cui ognuno di noi ha potuto vivere i giorni di maggiore restrizione delle libertà costituzionalmente garantite ci hanno profondamente segnati. E' accaduto agli adulti, ma anche ai bambini. E' accaduto in modi che, forse, ancora non riusciamo a comprendere e che solo studi e ricerche approfonditi potranno caratterizzare. Io provo a darne una misura con un piccolo aneddoto collegato al mio coinvolgimento in un campo estivo. Ligio alle regole, ho indossato la mascherina per tutto il tempo della mia presenza e nessun bambino e o bambina ha in qualche modo manifestato una reazione a quel mio volto parzialmente coperto. Niente di nuovo per loro che stanno vivendo con la consueta naturalezza un nuova normalità. Niente di nuovo per loro, forse nemmeno niente di buono per loro. Ma questa è una mia sensazione. Ciò che conta è che, se potessi tornare indietro di 365 giorni e dovessi presentarmi in analoghe condizioni in un centro estivo dell'estate 2019, le cose andrebbero sicuramente in altri modi e quel mio volto coperto sarebbe in grado di generare reazioni ben diverse da quelle del 2020. Anzi, credo che per molti genitori quel volto parzialmente coperto oggi sia diventato un segno di sicurezza, un gesto di cura e rispetto verso i bambini, mentre nel 2019 sarebbe stato letto come una minaccia, come stimolo a chiedersi cosa non va nella salute di Emilio.

Qualcuno ha già vissuto tempi come questi? Probabilmente, in Italia no. Ecco che, nostro malgrado, siamo in una terra sconosciuta in cerca di nuove possibilità. Diamoci il benvenuto da pionieri e viviamo questo momento!

C'è, però, un'espressione usata piuttosto frequentemente, spesso usata anche da me, che recita più o meno così: "quando torneremo alla normalità". Non c'è niente di male nell'utilizzarla, ma mi chiedo cosa intendiamo per normalità. Io credo che, se per normalità intendiamo quello che c'era prima del marzo 2020, al massimo, potremo tornare ad una normalità giuridica. Immaginate una legge con la quale si dice "tutti i provvedimenti normativi assunti durante l'emergenza sanitaria Covid-19 sono abrogati". Ovviamente, non potrà essere così, ma proviamo a immaginarlo. Niente più distanziamento, niente più misurazione della temperatura corporea, niente più igienizzazione delle mani, niente di niente. Davvero questa magia giuridica ci restituirebbe "la normalità"? E' qui che entra in campo la foto che accompagna questo articolo, volutamente unica.

La ripropongo tal quale qui a sinistra e provo a raccontarla. Quei due bambini fanno parte di una sezione dei 5 anni di una scuola dell'infanzia e si trovano sul treno su cui sono saliti a Lucca diretti a Firenze. Vivranno una giornata bellissima e dai molteplici significati educativi, ma ancora non lo sanno. A me preme, però, osservarli in questo momento e pensare che, al netto di qualche raccomandazione preventivamente data a tutti i bambini, nel momento in cui ho scattato la fotografia li percepivo al sicuro. Non solo, l'invio della foto nella chat di Whatsapp ai genitori scaturì una grande approvazione e nessuno si preoccupò minimamente per la loro salute. Osservo con struggente malinconia quell'immagine e mi chiedo, quando davvero ogni restrizione di legge sarà superata e torneremo alla normalità giuridica pregressa, sempre che possa accadere, quanti adulti saranno in grado di non avere timori vedendo quei bambini. Quanti tra educatori, insegnanti, genitori non si porranno domande o non saranno assaliti da timori igienico-sanitari inesistenti prima del marzo 2020? E quanti bambini saliranno sul treno senza alcun "nuovo" timore? Inutile dire che una risposta a quelle domande non ce l'ho, ma che il mio timore massimo è che non si possa rispondere "Emilio, ma di quali domande e timori parli?". Già, se non siamo più gli stessi oggi, non saremo più gli stessi nemmeno domani.

Rifletto allora sul tempo educativo che sarà e a preoccuparmi non sono le linee guida che abbiamo o che avremo, in fondo solo strumenti con cui cogliere opportunità, ma il cambiamento avvenuto in noi. Ecco che se oggi viviamo in una terra sconosciuta in cerca di nuove possibilità con l'idea di attraversare una landa per arrivare altrove, il nuovo mondo sarà davvero un'altra terra sconosciuta in cui andare in cerca di nuove possibilità. Saremo, cioè, nuovamente pionieri.

La mia riflessione si ferma qui. Io non riesco, per ora, ad andare oltre, se non ponendomi due domande a cui non so rispondere e con le quali saluto chi ha avuto la pazienza di leggermi:

- abbiamo tutti ben compreso che siamo e saremo pionieri nel tempo educativo che è e che sarà?

- abbiamo le competenze per assumere collettivamente questo ruolo?


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Se hai voglia di mandarmi una riflessione in merito a questo, puoi scrivermi a info@emiliobertoncini.com


Il chilometro zero educativo (un pensiero frutto del tempo di crisi per quando tornerà la calma)

Prologo


E' domenica 8 marzo e sto terminando una passeggiata con mio figlio Diego quando sento l'inconfondibile notifica sonora di WhatsApp. E' quello il momento in cui scopro che il mio status giuridico sta per cambiare: un'ordinanza regionale che di lì a poco sarà firmata dal governatore della Toscana mi collocherà tra le persone che devono porsi in "autoisolamento fiduciario". Sì, la Lombardia che ho frequentato nei giorni scorsi per motivi di lavoro poche ore prima è diventata "zona rossa" nella lotta al Covid-19 e, precauzionalmente, io sono soggetto a rischio che dovrà limitare i propri spostamenti e contatti sociali. A me è sostanzialmente precluso ogni movimento, anche a "chilometro zero". Eppure, per me, genitore e strano personaggio che frequenta il mondo educativo, quella distanza risulta preziosa. Anzi, da quando le scuole sono chiuse, i miei figli a casa e io disoccupato, abbiamo cercato di valorizzarlo, sia per trascorrere del buon tempo, sia per dare una dimensione educativa a questo imprevisto tempo sospeso.

Foto presa in prestito dalla pagina Facebook
"Orto contadino di Lucca"

Il chilometro zero


Proprio in questi giorni, anche grazie alla mia abitudine di condividere sui social le immagini di ciò che faccio, ha iniziato a rimbombare nella mia testa l'espressione chilometro zero educativo. Inutile dire che è mutuata dal concetto di chilometro zero di cui da anni si parla per le modalità di approvvigionamento alimentare. L'idea di fondo è quella di ottenere dei benefici di vario tipo, da quelli ambientali a quelli sociali, acquistando prodotti che percorrono un breve tratto di strada dal luogo di produzione a quello di consumo. E' evidente che non si può essere pignoli nel rispetto della definizione, altrimenti molti di noi rimarrebbero senza cibo. L'idea, però, è quella di approvvigionarsi, ciascuno secondo le proprie possibilità, di alimenti che, per giungere sulla nostra tavola, percorrono la minor distanza possibile. Ciò non significa rinunciare a qualcosa, ma sceglierlo con un'attenzione in più. Per esempio, a me piacciono i fichi secchi che, però, non vengono prodotti nel territorio in cui vivo. Posso, comunque, trovarli in commercio prevenienti dalla Calabria, dalle Isole dell'Egeo e dalla California. Il principio del chilometro zero è quello che mi porta a scegliere i primi. Purtroppo, più l'area di produzione si avvicina a me e più le modalità di funzionamento del mercato rischiano di trarmi in inganno perché quel prodotto potrebbe fare, a mia insaputa, una lunga strada prima di arrivare nel luogo in cui lo comprerò. Per questo si privilegia, quando è possibile, l'acquisto in azienda o presso i mercati contadini in cui gli agricoltori con brevi spostamenti ci avvicinano i propri prodotti. A questo criterio da tempo si è affiancato quello dell'acquisto solidale, cioè l'acquisto di qualcosa che, a chilometri zero o meno, vada a supportare realtà meritevoli di aiuto. Questo permette, ad esempio, di acquistare prodotti "oltre il chilometro zero" sostenendo, però, realtà virtuose dal punto di vista sociale o ambientale. Nelle mie esperienze ci sono i prodotti che mi permettono di sostenere chi coltiva sui terreni liberati dalla mafie o quelli di comunità in cui gruppi umani in conflitto riescono a collaborare.

Chilometro zero educativo - un possibile significato


Quale potrebbe essere il significato di "chilometro zero educativo" e quali potrebbero essere le sue utilità una volta che, superati i giorni difficili della pandemia, cercheremo di ricostruire una "normalità"?
Intanto, cerco un appiglio pedagogico ricordando le parole con cui il pedagogista Antonio Di Pietro in una formazione congiunta ha ribadito che l'educazione è in ogni luogo e in ogni momento. Quanto provo a scrivere, quindi, potrebbe prescindere dal contesto educativo di riferimento, essendo ogni contesto luogo educativo. Provo a pensare, però, ad alcuni luoghi di elezione cioè la nostra casa, il nido e la scuola. Rispetto a questi luoghi, il chilometro zero educativo altro non è che l'insieme delle risorse disponibili a breve distanza per attivare o sostenere percorsi educativi. Il chilometro non va inteso come limite geometrico, ma come distanza limite raggiungibile con mezzi ordinari. Potranno essere poche decine o centinaia di metri per il nido d'infanzia o per quando siamo a casa con bimbi molto piccoli o qualche chilometro quando davanti alla scuola c'è la fermata dell'autobus. E' l'insieme dei luoghi facilmente frequentabili. Tutto qui, ma c'è bisogno di parlarne perché in molti casi e per vari motivi quel chilometro è un tabù. Mettendo da parte i casi in cui c'è una impossibilità di frequentazione dovuta a insormontabili condizioni di sicurezza, situazione che dovrebbe farci riflettere sulla collocazione di molti servizi educativi e scuole e sulla qualità urbanistica dei luoghi in cui viviamo, a me preme fare un invito alla riflessione sui limiti che ci diamo culturalmente.

Sì, perché nella nostra moderna società italiana il mancato sfruttamento di quell'orizzonte è soprattutto dovuto a limiti soggettivi di origine culturale. Penso, per esempio, a chi oggi è genitore, educatore o insegnante privo di un'esperienza oltre la soglia. Quanti di noi hanno avuto un'infanzia e un'adolescenza sufficientemente "spericolata" e vocata all'outdoor? Chi ha corso lungo le sponde del fiume, è caduto rovinosamente in bicicletta o è scivolato in un torrente? E chi si è perso nel bosco o nel proprio quartiere? Chi si è avventurato lungo un fossato che passa sotto una strada statale? Chi, cioè, tra le figure sopra menzionate ha avuto un'esperienza quotidiana in qualche modo "al limite", pur in contesti ordinari? Chi, quindi, si sente sicuro nel chilometro zero educativo? Molti di coloro che leggeranno questo articolo potrebbero dire "io!", lo so. Questo potrebbe, però, dipendere dal fatto che la nostra comunicazione mette spesso nella stessa "stanza" persone già interessate al tema, ma qui dovremmo riflettere, sulla generalità dei genitori, degli educatori e degli insegnanti. Le cose, forse, cambierebbero un po'. Ma siamo solo all'inizio perché nella nostra distorsione culturale l'educazione e la scuola si fanno dentro. Ne è prova il fatto che chiunque di noi identifica la scuola o il nido nell'edificio, non nella porzione di terreno che ospita anche l'edificio. L'idea più diffusa è che si apprende stando al chiuso. Così, uscire fuori si colloca culturalmente in un momento di svago (come se apprendere modi per svagarsi non fosse un apprendimento) e l'accezione dello star fuori richiama la ricreazione e le gite della scuola. A ben vedere, anche questi momenti hanno una valenza educativa, ma la nostra società dà loro ben poco valore. Eppure, fuori, oltre la soglia, con aria svagata e leggerezza o con la seriosità (che è diversa dalla serietà) che alcuni preferiscono, si possono apprendere cose importanti. Giocare fuori in presenza di qualcuno che a intervalli regolari ci fa notare lo spostamento di un'ombra, è uno dei modi migliori per comprendere e portare sul piano della realtà il moto di rotazione del pianeta e i cambiamenti che si verificano stagionalmente, come l'allungarsi e accorciarsi delle ombre dovute alla luce solare. Proviamo a superare anche questa resistenza e pensiamo a quali altri ostacoli culturali poniamo sulla nostra strada. Fuori non c'è l'omeotermia indotta dal nostro ambientalmente sconsiderato utilizzo delle fonti energetiche. Già, fuori può essere freddo o caldo, anche molto freddo o molto caldo. E noi siamo sempre meno abituati a queste condizioni. In più, può piovere, nevicare, grandinare, tirare vento. E tutto questo ci fa pensare a quanto potremmo star male prendendo freddo, alle possibili malattie o malesseri, dalla tosse (che strano parlarne in tempi di Covid-19!) all'insolazione. E poi, fuori ci si può far male più facilmente.

Già, perché il chilometro zero educativo potrebbe non essere "a norma", potrebbe offrire occasioni per farsi male e, purtroppo, la distorsione educativa di questi tempi ci induce a pensare che i pericoli siano tutti da evitare, senza cogliere il valore educativo di quelli che ci espongono a rischi accettabili generatori di apprendimenti. Così, le infinite escoriazioni e piccole o grandi ferite delle mie infanzia e adolescenza, condotte come poco sopra descritto, oggi non esistono quasi più. Eppure, è da quei momenti che ho appreso alcune delle cose più importanti per la mia sicurezza attuale. Certo, a ben pensarci, a volte ho corso rischi inaccettabili, almeno con lo sguardo di oggi. Questo mi suggerisce di andarci cauto, di utilizzare l'analisi dei rischi come strumento per discernere tra le circostanze rischiose nel presente che generano apprendimenti essenziali per la vita futura dei bambini e dei ragazzi e quelle circostanze che non merita far vivere loro perché statisticamente qualcuno potrebbe non sopravvivere. Però questo significa tentare di cogliere delle opportunità.

Provo a chiudere l'elenco con un ultimo aspetto: siamo una società giuridicamente ipertrofica che offre facilmente il fianco alla minaccia di denuncia. Questo vale soprattutto per chi lavora nei servizi educativi e nella scuola e, come se non bastasse, va di pari passo con la capacità di confondere denuncia e condanna. Così i temi della responsabilità e della sicurezza si invischiano e diventano minaccia insormontabile facendo soccombere la responsabilità educativa a favore di quelle giuridicamente connesse ai temi della sicurezza e dell'igiene. Il quadro descritto fa sì che il chilometro zero educativo debba iniziare dalla porta di scuole, servizi educativi e case e non dal cancello. Sì, spesso anche il giardino è luogo estraneo ai fatti educativi.

Il chilometro zero educativo, quindi, inizia lì, proprio sulla soglia che, anziché separare il dentro dal fuori, sembra separare il possibile dall'impossibile. Per molti il chilometro zero è utopia. Fortunatamente, c'è chi nelle utopie vede le opportunità.

Chilometro zero educativo - alcune opportunità


Comprendere tutte le opportunità di questo orizzonte è cosa complessa e, forse, da intendere come un percorso di scoperta, più che come paniere da presentare a terzi. Provo, quindi, a descriverne alcune con la promessa di aggiornare questo paragrafo nel tempo, anche grazie ai contributi di chi avrà voglia e pazienza di darmi suggerimenti scrivendomi a info@emiliobertoncini.com.

La prima cosa che mi viene da pensare è che potremmo apprendere che i luoghi dell'apprendimento sono luoghi normali e a portata di mano. Nel nostro chilometro zero educativo ci potrebbero essere un campo incolto, un bosco, un museo, un piazzale abbandonato, il fruttivendolo, l'azienda agricola, il mercato rionale, il giardino di una villa, un parco urbano, una spiaggia, un fiume, un torrente, una fabbrica, la carrozzeria, una libreria, una biblioteca, la stazione ferroviaria e così via. Non sono forse contesti in cui poter apprendere? Non offrono opportunità riferibili, nel caso della scuola, alle Indicazioni Nazionali per il Curricolo? E per i servizi per l'infanzia, non sono luoghi in cui cogliere opportunità educative? Per la famiglia, non sono corridoi che portano i bambini nel nostro mondo? Per tutti, se mettiamo a disposizione dei bambini e delle bambine l'idea che ogni luogo sia uno spazio in cui apprendere, magari utilizzando sguardi adeguati e diversi in momenti diversi, non diamo loro la possibilità di interpretare il mondo come un luogo educante? E non è che osservando i loro sguardi saremo più capaci di consentirgli di apprendere ciò che li interessa, di appassionarli all'apprendere, anziché imporgli apprendimenti che potrebbero allontanarli dal piacere dell'apprendere?

Dico, forse, banalità, ma penso anche che per molti adulti cogliere questa prima opportunità potrebbe non essere facile. Questo perché per molti di noi significa affrontare una rivoluzione e uscire da schemi comodi propri dell'insegnamento e delle dinamiche di sostegno ai percorsi di apprendimento, perché a guidare potrebbero essere le domande, talora non espresse a parole, dei bambini e non le nostre (o quelle suggerite dai libri), perché molto spesso dovremmo rispondere "non lo so" e rimandare la risposta ad un altro momento, successivo allo studio che ci servirà, perché potremmo dover trovare modo di rispondere a domande ad oggi ritenute "inadeguate all'età" dei bambini e persino al nostro ruolo. La rivoluzione potrebbe consistere tutta nel dover rispondere alla domanda "perché è verde?" formulata da un cinquenne appena sceso dallo scivolo che guarda un quadrifoglio o una pianta di euforbia cresciuta in una fessura della pavimentazione. Di sicuro è più comodo mettere avanti le nostre domande adulte e lasciare che arrivino la terza o la quarta della scuola primaria per far sorgere quella domanda nei bambini, ma ha senso tutto questo? Ha senso chiudere gli apprendimenti in una stanza e in gabbie temporali? Davvero non esistono parole per rispondere a quel bambino nel chilometro zero educativo? Davvero vale la pena di escluderlo dalle sue opportunità educative? Davvero vale la pena bloccare le nostre capacità di apprendimento per cristallizzarle nella pagina di un libro e in un certo giorno della vita condivisa con i più giovani che imparano con noi? E non sarebbe un modo per apprendere ad apprendere sostare al metro 412 del nostro primo chilometro, cogliere la domanda, connettersi a internet con uno smartphone e cercare insieme la risposta, magari facendosi interpreti per i nostri giovani interlocutori? Ecco che, forse, la prima opportunità ci presenta la seconda: nel chilometro zero educativo c'è la ricchezza per imparare modi nuovi di insegnare e di imparare.

Ancora, prendendo in prestito una prima idea a Laura Malavasi (1), nel chilometro zero educativo ci sono solo molti degli argomenti oggetto formale dei nostri percorsi di apprendimento, per esempio scolastico, c'è la possibilità dell'esplorazione spontanea mossa dagli interessi e dagli stili di osservazione e apprendimento di ognuno. Così l'euforbia citata poco sopra potrebbe incuriosire Marco per il colore, Monica per il modo di flettersi nel vento e Chiara perché quando di rompe ne esce un liquido biancastro. E di fronte a un ponte potrebbero agire l'architetto che c'è in Giulia, il fisico che cresce in Kevin, l'artista inconsapevole che vive in Marta e, complice il cielo di una certa giornata, la poetessa che spinge dall'interno di Giada. E tutti, ancora una volta, troverebbero a un passo da sé i luoghi dell'apprendere. Non solo: il chilometro zero educativo è popolato da persone straordinarie nascoste nell'ordinario. L'incontro con persone capaci di esser testimoni del luogo e del tempo potrebbe trasformare un territorio a volte considerato banale in un museo vivente e popolato, dare ai bambini e ai ragazzi l'idea della fluidità del paesaggio, dello stratificarsi delle azioni umane, della bellezza di andare oltre, ma non in luoghi raggiungibili una volta nella vita, per scoprire il piacere della scoperta. In questo modo gli spazi di vita quotidiana potrebbero assumere una multifunzionalità che li rende spazi di svago, lavoro, apprendimento e tutto ciò che vogliamo senza ghettizzare i diversi momenti della vita. Perché un parco dovrebbe essere adatto solo al gioco? E perché una stalla o una fabbrica solo al lavoro? E, ancora, perché il tempo per queste attività dovrebbe essere una gabbia? Perché nel parco in cui al mattino si va prevalentemente per imparare, nel pomeriggio non dovrebbe sorgere la domanda che rilancia gli apprendimenti la mattina seguente? Perché la domanda che nasce con i genitori o con gli amici non dovrebbe trovare spazio nel momento scolastico?

Gli spazi del chilometro zero educativo, senza che diventino ghettizzanti in quanto unici spazi di apprendimento, potrebbero offrire l'ulteriore opportunità di essere spazi condivisi. Certo non mancherà la gita nella città d'arte o nell'area protetta e altrettanto non si eviterà di valorizzare la domanda nata durante il viaggio con la famiglia, ma il luogo in cui viviamo è anche il luogo più facile da condividere. Anche quello in cui conoscere le persone nella propria interezza, facendo sì che l'esperta incontrata durante la visita al panificio possa essere, nella mente dei bambini, anche una mamma o un'appassionata di corsa.

Disturbo ancora Laura Malavasi (1) quando dice che "l'educazione locale accresce negli studenti il senso di responsabilità, la coscienza ambientale e l'attaccamento al territorio". E nel farlo penso a certi miei percorsi di apprendimento che sono rimasti distanti dai luoghi in cui vivo per troppi decenni. Penso alla Seconda Guerra Mondiale rimasta distante quando la Rivoluzione Francese o la scoperta delle Americhe, nonostante sia stata combattuta dove vivo. Penso alla mia passione per l'ambiente e allo studio dell'inquinamento dei fiumi senza conoscere quello che scorre a breve distanza da casa mia, allo studio delle fortificazioni medievali fatto senza visitare gli incastellamenti dei dintorni della mia abitazione. Con questo ricordo un modello educativo e didattico, quello in cui sono cresciuto, che rischia di porci in una situazione di equidistanza di argomenti a prossimità differenziata: le architetture romaniche della mia città rischiano di collocarsi nella stessa dimensione spaziale di quelle della cultura Inca.
Penso così che l'opportunità del chilometro zero educativo sia quella di restituire una dimensione spaziale al pianeta e una scala temporale alle possibilità di esplorazione: il mio paese/quartiere da giovanissimo, la valle o la cima montana che vedo da casa da adolescente, un continente lontano da adulto fortunato. Intanto, il bosco che si trova a pochi chilometri da me, il brandello di palude dietro alla zona industriale e la foresta pluviale diventano tutti luoghi da conoscere e preservare, forse da difendere o, semplicemente, da valorizzare nei ruoli che ricoprirò nella società man mano che crescerò.

Cogliere le opportunità del chilometro zero educativo è anche l'occasione per coinvolgere professionalità diverse da quelle canoniche, rivolgersi a educatori ambientali, studiosi del territorio, guide, imprenditori e inserirli nella rete dei partner del servizio educativo o della scuola. E' anche studiare modi per retribuire le loro prestazioni, per dar valore con gli strumenti della nostra società al loro impegno. E' rivoluzionare il paradigma dei luoghi, dei tempi e dei soggetti facilitatori degli apprendimenti, è dare un ruolo sociale a spazi e persone del nostro quotidiano. E per i genitori è l'occasione di mettersi in gioco e di ragionare anche sul valore dell'educazione dei propri figli, sull'esercizio pieno di un loro diritto, sul riconoscere, anche economicamente, un valore a chi nel chilometro zero può aiutarci nell'educare. Ma in quello spazio c'è anche l'opportunità di realizzare dei risparmi che derivano dalla fruibilità gratuita di alcune cose che ospita. Non ci sarà da comprare gli attrezzi per l'educazione motoria che già ci sono al parco o l'attrezzatura per l'esperimento di scienze che utilizziamo nel laboratorio di analisi di zona. Non ci saranno i costi di viaggio che spesso amputano le possibilità di apprendimento nella scuola. Nel frattempo, sarà più probabile che i bambini e le bambine crescendo acquisiscano un senso del valore delle cose che arricchiscono gli spazi in cui vivono e, di riflesso, una minor tendenza a vandalizzarle in un pomeriggio di noia adolescenziale.

Muoversi nel territorio che ci circonda, se non semplicemente nel nostro giardino o nel parco a noi immediatamente vicini, offre il vantaggio di una quotidianità dell'osservazione, condizione che ci fa letteralmente viaggiare nel tempo. Non è questo un modo straordinario per dare appigli alla percezione del tempo che scorre nei bimbi e nelle bimbe che crescono e per consolidare la conoscenza dei ritmi della natura scanditi dalle stagioni? Se è così, all'adulto può spettare il compito di puntare l'attenzione su alcuni elementi del paesaggio che sottolineano il fluire del tempo e la ciclicità dei fenomeni della natura. Porre l'attenzione sulle piante può dare il vantaggio di ritrovarle a distanza di giorni, settimane, mesi, anni. Se ne può seguire il cambiamento nelle stagioni ma anche, come nel caso degli alberi, l'accrescimento negli anni. Questo nostro uscire nelle stagioni che cambiano richiederà anche di mutare il nostro abbigliamento e di mostrare ai bambini che è in relazione ai fatti della natura che esso ha bisogno di essere adeguato e non per altri fenomeni legati alla nostra società. Coprirsi di più o di meno, proteggersi dal freddo o dal caldo, dalla pioggia o dal sole non è un qualcosa che segue i calendari delle mode, ma l'andamento delle stagioni, anche con le loro anomalie. Cosa è questo se non un apprendimento in cui le nostre percezioni, i movimenti del pianeta, i cicli biologici delle piante e la nostra cultura si intrecciano in una interdisciplinarietà del reale?

Chilometro zero educativo - alcune pratiche possibili presentate per immagini


L'agire educativo è un processo che deve rimanere nelle mani di chi padroneggia la pedagogia, al di là delle riflessioni di chi, come me, ha un percorso formativo in avvicinamento a quel mondo, ma non vi è cresciuto. Le riflessioni fatte fin qui, quindi, rimangono, ai miei occhi, pensieri da prendere in considerazione, niente di più. Se, però, avessero una qualche validità, può avere un senso chiedersi quali siano le pratiche che possono sostenere gli apprendimenti nel chilometro zero educativo. Anche per quest aspetto, come per le opportunità, ringrazio fin d'ora chi vorrà fornirmi contributi e suggerimenti scrivendomi a info@emiliobertoncini.com. Intanto, provo ad elencarle attraverso alcune immagini evocative.

Semplicemente uscire






Visitare








Raccogliere








Fotografare, disegnare, rappresentare







Coltivare




Piantare o seminare alberi







Giocare






Esplorare






Camminare







Praticare sport







Incontrare








Leggere








Mangiare





Osservare





Curiosare



Prendersi cura dei luoghi del chilometro zero educativo 





e molto altro...

[grazie per essere arrivat* fin qui]


(1) Vedi il libro “L'educazione naturale nei servizi e nelle scuole dell'infanzia” di Laura Malavasi