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Un'idea di consapevolezza alimentare

Post liberamente tratto da "Orticoltura (eroica) urbana", libro del curatore del blog disponibile su www.mdseditore.it.


Scelte e consapevolezza

Cerco tra vocabolari e dizionari la definizione di consapevolezza e più lo faccio, più mi sembrano inadatti i risultati della ricerca. Poiché vorrei essere certo che chi legge comprenda ciò che dico, spendo qualche riga a spiegare cosa intendo per consapevolezza.

La consapevolezza è fatta di almeno due cose: conoscenza e capacità di porsi domande prima di fare delle scelte. Non posso maturare consapevolezza se non conosco l'argomento su cui divenire consapevole. Conoscere l'argomento, però, non mi rende consapevole. Al massimo mi dà gli strumenti per capirlo. Divengo consapevole quando, prima di compiere un gesto, mi pongo delle domande, rifletto e giungo a una scelta. Spesso, forse sempre, sono domande particolari, domande che, più che i saperi, tirano in ballo dei valori intesi nell'accezione morale del termine. Domande e valori si modificano in funzione del contesto e delle condizioni in cui faccio una scelta.

Provo a chiarire facendo un esempio.

Mia figlia Luna ha la fortuna di esser nata a fine luglio e il suo compleanno è l'occasione per organizzare una piccola festa in giardino*. Invitiamo i suo amici, soprattutto compagni e compagne di scuola, qualche amico di famiglia, i vicini (non tutti!) e qualche parente.

Fin da ragazzino ho avuto una certa propensione per i temi del rispetto dell'ambiente ed è per questo che, e in occasione del compleanno, pur aumentando in modo significativo i costi dell'operazione, posate, bicchieri e piatti sono di materiale compostabile. Fornisco contenitori in cui gettare i rifiuti divisi per categorie (carta, plastica, umido, tutto il resto) e un pennarello indelebile per scrivere il nome sui bicchieri che, intenzionalmente, sono forniti con una certa parsimonia per indurre a un uso ragionato. A fine serata, gli invitati hanno prodotto una certa quantità di rifiuti e devi sapere che passo almeno un'ora della notte a selezionare i rifiuti gettati alla rinfusa nei diversi contenitori predisposti per la raccolta differenziata.

I primi anni mi chiedevo perché in molti non riuscissero a rispettare i criteri di differenziazione dei rifiuti, poi mi sono dato una risposta. La risposta è che gettare un rifiuto nel cestino per molti è un gesto non consapevole. Non lo è perché siano “cattivi” o perché non sappiano nulla di problemi ambientali, lo è perché per lo più veniamo addestrati a fare delle cose anziché educati a fare delle scelte

Ognuno degli amici e parenti che partecipano alla festa di compleanno di Luna conosce il significato di rifiuto. Ognuno di loro sa che non si butta tutto per terra per evitare di lasciare il giardino sporco. Ognuno di loro sa che esiste la raccolta differenziata. Molti di loro sanno che la raccolta differenziata è la premessa per ridurre l'impatto del nostro vivere sul pianeta e per poter recuperare dei materiali per produrre nuovi oggetti, quindi per risparmiare le risorse limitate che ci offre il pianeta. Molti di loro comprendono il perché del pennarello indelebile: se ognuno scrive il nome sul bicchiere può riusarlo più volte, se non per l'intera serata, evitando di consumarne trecento per una cinquantina di persone. In definitiva tutti sono persone informate sui fatti. Aggiungo che quasi tutti sanno due altre cose: che io sono sensibile a questi aspetti e che spesso all'attenta divisione dei rifiuti alla fonte non segue altrettanta attenzione da parte di chi gestisce il servizio di ritiro e gestione dei rifiuti urbani.

Se le persone che passano una serata con me e la mia famiglia, serata che per me è sempre piacevole perché io poi passo un'ora a ri-selezionare i rifiuti?

Perché molti sbagliano la domanda che si pongono quando decidono di buttare i rifiuti. Essi, infatti, si chiedono: «Butto tutto per terra tanto qualcuno pulirà o getto tutto nel cestino per facilitare il conferimento dei rifiuti nel cassonetto più vicino?». Sono un uomo fortunato e tutti rispondono gettando i rifiuti nel cestino. La raccolta differenziata, però, fallisce completamente. A volte, scherzando, lo faccio notare e qualcuno mi dice che «tanto te dividi e poi loro rimettono tutto insieme». Io rispondo che se non dividiamo i rifiuti per bene diamo a loro un alibi perfetto per rimescolare tutto e rendere la massa dei rifiuti indifferenziata e non riciclabile.

Se dico che la domanda è sbagliata vuol dire che potrebbero esisterne di migliori. Provo ad elencarne alcune.

Cosa potrebbe diventare lo scarto di cibo che sto buttando? Potrebbe essere ancora utile? È realmente uno scarto?

Come si potrebbe riutilizzare il bicchiere che sto buttando o il materiale che lo compone?

Cosa potrebbe fare Emilio con la carta che sto gettando? Se non lui, chi potrebbe trarne un'utilità?

Che relazione c'è tra il quaderno in carta riciclata che compro a mio figlio e il piattino che ho in mano?

Come potranno influenzare il domani di mio figlio le posate che getto nel cestino?

Potrei continuare, ma mi fermo perché non è di rifiuti e di raccolta differenziata che voglio parlare, bensì di consapevolezza.

Se tutto ciò che sanno i miei graditissimi ospiti (loro da oggi mi vorranno meno bene, però io continuerò a invitarli perché sono persone piacevoli e in gamba) in merito ai rifiuti generasse una scelta passando attraverso queste (e altre) domande, la loro scelta muterebbe. Probabilmente cambierebbe anche qualche loro abitudine d'acquisto orientandosi verso quei prodotti che generano meno rifiuti. Sì, perché certe domande possiamo porcele quando, di fronte a uno scaffale, dobbiamo scegliere quale prodotto acquistare.

Ecco, per me la consapevolezza è questo: saper compiere delle scelte sulla base di domande che investono il piano morale e che necessitano conoscenza e informazioni senza che la conoscenza si trasformi in procedura operativa, cioè in un gesto che si esegue meccanicamente.

C'è una bella differenza tra fare la raccolta differenziata dei rifiuti perché il servizio di raccolta è organizzato così (una cosa sulla quale sono informato) e farla perché questo assicura un futuro migliore alla nostra comunità, magari aggiungendo scelte d'acquisto che la favoriscono o che favoriscono la riduzione dei rifiuti prodotti. Questa differenza io la chiamo CONSAPEVOLEZZA.


Consapevolezza alimentare

Se mi hai seguito fin qui, posso provare ad andare oltre parlando di un tipo particolare di consapevolezza, quella alimentare.

La consapevolezza alimentare scaturisce dalle domande che posso associare alle scelte che faccio in campo alimentare.

Ognuno di noi compie delle scelte che riguardano sia la propria persona, sia gli altri. In una famiglia riguardano i figli, il coniuge, i fratelli, i genitori, gli zii, ecc. In un'azienda che fa ristorazione, magari collettiva, le scelte ricadono su un numero grande, a volte molto grande, di persone. Nell'amministrazione di un servizio pubblico, penso alle mense ospedaliere o scolastiche, la ricaduta è su migliaia di persone, spesso con esigenze particolari, come bambini, anziani, malati. Se produciamo cibo che va sul mercato, magari nella GDO**, certe scelte, come quella della farina con cui si fanno la pasta o i biscotti, possono ricadere su centinaia di migliaia di persone.

Voglio soffermarmi su un aspetto: la ricaduta di certe scelte non è solo a valle, cioè non riguarda solo chi mangerà certi alimenti, bensì anche a monte.

Sul fatto che le ricadute siano a valle non è facile avere dubbi: se metto in tavola un pane salato o insipido, se do uno yogurt biologico oppure no, se friggo in un olio extravergine di oliva e in un olio di semi tra i più scadenti ed economici, chi mangerà subirà le conseguenze della mia scelta. Non ha molte alternative sul momento. In alcuni casi potrà scegliere. Cosa mangiano i miei figli a casa sostanzialmente dipende dalle mie scelte. Cosa mangiano alla mensa scolastica dipende esclusivamente da un rapporto contrattuale tra l'amministrazione comunale e il gestore della mensa. Quale frutta secca e di quale provenienza sia lo decide il responsabile acquisti del mio supermercato di fiducia, soprattutto se la mia pigrizia mi appiattisce sulla frequentazione di quel solo esercizio commerciale.

In questo momento, però, preferisco concentrarmi su come ci siano ricadute a monte delle mie scelte alimentari. Lo faccio facendo arrabbiare mia moglie*** che, quando mi prepara la lista della spesa, scrive voci estremamente generiche come “mele” o “peperoni”. Spesso scrive con un certo automatismo e sulla base di cosa vorrà cucinare nei giorni seguenti. Così i “fagiolini” capitano indistintamente a luglio e a gennaio. Al mio ritorno spesso assume l'espressione di chi non è soddisfatto e quasi sempre la accompagna con la frase «Non c’è niente da fare: se non me la faccio da sola, la spesa non mi soddisfa».

Se mi metto nei suoi panni, la capisco e le esprimo solidarietà, ma io, mentre faccio la spesa, mi pongo delle domande basate su una mia personale consapevolezza. Sono domande semplici che ho il vantaggio di poter formulare grazie a una laurea in scienze agrarie (a qualcosa dovrà pur servire una laurea!) e alle riflessioni che mi hanno portato ad occuparmi di educazione ambientale e alimentare. Le mie domande sono di questo tenore:

Dove sono prodotti e cosa sono i cibi che compro e i loro ingredienti?

Quanta strada percorrono e come la percorrono?

Se si tratta di ortaggi o frutta fresca, sono di stagione nel luogo in cui vivo o almeno nel mio paese?

Quali ricadute ha la loro produzione sul territorio da cui provengono?

Chi lavora nel processo produttivo e di trasporto?

C'è un prodotto alternativo il cui confezionamento riduce i rifiuti?

Forse ce ne sono altre, ma non c'è alcun bisogno di proseguire l'elenco: ciò che fa arrabbiare chi scrive la lista della spesa è il risultato finale delle scelte scaturite da queste domande, e cioè il fatto che compro cose diverse da quelle che comprerebbe lei che, al contrario, si interroga soprattutto sulle ricadute a valle. Io, invece, per sua sfortuna penso molto a come cambiano gli scenari che stanno a monte.

Così compro i fichi secchi dell'Egeo****, maledicendo il fatto che non ne trovo di toscani, anziché quelli californiani perché preferisco alimentare l'economia di un paese europeo e riduco l'impatto del trasporto del prodotto. Tra le mele scelgo quelle di una varietà bruttina ma che so, o immagino essere, più resistente alle malattie, quindi meno bisognosa di trattamenti antiparassitari, e appartenente a una di quelle varietà che rischiano di scomparire se le nostre scelte di acquisto si omologano al modello "mela di Biancaneve secondo Disney". Nell'acquisto delle uova mi assicuro che si tratti di uova fatte da galline allevate a terra. Di fronte alle brioches preferisco quelle prodotte in Toscana a quelle prodotte in altre regioni italiane. E l'olio, oltre che extravergine d'oliva, lo scelgo almeno italiano, se non toscano. Le arance le preferisco siciliane anziché spagnole perché preferisco alimentare l'economia italiana rispetto a quella spagnola. Compro gli spaghetti di Libera per aiutare il rispetto della legalità laddove ci sono organizzazioni mafiose. Di nuovo, potrei proseguire a lungo.

Le scelte alimentari, dunque, hanno ricadute a monte e a valle: in una qualche zona montana d'Italia qualcuno presidierà il territorio producendo mele biologiche grazie al mio acquisto e i miei figli saranno educati a mangiare (o almeno a vedere nella fruttiera) mele che esprimono un'identità culturale che è la nostra e non quella made in USA. Intanto la mela da agricoltura biologica non avrà i residui di alcuni fitofarmaci utilizzati altrove e i miei figli mangeranno meglio, mentre la comunità in cui vive il produttore delle mele avrà almeno una famiglia con delle opportunità di reddito, quindi ci saranno meno probabilità che qualcuno debba andarsene a vivere altrove. Questo si trasforma in una garanzia di tenuta del tessuto sociale e di tutela del territorio.

Quanto ho appena descritto non è solo una forma (migliorabile) di consapevolezza alimentare, ma qualcosa di più: è quella che io considero la strada per il futuro, e cioè una ridefinizione del destino delle nostre comunità e del nostro territorio legata alle nostre scelte alimentari. Be', in realtà il concetto può essere esteso ben al di là del comparto alimentare, ma l'alimentazione crea un legame stretto e immediato con l'agricoltura, cioè con la più diffusa ed economica forma di gestione del territorio, e con le comunità rurali.

Ho calibrato il ragionamento su di me perché vorrei condividere un principio molto semplice: sono le nostre scelte che influenzano un certo modo di essere del mondo. Se deleghiamo ad altri le nostre scelte alimentari, il nostro paesaggio, il tessuto sociale del nostro paese, la salute dei nostri figli (e la nostra), tutte queste importanti cose saranno indirizzate e determinate da altri. Se scegliamo da soli con un pizzico di consapevolezza daremo un piccolo contributo a un mondo diverso grazie alle ricadute delle nostre scelte sia a valle, sia a monte. Io sono Emilio e sono uno solo, ma se da domani anche una sola persona legge questo post e cambia idea saremo due. Se quella persona parla con una terza persona e anche questa diviene consapevole, saremo in tre. Pian piano diverremo milioni e la forza del cambiamento sarà enorme.


Buona visione e buon ascolto!

In attesa di scrivere un nuovo post dedicato agli orti urbani che ho visitato nelle ultime settimane, lascio spazio alle parole e alle immagini di una trasmissione televisiva cui ho partecipato qualche tempo fa. Buona visione e buon ascolto!




Effimero, didattico, sociale: tre volti degli orti urbani

Proprio dove la nostra visione più o meno fantasiosa del mondo medievale vorrebbe vedere un fossato a protezione del castello, a Carcassonne, città francese della regione dell'Aude, c'è un orto, forse un giardino. A confondere le idee attorno ad un confine concettuale di per sé sfumato, ci pensa l'idea progettuale: si tratta di un orto-giardino effimero ideato dal paesaggista Bruno Marmiroli. Effimero perché nel perseguire l'obiettivo di creare uno spazio educativo per studiare e lavorare sul tema delle piante, esso muta ogni anno.
Così l'orto - giardino medievale del 2012 si è successivamente trasformato ospitando gli ortaggi arrivati in Francia del XVI secolo. Grazie al lavoro degli studenti del Lycée agricole de Charlemagne, che fin dall'inizio collaborano al progetto insieme alla locale scuola bilingue Calandreta, l'orto è stato trasformato ancora traendo ispirazione nella scelta delle piante dal lavoro dell'architetto Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc. L'ultimo tema utilizzato ha condotto alla realizzazione dell'orto - giardino dei fiori e delle piante mediterranee.

L'idea progettuale è interessante da molti punti di vista. Prima di tutto il coinvolgimento diretto e fattivo delle scuole. Gli studenti del liceo agrario non solo contribuiscono ogni anno alla progettazione del nuovo allestimento, ma lavorano concretamente alla sua realizzazione. La scuola bilingue franco - occitana progetta e realizza la cartellinatura con i nomi delle piante in latino, occitano e francese. In tutto questo il lavoro non è "una tantum", ma costituisce il progetto di ogni anno scolastico. Altro aspetto di grande interesse è il fatto che quello spazio, pur nella sostanziale (ma non completa) stabilità dell'organizzazione, muta ogni anno. Questo lo rende nuovo e produttivo di interesse e conoscenza anche per chi vive e lavora a Carcassonne. Infine, il visitatore che giunge a Carcassonne per ammirare la città fortificata viene sorpreso e condotto su un tema imprevisto e proposto in modo inusuale, quindi capace di generare attenzione. Sembra ovvio sottolineare che avere uno spazio di questo tipo a disposizione offre anche l'opportunità di creare momenti ed eventi a tema.

Se nell'esperienza appena descritta la funzione didattica è  di assoluto rilievo, nell'orto del Muse - Museo delle Scienze di Trento essa è centrale. L'orto si divide, infatti, in oltre 20 distinti spazi tematici che vanno dall'orto tipico del Trentino a quello sinergico, dall'orto dei piccoli frutti a quello dei fiori di campo. In occasione dell'anno mondiale delle leguminose lanciato dalla FAO circa metà degli spazi tematici quest'anno ospitano legumi. Si tratta di oltre venti specie e decine di varietà di legumi sia italiani, sia di altre parti del mondo, dal Giappone alle Americhe. Tra le specie presenti segnaliamo ceci, lenticchie, lupini, fave, piselli, cicerchie e fagioli. Per le specie e varietà rampicanti fanno bella mostra di sé anche varie soluzioni per sostenerle.
Come nel caso di Carcassonne, gli orti sono per lo più coltivati in letti rialzati con ampi spazi che consentono di muoversi e curiosare scoprendo particolari degli ortaggi spesso a noi sconosciuti. L'orto è nato in chiave didattica ed è oggetto di visite libere e guidate e di momenti didattici specifici. In questa estate è stato anche il teatro di un'iniziativa molto particolare: lo sportello legumi. Si tratta di momenti in cui i volontari del MUSE accolgono i cittadini che portano al museo semi di varietà locali di legumi. L'iniziativa è stata ideata per contribuire al recupero e alla conservazione delle cultivar locali.

L'uso del letto rialzato e una certa connessione con la storia locale ci porta al terzo caso presentato in questo articolo: gli orti del progetto "Il mio orto in città" del Comune di Palmanova, in provincia di Udine. All'interno della bellissima cerchia muraria che la caratterizza (altro elemento in comune con la cittadella fortificata di Carcassonne), Palmanova ospita l'ex Caserma Piave. Quasi a voler simbolicamente violare la barbarie nazista che trovò compimento tra le mura della caserma, sulla sua resede sono nati e stanno crescendo, anche di numero, gli orti urbani di cui si è dotata la città.

Gli assegnatari degli orti sono chiamati a coltivare nei 32 metri quadrati messi a loro disposizione ortaggi, piccoli frutti e fiori nel rispetto dei canoni dell'agricoltura biologica. C'è, però, nelle intenzioni del comune qualcosa di più, cioè la volontà di promuovere "luoghi sani di socialità". L'allestimento degli orti ha avuto luogo nel segno dell'incontro tra comunità con destini diversi in virtù del coinvolgimento di migranti - richiedenti asilo. Simbolicamente la consegna ai concessionari del lotto di orti inaugurato il 28 settembre 2015 è avvenuta proprio per opera dei profughi. Anche questo è un momento di grande valenza educativa e didattica.

Tutti e tre gli esempi sono sintomatici di come l'orto possa costituire un elemento versatile che alla praticità e utilità del raccolto di ortaggi ed erbaggi può affiancare facilmente funzioni di natura didattica e sociale.

[Le riflessioni di questo articolo sono frutto della visita ai tre orti che, pur effettuata in momenti diversi, mi ha fornito stimoli e spunti da condividere - per conoscere meglio il mondo degli orti urbani vi consiglio di leggere il mio libro "Orticoltura (eroica) urbana"]






L'agronomo con "la cassetta degli attrezzi"

"La cassetta degli attrezzi" è un'iniziativa ispirata da un'idea di Gianni Rodari che viene portata avanti dalla Conferenza Zonale dell'Istruzione dei comuni dell'area pistoiese. Si tratta di incontri di partecipazione e formazione per genitori e insegnanti che interagiscono con bambini della fascia d'età compresa tra gli zero e i sei anni.
Passeggiate nella natura, laboratori di cucina, occasioni musicali, incontri con autori ed esperti si mescolano per offrire a insegnanti, educatori e genitori esperienze intellettuali e pratiche, portatrici di valori e pensieri sul mondo dell’infanzia.
Il programma si articola in tre aree tematiche: bambini e natura, famiglia e relazioni familiari, il cibo e la tavola, musica e sonorità.

Personalmente ho la fortuna di curare l'area tematica dedicata a bambini e natura che invita tutti a considerare gli spazi esterni dei servizi educativi e gli spazi verdi della città come luoghi di incontro con gli elementi della natura, pur addomesticata. In tal senso il mio contributo cerca di fornire gli strumenti per arricchire e stimolare i bambini in attività ed esperienze di osservazione e scoperta della natura che li circonda.
In ciascuno dei comuni interessati dal progetto il mio contributo si svolge con quattro incontri che possono essere ricondotti a tre diversi possibili approcci. Il primo è la presentazione del mio libro "Orticoltura (eroica) urbana", un momento di condivisione con gli adulti dei ruoli che gli orti possono svolgere nel favorire la riconnessione all'origine del cibo e nello sviluppo di una nuova consapevolezza alimentare. Il secondo è costituito da laboratori di orticoltura che, in adattamento agli spazi disponibili, costituiscono un invito a rendere ordinario e quotidiano il rapporto con le piante e, soprattutto, con quelle che possono darci il cibo di cui ci nutriamo. Il terzo è un momento all'aria aperta, una sorta di passeggiata alla scoperta della natura dietro casa e degli stili di fruizione della stessa.

La sfida è aperta e sembra essere solo un inizio!








Huertos de Logroño

Logroño è una città spagnola non molto famosa. Qualcuno la conosce in quanto tappa del Cammino di Santiago. Per altri è un luogo di nessuna importanza, ma per chi ama i vini il fatto che sia il capoluogo della Rioja potrebbe aggiungere qualcosa. Per qualche paleontologo è il capoluogo di una regione che offre numerosi affioramenti di impronte di dinosauri. Per me, fino a qualche settimana fa, altro non era che la grande città più vicina al luogo in cui vive David, un caro amico conosciuto anni fa mentre era in Italia con il progetto Erasmus.

Ora, almeno per me, è una città della Spagna in cui l'orticoltura (eroica) urbana fa passi da gigante. Quello che vi sta accadendo, infatti, dà un'idea molto precisa di cosa possa essere il “fenomeno orti urbani”, oltre che della capacità delle pubbliche amministrazioni di alcune zone felici d'Europa di fornire servizi di gran livello ai propri cittadini.

Ma cosa sta succedendo a Logroño? La risposta consiste in tre fasi di realizzazione di orti urbani o orti sociali. Tre fasi che si traducono in tre grandi orti realizzati in tre anni consecutivi: dal 2012 al 2014. E i numeri sono da capogiro: 68 parcelle ortive di cinquanta metri quadrati messe a disposizione dei cittadini il primo anno, 82 il secondo e 80 il terzo. Si tratta di 230 orti assegnati con tre distinti bandi per un periodo di 3 anni. Trovandomi in vacanza ospite del mio amico non ho potuto fare a meno di andare a visitarli e di parlare con qualcuno degli orticoltori urbani che vi lavorano.
E' nel primo sabato di settembre del 2014 che arrivo al cancello della “Fase 1”. Siamo nei pressi del cimitero cittadino e non è difficile capire dove si trovano gli orti. Un pizzico di fortuna non guasta e proprio all'ingresso incontriamo una delle componenti del “consiglio dell'orto”. Idurre, la mia guida di origine basca, le spiega chi sono e perché vorremmo entrare nell'orto. Un gran bel sorriso e qualche spiegazione precedono il nostro ingresso. Capisco subito che c'è un clima particolare e caratterizzato da una grande semplicità. La ragazza ci spiega che gli orti sono stati affidati a seguito di un sorteggio nel 2012 in esito a un bando aperto a chi fosse interessato. Poiché i richiedenti erano molti il comune ha deciso di realizzare altri orti. “Fase 2” e “Fase 3” si trovano dalla parte opposta del cimitero. Ogni orto è dotato di un rubinetto per l'irrigazione, si può coltivare ciò che si vuole purché si tratti di ortaggi, con una piccola deroga per qualche pianta da fiore, e si può praticare solo agricoltura biologica. Naturalmente non si possono vendere i prodotti raccolti. Il canone annuale da pagare per coprire le spese comuni è di 50 euro. Ci congediamo ed entriamo. Anche sul piano tecnico tutto sembra all'impronta della semplicità. Una semplicità che riflette anche una certa bontà delle relazioni umane. Per esempio, il confine tra le parcelle, cioè tra i singoli orti in concessione, è quasi invisibile. Agli angoli di ogni parcella c'è un paletto di legno di sezione circolare alto qualche decimetro. Lui disegna il rettangolo assegnato e solo in pochi casi da un paletto all'altro corre un filo sottile, come uno spago. Intuisco che il regolamento dell'orto consente solo l'uso di tutori di legno: non c'è traccia di altri materiali. Di legno è anche il bordo di ogni area ortiva, che è chiuso da una sorta di trave di legno a sezione rettangolare.
Si coltiva di tutto, senza particolari sorprese. Ci sono i pomodori, i cavoli, le insalate, molti peperoni, qualche melanzana e via dicendo. Due bambini in compagnia della madre e di un'altra signora danno acqua al proprio orto. Poco dopo il cancello si apre: è un papà con due bambini. Entrano con le biciclette, le posizionano nelle apposite rastrelliere e vanno al proprio orto. È vicino ad un grande contenitore in cui si raccolgono gli scarti vegetali. L'orto è dominato da tre grandi cisterne. E' lì che viene immagazzinata l'acqua per l'irrigazione dopo il pompaggio dal pozzo. Una delle cisterne serve “Fase 2”, la nostra prossima destinazione.

“Fase 2” e “Fase 3” accolgono i pellegrini del Cammino di Santiago annunciando l'arrivo in città. Il secondo dei due è manifestamente nuovo e non tutti gli orti sono ancora coltivati. È qui che riusciamo a parlare con più persone e che si delineano vari scenari d'uso. Due ragazzi (di quelli che viaggiano per i quaranta…) ci spiegano che hanno due orti in concessione, uno per ciascuno, ma che hanno deciso di coltivarli insieme. Scopro che è una pratica diffusa. Ci sono famiglie che condividono più spazi. Forse c'è anche qualche furbetto che coltiva più spazi intestati a più amici. “E' difficile da controllare e, forse, va bene così”, ci dicono. Per ora nessuno si lamenta. Accanto a noi c'è un'intera famiglia al lavoro. Si va dai nonni ai nipoti. Ci spostiamo un po' e grazie al mio fotografare e riprendere con una videocamera ci viene incontro una persona. Ci fa un po' di domande e diamo spiegazioni. Poi è il suo turno. Lui viaggia per i sessanta anni e fino allo scorso anno non aveva mai coltivato ortaggi. Ha messo insieme qualche ricordo dell'infanzia, quando suo padre coltivava un orto, qualche lettura su internet, un po' di coraggio e l'aiuto degli altri orticoltori. “Quando non so come fare chiedo agli altri e altri chiedono a me”, ci dice. È lo spirito giusto.

Mi muovo per gli ampi viali degli orti, tutti praticabili con un automezzo, sebbene al massimo gli orticoltori entrino in bicicletta, e guardo le persone all'opera. Ce ne sono di ogni età. Solo più tardi scoprirò che devono essere residenti in città da almeno cinque anni. L'unica cosa che noto è una grande serenità. Poi ci sono i sorrisi, qualche parola scambiata e sguardi che scrutano gli altri. Ci trovo una grande armonia e davvero non sembra di essere alla periferia di una città che conta oltre 150.000 abitanti. Proprio mentre scrivo questo articolo leggo (e ricordo) che Logroño dal 2012 è la capitale gastronomica spagnola. Le due cose devono andare di pari passo. Io, però, non lo so e, in fondo, non è così importante. Ciò che conta, invece, è seguire le eroiche gesta di un'amministrazione comunale che sta puntando molto sugli orti urbani. Lo fa concretamente, senza troppa enfasi e in risposta alla domanda dei propri cittadini. Davvero un bel modello!












Orticoltura (eroica) urbana

Questo libro, oltre ad essere frutto del mio lavoro, è prima di tutto un urlo liberatorio lanciato da parte di chi, ogni giorno, cerca di migliorare questo nostro strano mondo senza gettare via ciò che ha di buono. È un inno, forse riuscito, alla consapevolezza che ognuno di noi nel suo piccolo possa fare qualcosa e che la somma di tanti piccoli “qualcosa” possa essere una rivoluzione pacifica e fondamentale: quella della riappropriazione del diritto/dovere alla capacità di produrre il proprio cibo

Il libro è scritto prima di tutto per chi non avrebbe mai pensato di leggerlo. Poi per chi è interessato al tema. Infine per chi è convinto che l'agricoltura sia legata esclusivamente al mondo rurale, cioè che abbia un senso solo quando si mette piede in campagna. Se devo aggiungere qualcuno, questo libro è scritto anche per me che, agronomo, da sempre non riesco a collocarmi in una delle tante caselle pensate per gli agronomi, sempre più costretti nei meandri della burocrazia e del commercio. Ne converrete che anch'io faccio parte, in qualche modo, di chi non avrebbe mai pensato di leggerlo, questo libro. E così, forse, si chiude il cerchio.

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