Il compito green!


Marzo 2020 - Le scuole sono chiuse a causa dell'epidemia di Covid-19 e molti insegnanti mi chiedono consigli per affidare a bambin* e ragazz* della propria scuola un #compitogreen. 

Ad alcuni ho mandato un messaggio, con altri ho fatto una riunione via Skype. Alla fine mi sono detto che un video avrebbe potuto funzionare sia da strumento con cui affidare il compito, sia da tutorial per bambin* e ragazz*. 

Così è nato questo video che qualsiasi insegnante potrà usare a supporto della propria attività didattica.



Buona visione!





Scuole chiuse? Stiamo in natura!

Questo post e il relativo video sono stati realizzati in occasione della chiusura delle scuole per l'emergenza Covid19. L'invito che essi forniscono tornerà ad essere valido quando saranno rimosse le restrizioni alla possibilità di muoversi sul territorio nazionale. Ad oggi (11/03/2020) molti dei suggerimenti sono contrari alle disposizioni dei vari decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri e non devono essere seguiti.

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Dopo che nei giorni scorsi alcune regioni del nord del nostro paese avevano sperimentato la chiusura delle scuole, ieri è arrivato il DPCM che ha decretato la sospensione della didattica in tutta Italia. Si tratta di uno scenario senza precedenti che bambini e genitori si trovano ad affrontare in modo improvviso.

Sono genitore e so bene quanto sia difficile riorganizzare la vita quotidiana da un momento all'altro. Personalmente, lavorando con assoluta prevalenza in scuole, servizi educativi e agenzie formative, godo di un non invidiabile vantaggio, cioè quello di trovarmi improvvisamente disoccupato, quindi in grado di gestire al meglio i miei figli liberi dagli impegni scolastici, ma so bene quanto il rischio sia quello di vederli trascorrere giornate intere in casa con la tentazione di smartphone, console per videogiochi e dispositivi affini.

Per questo ho provato a riunire qualche suggerimento in un breve video attingendo sia dalla mia esperienza professionale, sia da quella di genitore. Non c'è la pretesa di esaustività, né l'idea che "fuori" sia per forza la soluzione migliore. Rimane l'invito a provare a vivere questo tempo sospeso valorizzando il "chilometro zero educativo" che si trova oltre la soglia di casa.

Per chi ne avrà voglia, il mio augurio di una buona visione!






























Oltre la soglia - pratiche di outdoor education

A causa del protrarsi dell'emergenza e dell'assoluta inopportunità di effettuare spostamenti sul territorio nazionale, l'evento viene rinviato a data da destinarsi.



Si svolgerà a Lucca il 21 marzo 2020 la giornata formativa dal titolo "Oltre la soglia - pratiche di outdoor education".


La tematica proposta si inserisce nel filone dell’outdoor education e riguarda la possibilità di cogliere le opportunità educative offerte dai materiali naturali, con particolare attenzione a quelli rinvenibili nei giardini dei servizi, nei parchi cittadini e nella natura di prossimità. Tutto questo invitando all'uso dei suddetti spazi all'aperto come luoghi di esperienza e a sostenere dinamiche di apprendimento e auto-apprendimento “in” e “con” la natura e i suoi materiali, sia in momenti di vita al nido/scuola/servizio, sia in attività con le famiglie.

Saranno trattati i seguenti argomenti:

- i luoghi di natura e la loro esplorazione con i bambini e le famiglie – strategie d’ingaggio dell’utenza tra sicurezza e avventura vissute in chiave pedagogica;

- i materiali naturali: incontro, scoperta, raccolta, uso e conservazione – dal magazzino creativo all’atelier diffuso, passando attraverso la biblioteca oggettuale a cielo aperto.

CARATTERISTICHE DEL CORSO

Destinatari: educatori e educatrici di nido e altri servizi educativi della fascia 0-6, insegnanti della scuola dell'infanzia; il corso è aperto anche ai coordinatori e alle coordinatrici pedagogiche e a chiunque interessato ai temi trattati.

Durata: 8 ore nella giornata di sabato 21 marzo 04 aprile 2020.

Orari: dalle 9.00 alle 18.30 con pausa pranzo tra le 13.00 e le 14.30.

Modalità: didattica frontale, momenti di discussione in plenaria, esperienze in esterno e laboratori pratici.

Sede: Nido d'infanzia "Il nido" - Via Nottolini, 350 Sede in corso di individuazione per evitare ogni rischio per i bambini del nido - Lucca  (a poche decine di metri dalla stazione ferroviaria)

Costi di partecipazione: € 90,00 (novanta/00) a persona. Per chi effettua la pre-iscrizione entro il 25/03/2020 la quota è ridotta a € 80,00 (ottanta/00) a persona. Per tutti coloro che abbiano già partecipato a un'edizione del corso dedicato a "orto e giardino educativo" erogato da Emilio Bertoncini è previsto uno sconto di € 10,00 (dieci/00) cumulabile col primo. La quota comprende: partecipazione al corso, dispensa, documenti e materiali utili per il lavoro forniti su pen drive del partecipante (da portare in occasione del corso) e rilascio dell'attestato di partecipazione. Sono esclusi dalla quota vitto, alloggio e quanto non specificamente menzionato. I pranzi sono a cura dei partecipanti.


Docente: Emilio Bertoncini, Agronomo e guida ambientale, ha vinto una menzione speciale dell'Agricoltura Civica Award 2013, il premio per le agricolture del futuro di AiCARE. Ha collaborato con la Regione Marche per il progetto Ortoincontro riguardante i temi degli orti urbani e scolastici. E’ stato coinvolto in vari progetti formativi e educativi connessi all'orto e al giardino per le Conferenze Zonali dell'Istruzione di Lucca, Pistoia e Valdinievole e per i comuni di Montale (PT), Quarrata (PT) e San Giuliano Terme (PI), nonché nella formazione delle educatrici dei nidi privati del Comune di Prato (PO) per il tramite di CEMEA Toscana. Negli scorsi anni educativo ha collaborato con i seguenti nidi: “Il nido” di Lucca, “Pinco Pallino” 1 e 2, “Arcobalocco” e "Le piccole canaglie" di Quarrata (PT), "I piccoli gufi" di Scandicci (FI) e "Golgi Redaelli" di Milano. E’ autore dei libri “Orticoltura (eroica) urbana” e “L'orto delle Meraviglie” e curatore di “Evviva l’orto che ci fa sporcare – la biodiversità agraria delle Marche entra a scuola” edito dalla Regione Marche. Collabora stabilmente con la rivista “Bambini” di Spaggiari editore.


Iscrizioni: da perfezionare entro le ore 20:00 del 25/03/2020 mediante versamento anticipato della quota di iscrizione. Il pagamento della quota avverrà tramite bonifico bancario al raggiungimento del numero minimo di iscritti.

Recapiti per informazioni e iscrizioni: per richiedere informazioni, ricevere il programma didattico dettagliato o effettuare le preiscrizione è sufficiente scrivere all'indirizzo info@emiliobertoncini.com

Breve viaggio in alcuni orti (eroici) urbani del Veneto

Quando posso mi prendo del tempo per visitare orti urbani in varie parti d'Italia. L'organizzazione di queste "missioni impossibili" in cerca di orti "eroici" è quantomai fantasiosa e, a volte, accade che le mie visite avvengano in momenti singolari o legati in modo assai strano al momento in cui ho scelto di farle. Il caso degli orti veneti di cui racconterò nelle prossime righe è uno di quelli. L'opportunità della visita è nata, infatti, durante una delle estate più torride e siccitose degli ultimi decenni, ma il mio tour si è svolto in giorni caratterizzati da nebbia, pioggia e freddo nel mese di novembre. Si obietterà che non si tratta del momento dell'anno in cui gli orti danno il meglio di sé, ma io credo che sia quello in cui può emergere con maggior forza l'intenzione che si cela dietro ogni orto, al di là dei fasti che primavera ed estate sanno regalare.

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Raggiungo Montebelluna, in provincia di Treviso, dopo circa quattro ore di viaggio in solitaria autostradale e quando scendo dall'auto comprendo in un sol momento la differenza tra i 14°C della mia soleggiata Toscana e i 9°C delle nebbie venete. Solo la mia determinazione nel fare quattro passi negli Orti Solidali prima che il cielo si faccia buio evita la ricerca immediata di un luogo e di una bevanda calda. Purtroppo, come accaduto altre volte, nei giorni precedenti non sono riuscito a stabilire un contatto con chi anima l'orto e mi aggiro per i suoi spazi con poche e scarne informazioni, sebbene la mente sia animata dal ricordo di una bellissima ripresa aerea dell'orto. In ogni caso, mi sono messo a passeggiare andando man mano alla scoperta, non senza chiedermi se la forma dell'orto.


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Un ringraziamento particolare va a chi mi ha aiutato nell'incursione in terra veneta che ha reso possibili queste visite, vale a dire Costantina Righetto, che ringrazio per l'ospitalità e i preziosi suggerimenti, Francesca Meneghello, che mi ha permesso tante belle scoperte all'Ospedale San Camillo, e Elena Schiavon, che mi ha aperto la strada e gli occhi per dar vita ad una prossima visita agli orti (eroici) urbani di Venezia.

Se un trifoglio rivela limiti e opportunità nel mondo della formazione in campo ambientale e agricolo

Negli ultimi anni, lavorando come formatore, mi trovo ad affrontare una difficoltà di non poco conto. Mi riferisco alla presenza nei corsi di formazione finanziati dal Fondo Sociale Europeo di persone provenienti da altri continenti e, in particolare, dall'Africa. Mi correggo: la difficoltà è averli insieme ad altri partecipanti nati e vissuti in Italia o almeno in Europa. Questa promiscuità, se per certi versi è un'enorme ricchezza, da altri punti di vista genera una situazione comunicativa assai complessa perché, spesso, è come lavorare con due o più gruppi di persone presenti nella stessa aula.

La prima difficoltà da affrontare è, ovviamente, linguistica. Gli africani spesso parlano più lingue, ma il loro italiano, soprattutto se si tratta di richiedenti asilo o di persone arrivate da pochi anni, non è adeguato a seguire un corso in materia di agricoltura e ambiente. Se con loro risulta relativamente facile conversare dei fatti del quotidiano, seguire una lezione su temi tecnici, anche non troppo approfonditi, alza nuovamente la barriera linguistica. Io provo ad aiutarmi con l'inglese, ma a quel punto quello deficitario in termini di lingua diventa il docente. Stendiamo un velo pietoso sul fatto che non parlo il francese, mentre molti di loro lo parlano benissimo. Fin qui tutto bene, ma le difficoltà non mancano mai e quello che accade è che, quando semplifico e rallento il mio italiano, divento una sorta di robot stupido agli occhi degli italiani. Spesso questi ultimi accettano di buon grado la situazione che viene a crearsi e, anzi, mi danno una mano, ma è del tutto evidente che la loro partecipazione al corso si snatura e che per tutti diventa difficile raggiungere gli standard di preparazione richiesti per superare test ed esami che certificano le competenze. Insomma, la situazione è complessa e richiede non solo degli adattamenti comunicativi, ma anche una complessiva revisione delle strategie di accompagnamento del gruppo in formazione.

Una delle domande che mi faccio è questa: il sistema della formazione professionale finanziata non dovrebbe interrogarsi sull'origine di queste difficoltà e su possibili strategie per risolverle a monte?

(Trifoglio pratense - CC BY-SA 2.5,
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=196821)
Dei vari corsi in cui ho svolto docenze negli ultimi due - tre anni ce ne è stato uno, però, che ha avuto la capacità di spingere oltre il mio pensiero. Ciò grazie ad una circostanza apparentemente fortuita. Parlando di colture foraggere ho utilizzato la parola trifoglio. Uno dei ragazzi africani, in particolare dell'Africa occidentale, mi ha chiesto di spiegare cosa fosse il trifoglio. In aula si è immediatamente attivato un sistema di aiuto reciproco e gli smartphone sono stati canali di accesso ai vari traduttori per trasporre la parola trifoglio in inglese, francese e qualche altra lingua, ma il problema non si è risolto. Qualcuno ha cercato le immagini, ma anche questo non è stato di alcun aiuto. Solo durante una pausa abbiamo risolto il problema cerando il trifoglio in un prato posto nelle vicinanze dell'aula. Dico che abbiamo risolto, ma, in realtà, abbiamo capito che quella pianta era del tutto ignota ai ragazzi africani presenti in aula. A quanto pare, nei loro ambienti di origine non ci sono trifogli di alcun tipo o loro non hanno avuto occasione di conoscerli. In quel momento, però, è successa anche un'altra cosa, cioè alcuni dei ragazzi italiani hanno dimostrato di conoscere il trifoglio, ma di non sapere che si potesse coltivare e che potesse essere una pianta da foraggio. Terminata la lezione mi sono messo in viaggio e non riuscivo a non pensare a quanto accaduto. In realtà, c'è voluto qualche giorno per articolare un ragionamento più complesso.

Sulle prime mi sono detto che se la situazione si fosse ribaltata geograficamente, cioè se fossimo stati in un paese dell'Africa occidentale a parlare di piante da foraggio, anche io avrei avuto difficoltà poiché ignoro quali piante crescano in quelle zone e siano adatte allo scopo, quindi mi è parsa naturale la difficoltà dei miei studenti africani. Però a stonare in aula era la conoscenza degli italiani. Mi sono chiesto cosa sarebbe successo se, anziché chiedere del trifoglio, il mio studente avesse chiesto lumi sul loietto o sulla Poa pratensis. Ragionevolmente, anche gli studenti italiani si sarebbero trovati in difficoltà.

(foto tratta da www.eticamente.net -
clicca sull'immagine per leggere l'articolo)
Perché? Perché solo qualche specialista del settore studia quelle due graminacee e sa come sono fatte e a cosa servono, mentre per il trifoglio le cose cambiano completamente. La maggior parte delle persone nate e cresciute in italia sanno riconoscere il trifoglio perché fin da bambine sono state invitate a cercare i quadrifogli. Motivo? Se li trovi, portano fortuna! Cioè una credenza popolare è motivo di indagine botanica e questa ci rende competenti anche se nella vita studiamo cose completamente diverse. In sintesi, chi nasce e cresce in Italia conosce il trifoglio perché nei nostri ambienti, spontaneamente o coltivate, ne crescono numerose specie e perché il contesto culturale italiano spinge ciascuno da noi a conoscere e saper riconoscere le piante appartenenti a quel gruppo di specie.

Se proviamo a far evolvere la riflessione, possiamo dire che chi nasce e cresce in Italia riceve una sorta di alfabetizzazione legata al contesto ambientale che lo rende competente e capace di muoversi, anche competenze generiche e di base, nel mondo dell'agricoltura e dell'ambiente. La stessa cosa accade a chiunque nasca e cresca in un qualsiasi ambiente, ma quando la persona si sposta altrove, le difficoltà non sono solo linguistiche o di cultura generale, bensì di alfabetizzazione legata al contesto ambientale.

Questo si traduce nel fatto che, per accogliere efficacemente nei nostri corsi persone vissute altrove, risulta necessario progettare percorsi formativi ad hoc o, almeno, fare una formazione propedeutica che supplisca al deficit di alfabetizzazione agli ambienti italiani, più che alla lingua italiana.

Si tratta di una riflessione avente natura prettamente provvisoria, ma proprio non riuscivo a non condividerla con chi ha la pazienza di leggere questo mio blog.

Orto o museo?

Le vacanze, si sa, sono un periodo interpretabile in molti modi. Per molti sono un momento di riposo, ma io non sono mai arrivato al loro termine riposato, anzi. Sono, però, un periodo in cui la mente riesce a distaccarsi dall'ordinario e a prestare attenzione al resto. Quest'anno le mie vacanze sono state guidate soprattutto dalla passione di mia figlia Luna per l'arte e dalla sua voglia di scoprire Amsterdam. Mi sono, così, detto che il tema portante della mia attività professionale, cioè l'orto visto in chiave educativa, didattica e sociale, avrebbe dovuto starsene alla larga dalle nostre intenzioni di visita.
E' andato tutto piuttosto bene finché non sono entrato nella reception di un albergo, per altro scelto sulla base di criteri assai lontani dal mondo degli orti. Mentre salutavo il signore che ci stava accogliendo, il mio sguardo è caduto su un volantino che ha immediatamente cambiato le successive 24 ore della vacanza. Si trattava del flyer promozionale del "Museum Garden Gaasbeek", posto a mezz'ora d'auto da Bruxelles.

L'orto/giardino in questione occupa uno spazio che già in passato ospitava i giardini del Castello di Gaasbeek, ma ciò che stupisce è la finalità per cui, qualche anno fa, è tornato a nuova vita: "This is a completely newly built garden, specially designed to suit its purpose as a museum garden". Sì, l'orto/giardino che possiamo visitare oggi è di nuova realizzazione e il suo scopo è quello di essere un museo. Un museo vivente!

Come recita il volantino, uno degli scopi del Museum Garden è quello di rendere consapevole la popolazione belga del ruolo e dell'importanza avuti dal Belgio nel campo dell'orticoltura e della coltivazione di alberi da frutto nel XIX secolo e fino alla Seconda Guerra Mondiale. Proprio per questo motivo, nel museum garden vengono coltivate varietà orticole e frutticole antiche e caratteristiche e, per gli alberi da frutto, come vedremo, le forme di allevamento sono davvero molto particolari e caratteristiche di epoche passate.

Per raggiungere i propri scopi documentativi e didattici il Museum Garden è articolato in varie aree funzionali che provo a descrivere secondo il mio percorso di visita evidenziando, caso per caso, gli aspetti che più mi hanno colpito. In tal senso, il primo e più importante elemento è il fatto che le specie orticole e frutticole sono coltivate e presentate in un contesto di vero e proprio giardino, quindi tenendo conto di aspetti estetici e di comfort, condizione che invoglia alla visita anche chi non ha un interesse specifico, come può essere il mio.

Subito dopo l'ingresso, svoltando a destra, si entra nell'ampia zona del kitchen garden. Qui troviamo in coltivazione un gran numero di ortaggi e fiori, soprattutto varietà di dalie, che sono mostrati nelle loro caratteristiche e che possiamo vedere, secondo l'epoca della visita, nella tipologia e nello stadio di sviluppo propri del momento. Questo ci parla di stagionalità di produzione, ma ci racconta anche che quando fu realizzato il giardino precedente fu fatta un'importante scelta in termini di localizzazione e sistemazione dello stesso. Il museum garden, infatti, si trova in una zona in cui le temperature invernali, a dispetto di ciò che si potrebbe pensare, sono abbastanza miti e il sito scelto ha temperature mediamente superiori di alcuni gradi alla media della zona. Inoltre, i muri perimetrali del vecchio giardino assicurano protezione dai venti e riescono a funzionare come volani termici che accumulano calore durante le ore diurne per cederlo durante la notte. Vi si trovano, così, ortaggi comuni in coltivazione anche nelle zone mediterranee, sebbene di varietà adatte alle condizioni locali. E' possibile vedere a confronto alcune tecniche di coltivazione, come quella su terreno sarchiato, cioè regolarmente sottoposto a lavorazioni per controllare le erbe infestanti e rompere la crosta superficiale, e quella con pacciamatura di paglia, cioè ricoperto per ostacolare le malerbe e trattenere l'umidità. Sono, inoltre, mostrati alcuni accorgimenti tradizionali per proteggere le piante nelle prima fasi di sviluppo, come le mini-serre che si vedono nella fotografia qui sopra.

Un altro aspetto che spicca nella "collezione ortiva" è la biodiversità nel mondo degli ortaggi. Essa può essere apprezzata a vari livelli. In alcuni casi, ciò richiede una certa competenza nell'individuare, anche attraverso i cartellini esplicativi presenti nell'orto, le varietà di appartenenza di ortaggi appartenenti a una singola specie. In altri casi, come quello illustrato nella fotografia a lato, il colpo d'occhio ci racconta che dietro la parola "cavolo" ci sono piante diverse, vere e proprie specie distinte, e anche varietà diverse in seno alla stessa specie. Le forme e le colorazioni di queste piante rendono molto bene l'idea. In questo modo, anche chi non ha particolari competenze può apprezzare proprio l'idea di biodiversità agraria.

I pomodori sono per lo più protetti da una struttura temporanea che li copre per ridurre le bagnature dovute alle rugiade notturne e alla pioggia. E' lì che faccio una delle scoperte della mia mattinata di visita. Mentre osservo le diverse varietà, infatti, mi imbatto in un "tomato lichi": una pianta di pomodoro con le spine! Benedico Google e scopro che si tratta di Solanum sisymbriifolium Lam., una solanaceea (famiglia botanica cui appartengono patate, peperoni, melanzane e pomodori) affine al pomodoro che matura i frutti dentro una sorta di involucro spinoso. Nonostante sia segnalata una possibile tossicità di alcune sue parti e dei suoi frutti non maturi, i motivi di interesse sono altri. Il primo è che contiene una sostanza che li protegge da alcuni parassiti e che sono coltivabili in consociazione, cioè in abbinamento, con le patate per proteggerle dai nematodi (parassiti radicali). Il secondo è che sono anche coltivati come siepe stagionale spinosa e capace, quindi, di costituire un ostacolo per alcuni animali. Non male per essere "un pomodoro"! Ma c'è un aspetto interessante sul piano didattico: si propongono alcune soluzioni tecniche, come la copertura, e un nutrito set di varietà che forniscono anche al visitatore meno preparato e attento l'idea che dietro al gesto del coltivare ci sia, anzi ci debba essere, una competenza importante che è vera e propria cultura.

Superato il kitchen garden, si entra in una nuova grande "stanza" in cui il tema dominante sono i frutti. Vi si trovano sia alberi da frutto di specie diverse, dai peri ai fichi, dalle prugne ai meli, e piante a bacca o piccoli frutti. La loro collezione riprende un tema che ci ha già accompagnati del kitchen garden, così il berry garden e il frutteto danno spettacolo con le forme di allevamento degli alberi, cioè con i modi in cui le piante sono fatte crescere e vengono conformate. E' un tripudio di sostegni, potature fatte ad arte, legature. E' vera e propria arte associata alle piante. Gli alberi da frutto sono presentati in soluzioni in cui l'estetica ha un valore assoluto dimostrando che si possono coltivare frutti donando bellezza e stupore al giardino.





I due temi, quello dei frutti e quello delle forme di allevamento, ci accompagnerà anche in altre "stanze" del museum garden, sebbene con chiavi diverse. Intanto, passando dai settori più formali del giardino a quelli che ci restituiscono il senso paesaggistico che possono assumere i frutteti, si incontra lo shadow garden, il giardino ombreggiato. Siamo nel mondo delle hosta e di altre piante adatte a spazi poco luminosi, come la pachysandra, la waldsteinia, la pulmonaria, gli ellebori e gli aconiti, e, soprattutto, il giardino assume una fisionomia e un'estetica nuova, improvvisamente piacevole e paesaggistica.

E' quasi un diversivo che ci porta agli spazi improvvisamente aperti, curati e colorati in cui agli alberi da frutto di grandi dimensioni, tra cui dei saporitissimi meli, fanno paesaggio. Colpiscono la disposizione geometrica accurata e le protezioni poste alla base degli alberi. Qui sarà davvero difficile vedere le macchine per il taglio dell'erba urtare contro i fusti e danneggiarli irrimediabilmente, come spesso accade nei giardini nostrani. Ma gli alberi da frutto, si sa, hanno bisogno di impollinatori. Allora, quasi a volerci scaraventare in un quadro di Monet, tra i filari compaiono fiori che attraggono e alimentano gli insetti pronubi (impollinatori).
Ancora una volta, sono incanto e bellezza a far da padroni, a testimonianza della capacità dell'agricoltura di produrre paesaggio di pregio estetico quando il suo obiettivo economico non è strettamente connesso al solo raccolto dei prodotti. L'Unione Europea inserisce questa capacità nella multifunzionalità dell'agricoltura (1) e molte aziende agricole che svolgono attività agrituristica e didattica potrebbero trovare ispirazione in questi spazi.

La visita non è finita e il tema degli alberi da frutto torna con prepotenza alla ribalta nella "stanza" in cui entriamo per tornare verso l'ingresso. Qui le forme di allevamento più diverse e disparate sono messe a confronto e descritte tramite un'apposita cartellonistica e, soprattutto, alle forme di allevamento tradizionali sono messe a confronto quelle più moderne, con le piante ridotte in dimensione grazie ai portinnesti nanizzanti (2) e la conformazione della pianta vocata alla riduzione dei costi di produzione. Entrare nel dettaglio tecnico, ancora una volta, richiede competenza, ma il confronto visivo diretto spiega molte cose anche a chi è in visita per godersi lo spettacolo del museum garden. Addossate al fruit shed, una sorta di capanno in cui si vede come venivano conservati in passato i frutti raccolti, campeggiano nuovamente tre piante da frutto offrendoci un nuovo spettacolo. E' difficile non pensare che mani sapienti possano guidare le piante nell'assumere le forme più disparate.


Tornando verso l'ingresso, proprio quando sembra di esser giunti alla fine della visita, si viene irrimediabilmente catapultati verso il giardino all'italiana vivendo la strana sensazione di potersi trovare nella campagna toscana o laziale. La voglia di scendere le scale e di muoversi tra i ricami del giardino quasi impedisce di apprezzare l'orangerie, in cui vengono ricoverati gli agrumi. Impossibile, invece, non apprezzare l'originale vigneto sulle superfici erbose in pendio. I polmoni si riempiono d'aria mite e lo sguardo vaga all'orizzonte. La visita è finita, ma nascono i propositi. Chissà cosa ne scaturirà. Di sicuro, l'idea che questo museo sia un luogo, un orto, in cui tornare per imparare ancora.


***NOTE AL TESTO***


(1) “Oltre alla sua funzione primaria di produrre cibo e fibre, l’agricoltura può anche disegnare il paesaggio, proteggere l’ambiente e il territorio e conservare la biodiversità, gestire in maniera sostenibile le risorse, contribuire alla sopravvivenza socio-economica delle aree rurali, garantire la sicurezza alimentare. Quando l’agricoltura aggiunge al suo ruolo primario una o più di queste funzioni può essere definita multifunzionale.” (Oecd 2001).

(2) La pratica dell'innesto consiste nell'unire parti di due piante a formare un unico individuo funzionale. Una delle due piante, detta nesto, fornisce la parte che si sviluppa in altezza dà origine ai frutti. L'altra, detta portinnesto, dà luogo ad una parte del fusto e alle radici. Alcuni portinnesti, detti nanizzanti, riducono l'accrescimento del nesto inducendo un nanismo che nell'agricoltura moderna è considerato vantaggioso per le semplificazioni e i risparmi dovuti alla ridotta dimensione della pianta.


***ALCUNE FOTOGRAFIE DI PARTICOLARI CHE MI HANNO COLPITO***

Comunicare 1 - bacheca esplicativa
Comunicare 2 - cartello esplicativo

Comunicare 3 - cartello esplicativo
Comunicare 4 - cartello esplicativo multilingue girevole
Comunicare 5 - cartello esplicativo multilingue girevole
Comunicare 6 - cartello descrittivo delle forme di allevamento
Bottiglia entro cui viene fatto crescere un frutto.
L'imbiancatura serve per evitare danni da calore al frutto.
Punto di innesto di melo allevato su portinnesto nanizzante
Alcune piante suscettibili di malattie fungine sono coperte
per evitare le bagnature di rugiada e pioggia.
Protezione alla base degli alberi da frutto
Terreno lavorato alla base degli alberi da frutto
Protezioni contro gli uccelli per le piante a bacca piccola

Oblò con bacheca esplicativa che consente di affacciarsi
sullo spazio che ospita le arnie (irraggiungibili dal pubblico)





Una luce che brilla negli occhi

Lavoro nel mondo della formazione professionale da quando lavoro. Anzi, il mio primo vero incarico è stato proprio relativo ad un corso di formazione. Eravamo negli anni '90, sul finire, e io dovevo ancora mettere in atto tutti gli errori possibili per un formatore. Giuro che ci misi un grande impegno e riuscii a portarmi avanti su questa strada. Per correggere il tiro o, almeno, per stare lungo il sentiero migliore, nel tempo ho partecipato a varie iniziative in cui a formarsi, nella qualità di formatore, ero io. Tra queste un bellissimo corso organizzato da ARSIA e Kiosco nel lontano 2002. Gli obiettivi del corso, formare tecnici addetti al tutoraggio degli imprenditori agricoli, andarono completamente falliti, anche perché non fu mai attivata la misura del Piano di Sviluppo Rurale che avrebbe dovuto finanziare l'uso dei tutor, ma da quelle 80 ore io uscii tras-formato.

In particolare, portai con me molti strumenti inerenti la comunicazione tra formatore e aula, intesa come gruppo di persone che hai davanti. Quegli apprendimenti hanno modificato il mio modo di impostare una relazione con chiunque. Ancora più importante, però, fu un altro concetto, cioè quello secondo cui l'obiettivo della formazione è cambiare i comportamenti di chi segue il corso. Cito questa cosa all'inizio di quasi tutte le mie docenze e per farlo uso un esempio chiarificatore, anche se non mi coinvolge direttamente, cioè il seguente: se alla fine di un corso sulla sicurezza sentiamo il bisogno intimo di agire riducendo il rischio, per esempio non riusciamo a non indossare i dispositivi di protezione individuale (d.p.i.), il corso ci ha formati; se, viceversa, sappiamo cosa dovremmo fare, per esempio indossare i d.p.i., ma non lo facciamo, il corso ci ha solo istruiti. Per dirla più direttamente, il corso è stato un fallimento, come spesso accade per questo tipo di corsi.
Senza che questo mi riesca sempre e a costo di risultare impopolare e finanche antipatico, il mio tentativo è sempre questo: cambiare i comportamenti di chi partecipa ai corsi in cui sono docente.

Quel corso disse anche qualcosa di diverso: i miei occhi si illuminavano e io vivevo di entusiasmo e partecipazione in certi momenti, mentre arrivavo a sbadigliare in altri. Fu così che decisi che, da formatore, avrei sempre cercato di carpire negli occhi di chi mi sta di fronte quella scintilla. Devo ammettere che capita davvero raramente, soprattutto perché non è facile essere all'altezza come docente e perché molte persone partecipano ai corsi senza motivazione (vogliamo parlare dello spirito con cui si affronta la "formazione obbligatoria"?) o nella convinzione di sapere già tutto sull'argomento (vogliamo parlare della nostra presunzione quando facciamo un corso obbligatorio?).

Negli oltre 20 anni in cui ho svolto docenze ho toccato gli argomenti più disparati (vorrei dire anche "disperati"), spesso su contenuti standard decisi da terzi, dal legislatore al progettista annoiato che fa copia - incolla da un corso all'altro. Fortunatamente, negli ultimi anni godo del privilegio di lavorare come formatore in corsi in cui porto le mie esperienze nel mondo dell'educazione. Spesso si tratta di corsi in cui ho la possibilità di progettare ed agire esattamente come voglio. A volte ne sono anche il venditore, altre mi è riconosciuta l'autorevolezza dell'esperto e mi si dà carta bianca. Si tratta di un privilegio che ha il suo prezzo, naturalmente, e ogni errore brucia esattamente come la peggiore delle escoriazioni. C'è, però, l'ebbrezza del cavalcare l'imprevedibilità che si sovrappone alle tue scelte, ai tuoi progetti, alle tue idee. E c'è lo sguardo di chi ti sta davanti con o senza la scintilla. E' una delle parti più belle del mio lavoro. Fanno eccezione i momenti in cui lavoro con i bambini, soprattutto con quelli del nido. Con loro a tutto questo si aggiunge lo stupore dell'esperienza prima e unica (fino a quel momento) di quegli esseri che Mariangela Gualtieri definisce nostre divinità domestiche. Quei momenti sono insuperabili e possono essere disturbati solo dagli adulti presenti.

Ci sono casi in cui la committenza, nel caso specifico di cui parlo il Comune di Prato (PO) per il tramite di Cemea Toscana, si fida fin troppo di me e, dopo la fortuna di un primo corso sul tema degli orti e giardini educativi, mi chiede di fare una nuova proposta per la formazione delle educatrici e degli educatori dei servizi privati. Io decido così di avventurarmi fuori dall'orto e dal tema del coltivare in chiave educativa e vado oltre la soglia, cercando di realizzare un corso capace di mostrare le opportunità educative offerte dalla natura e dai suoi materiali. Si sa come vanno certe cose: in fase di progettazione uso espressioni come outdoor education, magazzino creativo, atelier diffuso e biblioteca oggettuale. In quel momento, le prendo in prestito da autori di libri come "Fuori", "Materie intelligenti" e "Outdoor education". Poi, nel tempo che intercorre tra la proposta e la realizzazione (di ben due edizioni parallele!) la testa ci lavora su e rielabora, adatta e plasma tanto quelle parole, quanto i modi in cui dare sostanza e sviluppo ai buoni propositi progettuali. Fortuna vuole che nelle settimane precedenti l'inizio del corso mi passi per la testa di visitare una mostra e vedere un film.

La prima è dedicata allo street artist Banksy è mi porta a proporre una provocazione educativa mutuata da una sua celebre frase, che è questa: "Molti genitori sarebbero disposti a fare qualsiasi cosa per il loro figli, tranne lasciarli essere se stessi". Io la trasformo in "molte delle persone che lavorano in educazione sarebbero disposte a fare qualsiasi cosa per i bambini con cui lavorano, tranne lasciare che apprendano ciò che vorrebbero". La provocazione mi serve per spostare il soggetto dell'agire educativo, almeno in alcuni frangenti e in relazione ai materiali naturali, dall'adulto al bambino, pur con tutte le implicazioni organizzative e di altro ordine che ne derivano.

L'altro incontro fortunato è quello con un dialogo tra Gauguin e Van Gogh nel film "Sulle soglie dell'eternità" dedicato alla vita del secondo. In quel dialogo Gauguin risolve, almeno in parte e in via funzionale, una domanda che mi attanaglia da anni quando mi confronto, da persona con una formazione scientifica e agronomica quale sono, con il mondo educativo. Quest'ultimo vede natura laddove io vedo l'artificio prodotto dall'uomo sulla o con la natura. E io vedo natura dove quel mondo non la vede. Ecco che con "senza i nostri occhi non esiste natura e nessuno vede il mondo allo stesso modo" Paul Gauguin mi dà un buon strumento per presentarmi davanti alle educatrici iscritte ai corsi e dir loro "la natura è una cosa diversa per ciascuno di noi". Se è chiaro questo, non esiste equivoco sulla naturalità di spazi e materiali e possiamo andare avanti.

Non rimane che fare delle proposte concrete, ma fin dalla prima lezione non sono certo che la formula possa funzionare. Del resto, non l'ho mai collaudata. In una vita attraversata dal rischio e caratterizzata solo dalla certezza della sua fine, almeno per come la definiamo molti di noi esseri terreni, non mi rimane che rischiare.

Il primo incontro, oltre all'introduzione, verte sui concetti appena espressi e guida le partecipanti fuori dalla struttura che ci ospita, prima in giardino, poi verso i parchi urbani vicini e nel fiume Bisenzio. L'obiettivo, svelato col contagocce, è raccogliere materiali naturali e farne una collezione, forse un piccolo museo, da mostrare e raccontare agli altri. La mattinata è evidentemente piacevole, ma gli occhi non brillano. E' un copione che va in scena in entrambe le edizioni del corso. E' chiaro che quel mio lasciare delle cose in sospeso, come l'obiettivo finale, dopo le provocazioni descritte in precedenza crea aspettativa, ma questa sta andando delusa. Credo che nel calcio si parli di zona Cesarini e per me sono davvero gli ultimi minuti dell'incontro a risultare decisivi: all'improvviso, mentre raccontiamo quelle raccolte di materiali materiali che esponiamo in modi che io ho appreso da Sara Vincetti nel mondo di Bambini e Natura, succede qualcosa.

La maggior parte degli occhi iniziano a brillare perché, oltre a suggerire delle modalità operative inusuali e a dare uno sguardo diverso su quelle mani, secchiellini e tasche piene di materiali naturali prodotte dai bambini, emerge il potere degli oggetti di natura nel fissare ricordi dell'infanzia nella mente adulta. La maggior parte delle educatrici non riesce a dissociare ciò che ha raccolto dai ricordi d'infanzia o della propria vita. Emergono i volti dei nonni, degli amici, dei genitori da giovani, del vicino di casa e così via. Ecco che i materiali naturali divengono mediatori nel generare ricordi e la funzione dell'educatrice viene nobilitata nel proprio agire. Gli occhi che brillano producono un effetto che stravolgerà il corso: io, il docente, scopro che vale la pena di osare di più e il power point preparato con tanto impegno vola via per tornare solo in occasione dell'ultimo incontro, ma stampato su carta e usato per sottolineare i momenti topici di una mattinata di formazione in cammino.

Nel mezzo accade di tutto: si collezionano materiali, si scavano buche per ospitarli, nascono montagnole, si dà vita a isole ortive e così via. Gli occhi continuano a brillare fino alla fine e io capisco che sto vivendo uno di quei corsi in cui a formarsi è (anche) il formatore, ma c'è una mattinata che, in entrambi i corsi, produce qualcosa di davvero speciale. Cogliendo la disponibilità del coordinamento pedagogico del Comune di Prato, decido di svolgere una delle mattinate di formazione nel Parco di Galceti, un parco molto speciale alle porte della città. Alla base della mattinata ci sono due o tre idee. La prima è quella che fuori, oltre la soglia, si può fare anche quello che per tradizione e abitudine si fa dentro, basta accogliere l'imprevedibilità e imparare a stare fuori, togliere questa esperienza dallo straordinario per portarla nel quotidiano. La seconda è quella che per stare bene fuori è necessario organizzarsi un po'. La terza è che i luoghi di natura hanno una propria attitudine a guidarci nel da farsi. La scommessa è grande e fare queste cose in gennaio e febbraio alza decisamente l'asticella della sfida. Tuttavia, per entrambi i corsi, le mattinate sono soleggiate e tiepide, addirittura più calde di quanto previsto dai vari servizi meteo.

La mattinata inizia camminando per il parco in cerca di materiali naturali. Ci sono, però, delle prescrizioni. Per esempio, devono stare all'interno di una scatola da scarpe che le partecipanti hanno portato con sé e, alla fine, non potranno essere più di dieci. Serviranno poi nelle successive lezioni. Salendo sulla collina si raggiunge una sorta di anfiteatro pietroso e disordinato. E' un luogo che invita a sedersi chi, come noi, va li per fare delle letture condivise, ma che per alcuni potrebbe costituire una perfetta latrina. A noi accade di nobilitarne l'uso. Alla richiesta di portare delle cose da leggere ad alta voce, infatti, la risposta è meravigliosa e persone che a malapena si conoscono leggono cose che le investono anche sul piano personale. Questa volta non tutti gli occhi luccicano perché molti lacrimano. Succede per due volte, in entrambe le edizioni del corso. Io sono stupefatto e incredulo. Avevo trovato quel luogo durante un fugace sopralluogo e, proprio lì, avevo sentito l'impulso della lettura. Così era nata l'idea. Quello che è successo ha lasciato un segno in molti dei presenti.
Non basta: si sale un po' fino a raggiungere un luogo da cui si vede la città viva e pulsante che stride con la morte che ha portato via la pineta. Siamo in un vero e proprio cimitero degli alberi che sembra esser stato bombardato da una pioggia di pietre di varie dimensioni. E' lì che dal mio zaino escono biscotti e un thermos di tè caldo. Gli occhi si illuminano di nuovo, ma questa volta è semplice gratitudine che io accompagno dicendo che "per star fuori basta organizzarsi". I sorrisi mi ripagano.


Arriva, quindi, l'invito ad agire: i materiali disponibili in loco diventano oggetti per realizzare un'installazione, un gioco o lanciare un messaggio. I luoghi sanno fare grandi cose e così accadono fatti abbastanza speciali. C'è chi si trova inventore dell'aratro mentre trasporta un grande pezzo di legno, chi evoca episodi legati alle religioni, chi fa apparire animali moderni e preistorici. Soprattutto, nessuno si tira indietro e gli occhi continuano a brillare.


Il rientro a valle si divide tra silenzi di riflessione e considerazioni su ciò che è accaduto e non ci sono più un docente e delle educatrici (e un educatore!), ma persone che dialogano sulla relazione con i luoghi, sull'unicità di alcune esperienze e sui modi nuovi di agire sia nella vita privata, sia in quella educativa.

Dopo i saluti faccio caso ai miei occhi: brillano e io da quel momento non sarò più lo stesso nel fare formazione, almeno su quei temi.