Orto o museo?

Le vacanze, si sa, sono un periodo interpretabile in molti modi. Per molti sono un momento di riposo, ma io non sono mai arrivato al loro termine riposato, anzi. Sono, però, un periodo in cui la mente riesce a distaccarsi dall'ordinario e a prestare attenzione al resto. Quest'anno le mie vacanze sono state guidate soprattutto dalla passione di mia figlia Luna per l'arte e dalla sua voglia di scoprire Amsterdam. Mi sono, così, detto che il tema portante della mia attività professionale, cioè l'orto visto in chiave educativa, didattica e sociale, avrebbe dovuto starsene alla larga dalle nostre intenzioni di visita.
E' andato tutto piuttosto bene finché non sono entrato nella reception di un albergo, per altro scelto sulla base di criteri assai lontani dal mondo degli orti. Mentre salutavo il signore che ci stava accogliendo, il mio sguardo è caduto su un volantino che ha immediatamente cambiato le successive 24 ore della vacanza. Si trattava del flyer promozionale del "Museum Garden Gaasbeek", posto a mezz'ora d'auto da Bruxelles.

L'orto/giardino in questione occupa uno spazio che già in passato ospitava i giardini del Castello di Gaasbeek, ma ciò che stupisce è la finalità per cui, qualche anno fa, è tornato a nuova vita: "This is a completely newly built garden, specially designed to suit its purpose as a museum garden". Sì, l'orto/giardino che possiamo visitare oggi è di nuova realizzazione e il suo scopo è quello di essere un museo. Un museo vivente!

Come recita il volantino, uno degli scopi del Museum Garden è quello di rendere consapevole la popolazione belga del ruolo e dell'importanza avuti dal Belgio nel campo dell'orticoltura e della coltivazione di alberi da frutto nel XIX secolo e fino alla Seconda Guerra Mondiale. Proprio per questo motivo, nel museum garden vengono coltivate varietà orticole e frutticole antiche e caratteristiche e, per gli alberi da frutto, come vedremo, le forme di allevamento sono davvero molto particolari e caratteristiche di epoche passate.

Per raggiungere i propri scopi documentativi e didattici il Museum Garden è articolato in varie aree funzionali che provo a descrivere secondo il mio percorso di visita evidenziando, caso per caso, gli aspetti che più mi hanno colpito. In tal senso, il primo e più importante elemento è il fatto che le specie orticole e frutticole sono coltivate e presentate in un contesto di vero e proprio giardino, quindi tenendo conto di aspetti estetici e di comfort, condizione che invoglia alla visita anche chi non ha un interesse specifico, come può essere il mio.

Subito dopo l'ingresso, svoltando a destra, si entra nell'ampia zona del kitchen garden. Qui troviamo in coltivazione un gran numero di ortaggi e fiori, soprattutto varietà di dalie, che sono mostrati nelle loro caratteristiche e che possiamo vedere, secondo l'epoca della visita, nella tipologia e nello stadio di sviluppo propri del momento. Questo ci parla di stagionalità di produzione, ma ci racconta anche che quando fu realizzato il giardino precedente fu fatta un'importante scelta in termini di localizzazione e sistemazione dello stesso. Il museum garden, infatti, si trova in una zona in cui le temperature invernali, a dispetto di ciò che si potrebbe pensare, sono abbastanza miti e il sito scelto ha temperature mediamente superiori di alcuni gradi alla media della zona. Inoltre, i muri perimetrali del vecchio giardino assicurano protezione dai venti e riescono a funzionare come volani termici che accumulano calore durante le ore diurne per cederlo durante la notte. Vi si trovano, così, ortaggi comuni in coltivazione anche nelle zone mediterranee, sebbene di varietà adatte alle condizioni locali. E' possibile vedere a confronto alcune tecniche di coltivazione, come quella su terreno sarchiato, cioè regolarmente sottoposto a lavorazioni per controllare le erbe infestanti e rompere la crosta superficiale, e quella con pacciamatura di paglia, cioè ricoperto per ostacolare le malerbe e trattenere l'umidità. Sono, inoltre, mostrati alcuni accorgimenti tradizionali per proteggere le piante nelle prima fasi di sviluppo, come le mini-serre che si vedono nella fotografia qui sopra.

Un altro aspetto che spicca nella "collezione ortiva" è la biodiversità nel mondo degli ortaggi. Essa può essere apprezzata a vari livelli. In alcuni casi, ciò richiede una certa competenza nell'individuare, anche attraverso i cartellini esplicativi presenti nell'orto, le varietà di appartenenza di ortaggi appartenenti a una singola specie. In altri casi, come quello illustrato nella fotografia a lato, il colpo d'occhio ci racconta che dietro la parola "cavolo" ci sono piante diverse, vere e proprie specie distinte, e anche varietà diverse in seno alla stessa specie. Le forme e le colorazioni di queste piante rendono molto bene l'idea. In questo modo, anche chi non ha particolari competenze può apprezzare proprio l'idea di biodiversità agraria.

I pomodori sono per lo più protetti da una struttura temporanea che li copre per ridurre le bagnature dovute alle rugiade notturne e alla pioggia. E' lì che faccio una delle scoperte della mia mattinata di visita. Mentre osservo le diverse varietà, infatti, mi imbatto in un "tomato lichi": una pianta di pomodoro con le spine! Benedico Google e scopro che si tratta di Solanum sisymbriifolium Lam., una solanaceea (famiglia botanica cui appartengono patate, peperoni, melanzane e pomodori) affine al pomodoro che matura i frutti dentro una sorta di involucro spinoso. Nonostante sia segnalata una possibile tossicità di alcune sue parti e dei suoi frutti non maturi, i motivi di interesse sono altri. Il primo è che contiene una sostanza che li protegge da alcuni parassiti e che sono coltivabili in consociazione, cioè in abbinamento, con le patate per proteggerle dai nematodi (parassiti radicali). Il secondo è che sono anche coltivati come siepe stagionale spinosa e capace, quindi, di costituire un ostacolo per alcuni animali. Non male per essere "un pomodoro"! Ma c'è un aspetto interessante sul piano didattico: si propongono alcune soluzioni tecniche, come la copertura, e un nutrito set di varietà che forniscono anche al visitatore meno preparato e attento l'idea che dietro al gesto del coltivare ci sia, anzi ci debba essere, una competenza importante che è vera e propria cultura.

Superato il kitchen garden, si entra in una nuova grande "stanza" in cui il tema dominante sono i frutti. Vi si trovano sia alberi da frutto di specie diverse, dai peri ai fichi, dalle prugne ai meli, e piante a bacca o piccoli frutti. La loro collezione riprende un tema che ci ha già accompagnati del kitchen garden, così il berry garden e il frutteto danno spettacolo con le forme di allevamento degli alberi, cioè con i modi in cui le piante sono fatte crescere e vengono conformate. E' un tripudio di sostegni, potature fatte ad arte, legature. E' vera e propria arte associata alle piante. Gli alberi da frutto sono presentati in soluzioni in cui l'estetica ha un valore assoluto dimostrando che si possono coltivare frutti donando bellezza e stupore al giardino.





I due temi, quello dei frutti e quello delle forme di allevamento, ci accompagnerà anche in altre "stanze" del museum garden, sebbene con chiavi diverse. Intanto, passando dai settori più formali del giardino a quelli che ci restituiscono il senso paesaggistico che possono assumere i frutteti, si incontra lo shadow garden, il giardino ombreggiato. Siamo nel mondo delle hosta e di altre piante adatte a spazi poco luminosi, come la pachysandra, la waldsteinia, la pulmonaria, gli ellebori e gli aconiti, e, soprattutto, il giardino assume una fisionomia e un'estetica nuova, improvvisamente piacevole e paesaggistica.

E' quasi un diversivo che ci porta agli spazi improvvisamente aperti, curati e colorati in cui agli alberi da frutto di grandi dimensioni, tra cui dei saporitissimi meli, fanno paesaggio. Colpiscono la disposizione geometrica accurata e le protezioni poste alla base degli alberi. Qui sarà davvero difficile vedere le macchine per il taglio dell'erba urtare contro i fusti e danneggiarli irrimediabilmente, come spesso accade nei giardini nostrani. Ma gli alberi da frutto, si sa, hanno bisogno di impollinatori. Allora, quasi a volerci scaraventare in un quadro di Monet, tra i filari compaiono fiori che attraggono e alimentano gli insetti pronubi (impollinatori).
Ancora una volta, sono incanto e bellezza a far da padroni, a testimonianza della capacità dell'agricoltura di produrre paesaggio di pregio estetico quando il suo obiettivo economico non è strettamente connesso al solo raccolto dei prodotti. L'Unione Europea inserisce questa capacità nella multifunzionalità dell'agricoltura (1) e molte aziende agricole che svolgono attività agrituristica e didattica potrebbero trovare ispirazione in questi spazi.

La visita non è finita e il tema degli alberi da frutto torna con prepotenza alla ribalta nella "stanza" in cui entriamo per tornare verso l'ingresso. Qui le forme di allevamento più diverse e disparate sono messe a confronto e descritte tramite un'apposita cartellonistica e, soprattutto, alle forme di allevamento tradizionali sono messe a confronto quelle più moderne, con le piante ridotte in dimensione grazie ai portinnesti nanizzanti (2) e la conformazione della pianta vocata alla riduzione dei costi di produzione. Entrare nel dettaglio tecnico, ancora una volta, richiede competenza, ma il confronto visivo diretto spiega molte cose anche a chi è in visita per godersi lo spettacolo del museum garden. Addossate al fruit shed, una sorta di capanno in cui si vede come venivano conservati in passato i frutti raccolti, campeggiano nuovamente tre piante da frutto offrendoci un nuovo spettacolo. E' difficile non pensare che mani sapienti possano guidare le piante nell'assumere le forme più disparate.


Tornando verso l'ingresso, proprio quando sembra di esser giunti alla fine della visita, si viene irrimediabilmente catapultati verso il giardino all'italiana vivendo la strana sensazione di potersi trovare nella campagna toscana o laziale. La voglia di scendere le scale e di muoversi tra i ricami del giardino quasi impedisce di apprezzare l'orangerie, in cui vengono ricoverati gli agrumi. Impossibile, invece, non apprezzare l'originale vigneto sulle superfici erbose in pendio. I polmoni si riempiono d'aria mite e lo sguardo vaga all'orizzonte. La visita è finita, ma nascono i propositi. Chissà cosa ne scaturirà. Di sicuro, l'idea che questo museo sia un luogo, un orto, in cui tornare per imparare ancora.


***NOTE AL TESTO***


(1) “Oltre alla sua funzione primaria di produrre cibo e fibre, l’agricoltura può anche disegnare il paesaggio, proteggere l’ambiente e il territorio e conservare la biodiversità, gestire in maniera sostenibile le risorse, contribuire alla sopravvivenza socio-economica delle aree rurali, garantire la sicurezza alimentare. Quando l’agricoltura aggiunge al suo ruolo primario una o più di queste funzioni può essere definita multifunzionale.” (Oecd 2001).

(2) La pratica dell'innesto consiste nell'unire parti di due piante a formare un unico individuo funzionale. Una delle due piante, detta nesto, fornisce la parte che si sviluppa in altezza dà origine ai frutti. L'altra, detta portinnesto, dà luogo ad una parte del fusto e alle radici. Alcuni portinnesti, detti nanizzanti, riducono l'accrescimento del nesto inducendo un nanismo che nell'agricoltura moderna è considerato vantaggioso per le semplificazioni e i risparmi dovuti alla ridotta dimensione della pianta.


***ALCUNE FOTOGRAFIE DI PARTICOLARI CHE MI HANNO COLPITO***

Comunicare 1 - bacheca esplicativa
Comunicare 2 - cartello esplicativo

Comunicare 3 - cartello esplicativo
Comunicare 4 - cartello esplicativo multilingue girevole
Comunicare 5 - cartello esplicativo multilingue girevole
Comunicare 6 - cartello descrittivo delle forme di allevamento
Bottiglia entro cui viene fatto crescere un frutto.
L'imbiancatura serve per evitare danni da calore al frutto.
Punto di innesto di melo allevato su portinnesto nanizzante
Alcune piante suscettibili di malattie fungine sono coperte
per evitare le bagnature di rugiada e pioggia.
Protezione alla base degli alberi da frutto
Terreno lavorato alla base degli alberi da frutto
Protezioni contro gli uccelli per le piante a bacca piccola

Oblò con bacheca esplicativa che consente di affacciarsi
sullo spazio che ospita le arnie (irraggiungibili dal pubblico)





Una luce che brilla negli occhi

Lavoro nel mondo della formazione professionale da quando lavoro. Anzi, il mio primo vero incarico è stato proprio relativo ad un corso di formazione. Eravamo negli anni '90, sul finire, e io dovevo ancora mettere in atto tutti gli errori possibili per un formatore. Giuro che ci misi un grande impegno e riuscii a portarmi avanti su questa strada. Per correggere il tiro o, almeno, per stare lungo il sentiero migliore, nel tempo ho partecipato a varie iniziative in cui a formarsi, nella qualità di formatore, ero io. Tra queste un bellissimo corso organizzato da ARSIA e Kiosco nel lontano 2002. Gli obiettivi del corso, formare tecnici addetti al tutoraggio degli imprenditori agricoli, andarono completamente falliti, anche perché non fu mai attivata la misura del Piano di Sviluppo Rurale che avrebbe dovuto finanziare l'uso dei tutor, ma da quelle 80 ore io uscii tras-formato.

In particolare, portai con me molti strumenti inerenti la comunicazione tra formatore e aula, intesa come gruppo di persone che hai davanti. Quegli apprendimenti hanno modificato il mio modo di impostare una relazione con chiunque. Ancora più importante, però, fu un altro concetto, cioè quello secondo cui l'obiettivo della formazione è cambiare i comportamenti di chi segue il corso. Cito questa cosa all'inizio di quasi tutte le mie docenze e per farlo uso un esempio chiarificatore, anche se non mi coinvolge direttamente, cioè il seguente: se alla fine di un corso sulla sicurezza sentiamo il bisogno intimo di agire riducendo il rischio, per esempio non riusciamo a non indossare i dispositivi di protezione individuale (d.p.i.), il corso ci ha formati; se, viceversa, sappiamo cosa dovremmo fare, per esempio indossare i d.p.i., ma non lo facciamo, il corso ci ha solo istruiti. Per dirla più direttamente, il corso è stato un fallimento, come spesso accade per questo tipo di corsi.
Senza che questo mi riesca sempre e a costo di risultare impopolare e finanche antipatico, il mio tentativo è sempre questo: cambiare i comportamenti di chi partecipa ai corsi in cui sono docente.

Quel corso disse anche qualcosa di diverso: i miei occhi si illuminavano e io vivevo di entusiasmo e partecipazione in certi momenti, mentre arrivavo a sbadigliare in altri. Fu così che decisi che, da formatore, avrei sempre cercato di carpire negli occhi di chi mi sta di fronte quella scintilla. Devo ammettere che capita davvero raramente, soprattutto perché non è facile essere all'altezza come docente e perché molte persone partecipano ai corsi senza motivazione (vogliamo parlare dello spirito con cui si affronta la "formazione obbligatoria"?) o nella convinzione di sapere già tutto sull'argomento (vogliamo parlare della nostra presunzione quando facciamo un corso obbligatorio?).

Negli oltre 20 anni in cui ho svolto docenze ho toccato gli argomenti più disparati (vorrei dire anche "disperati"), spesso su contenuti standard decisi da terzi, dal legislatore al progettista annoiato che fa copia - incolla da un corso all'altro. Fortunatamente, negli ultimi anni godo del privilegio di lavorare come formatore in corsi in cui porto le mie esperienze nel mondo dell'educazione. Spesso si tratta di corsi in cui ho la possibilità di progettare ed agire esattamente come voglio. A volte ne sono anche il venditore, altre mi è riconosciuta l'autorevolezza dell'esperto e mi si dà carta bianca. Si tratta di un privilegio che ha il suo prezzo, naturalmente, e ogni errore brucia esattamente come la peggiore delle escoriazioni. C'è, però, l'ebbrezza del cavalcare l'imprevedibilità che si sovrappone alle tue scelte, ai tuoi progetti, alle tue idee. E c'è lo sguardo di chi ti sta davanti con o senza la scintilla. E' una delle parti più belle del mio lavoro. Fanno eccezione i momenti in cui lavoro con i bambini, soprattutto con quelli del nido. Con loro a tutto questo si aggiunge lo stupore dell'esperienza prima e unica (fino a quel momento) di quegli esseri che Mariangela Gualtieri definisce nostre divinità domestiche. Quei momenti sono insuperabili e possono essere disturbati solo dagli adulti presenti.

Ci sono casi in cui la committenza, nel caso specifico di cui parlo il Comune di Prato (PO) per il tramite di Cemea Toscana, si fida fin troppo di me e, dopo la fortuna di un primo corso sul tema degli orti e giardini educativi, mi chiede di fare una nuova proposta per la formazione delle educatrici e degli educatori dei servizi privati. Io decido così di avventurarmi fuori dall'orto e dal tema del coltivare in chiave educativa e vado oltre la soglia, cercando di realizzare un corso capace di mostrare le opportunità educative offerte dalla natura e dai suoi materiali. Si sa come vanno certe cose: in fase di progettazione uso espressioni come outdoor education, magazzino creativo, atelier diffuso e biblioteca oggettuale. In quel momento, le prendo in prestito da autori di libri come "Fuori", "Materie intelligenti" e "Outdoor education". Poi, nel tempo che intercorre tra la proposta e la realizzazione (di ben due edizioni parallele!) la testa ci lavora su e rielabora, adatta e plasma tanto quelle parole, quanto i modi in cui dare sostanza e sviluppo ai buoni propositi progettuali. Fortuna vuole che nelle settimane precedenti l'inizio del corso mi passi per la testa di visitare una mostra e vedere un film.

La prima è dedicata allo street artist Banksy è mi porta a proporre una provocazione educativa mutuata da una sua celebre frase, che è questa: "Molti genitori sarebbero disposti a fare qualsiasi cosa per il loro figli, tranne lasciarli essere se stessi". Io la trasformo in "molte delle persone che lavorano in educazione sarebbero disposte a fare qualsiasi cosa per i bambini con cui lavorano, tranne lasciare che apprendano ciò che vorrebbero". La provocazione mi serve per spostare il soggetto dell'agire educativo, almeno in alcuni frangenti e in relazione ai materiali naturali, dall'adulto al bambino, pur con tutte le implicazioni organizzative e di altro ordine che ne derivano.

L'altro incontro fortunato è quello con un dialogo tra Gauguin e Van Gogh nel film "Sulle soglie dell'eternità" dedicato alla vita del secondo. In quel dialogo Gauguin risolve, almeno in parte e in via funzionale, una domanda che mi attanaglia da anni quando mi confronto, da persona con una formazione scientifica e agronomica quale sono, con il mondo educativo. Quest'ultimo vede natura laddove io vedo l'artificio prodotto dall'uomo sulla o con la natura. E io vedo natura dove quel mondo non la vede. Ecco che con "senza i nostri occhi non esiste natura e nessuno vede il mondo allo stesso modo" Paul Gauguin mi dà un buon strumento per presentarmi davanti alle educatrici iscritte ai corsi e dir loro "la natura è una cosa diversa per ciascuno di noi". Se è chiaro questo, non esiste equivoco sulla naturalità di spazi e materiali e possiamo andare avanti.

Non rimane che fare delle proposte concrete, ma fin dalla prima lezione non sono certo che la formula possa funzionare. Del resto, non l'ho mai collaudata. In una vita attraversata dal rischio e caratterizzata solo dalla certezza della sua fine, almeno per come la definiamo molti di noi esseri terreni, non mi rimane che rischiare.

Il primo incontro, oltre all'introduzione, verte sui concetti appena espressi e guida le partecipanti fuori dalla struttura che ci ospita, prima in giardino, poi verso i parchi urbani vicini e nel fiume Bisenzio. L'obiettivo, svelato col contagocce, è raccogliere materiali naturali e farne una collezione, forse un piccolo museo, da mostrare e raccontare agli altri. La mattinata è evidentemente piacevole, ma gli occhi non brillano. E' un copione che va in scena in entrambe le edizioni del corso. E' chiaro che quel mio lasciare delle cose in sospeso, come l'obiettivo finale, dopo le provocazioni descritte in precedenza crea aspettativa, ma questa sta andando delusa. Credo che nel calcio si parli di zona Cesarini e per me sono davvero gli ultimi minuti dell'incontro a risultare decisivi: all'improvviso, mentre raccontiamo quelle raccolte di materiali materiali che esponiamo in modi che io ho appreso da Sara Vincetti nel mondo di Bambini e Natura, succede qualcosa.

La maggior parte degli occhi iniziano a brillare perché, oltre a suggerire delle modalità operative inusuali e a dare uno sguardo diverso su quelle mani, secchiellini e tasche piene di materiali naturali prodotte dai bambini, emerge il potere degli oggetti di natura nel fissare ricordi dell'infanzia nella mente adulta. La maggior parte delle educatrici non riesce a dissociare ciò che ha raccolto dai ricordi d'infanzia o della propria vita. Emergono i volti dei nonni, degli amici, dei genitori da giovani, del vicino di casa e così via. Ecco che i materiali naturali divengono mediatori nel generare ricordi e la funzione dell'educatrice viene nobilitata nel proprio agire. Gli occhi che brillano producono un effetto che stravolgerà il corso: io, il docente, scopro che vale la pena di osare di più e il power point preparato con tanto impegno vola via per tornare solo in occasione dell'ultimo incontro, ma stampato su carta e usato per sottolineare i momenti topici di una mattinata di formazione in cammino.

Nel mezzo accade di tutto: si collezionano materiali, si scavano buche per ospitarli, nascono montagnole, si dà vita a isole ortive e così via. Gli occhi continuano a brillare fino alla fine e io capisco che sto vivendo uno di quei corsi in cui a formarsi è (anche) il formatore, ma c'è una mattinata che, in entrambi i corsi, produce qualcosa di davvero speciale. Cogliendo la disponibilità del coordinamento pedagogico del Comune di Prato, decido di svolgere una delle mattinate di formazione nel Parco di Galceti, un parco molto speciale alle porte della città. Alla base della mattinata ci sono due o tre idee. La prima è quella che fuori, oltre la soglia, si può fare anche quello che per tradizione e abitudine si fa dentro, basta accogliere l'imprevedibilità e imparare a stare fuori, togliere questa esperienza dallo straordinario per portarla nel quotidiano. La seconda è quella che per stare bene fuori è necessario organizzarsi un po'. La terza è che i luoghi di natura hanno una propria attitudine a guidarci nel da farsi. La scommessa è grande e fare queste cose in gennaio e febbraio alza decisamente l'asticella della sfida. Tuttavia, per entrambi i corsi, le mattinate sono soleggiate e tiepide, addirittura più calde di quanto previsto dai vari servizi meteo.

La mattinata inizia camminando per il parco in cerca di materiali naturali. Ci sono, però, delle prescrizioni. Per esempio, devono stare all'interno di una scatola da scarpe che le partecipanti hanno portato con sé e, alla fine, non potranno essere più di dieci. Serviranno poi nelle successive lezioni. Salendo sulla collina si raggiunge una sorta di anfiteatro pietroso e disordinato. E' un luogo che invita a sedersi chi, come noi, va li per fare delle letture condivise, ma che per alcuni potrebbe costituire una perfetta latrina. A noi accade di nobilitarne l'uso. Alla richiesta di portare delle cose da leggere ad alta voce, infatti, la risposta è meravigliosa e persone che a malapena si conoscono leggono cose che le investono anche sul piano personale. Questa volta non tutti gli occhi luccicano perché molti lacrimano. Succede per due volte, in entrambe le edizioni del corso. Io sono stupefatto e incredulo. Avevo trovato quel luogo durante un fugace sopralluogo e, proprio lì, avevo sentito l'impulso della lettura. Così era nata l'idea. Quello che è successo ha lasciato un segno in molti dei presenti.
Non basta: si sale un po' fino a raggiungere un luogo da cui si vede la città viva e pulsante che stride con la morte che ha portato via la pineta. Siamo in un vero e proprio cimitero degli alberi che sembra esser stato bombardato da una pioggia di pietre di varie dimensioni. E' lì che dal mio zaino escono biscotti e un thermos di tè caldo. Gli occhi si illuminano di nuovo, ma questa volta è semplice gratitudine che io accompagno dicendo che "per star fuori basta organizzarsi". I sorrisi mi ripagano.


Arriva, quindi, l'invito ad agire: i materiali disponibili in loco diventano oggetti per realizzare un'installazione, un gioco o lanciare un messaggio. I luoghi sanno fare grandi cose e così accadono fatti abbastanza speciali. C'è chi si trova inventore dell'aratro mentre trasporta un grande pezzo di legno, chi evoca episodi legati alle religioni, chi fa apparire animali moderni e preistorici. Soprattutto, nessuno si tira indietro e gli occhi continuano a brillare.


Il rientro a valle si divide tra silenzi di riflessione e considerazioni su ciò che è accaduto e non ci sono più un docente e delle educatrici (e un educatore!), ma persone che dialogano sulla relazione con i luoghi, sull'unicità di alcune esperienze e sui modi nuovi di agire sia nella vita privata, sia in quella educativa.

Dopo i saluti faccio caso ai miei occhi: brillano e io da quel momento non sarò più lo stesso nel fare formazione, almeno su quei temi.









GiardinoInGiro

Un'azione partecipata per scuole di ogni ordine e grado, gruppi e associazioni, sui temi della cura, della valorizzazione della natura e dell'ambiente.  



#giardinoingiro 

è un'idea semplice per un progetto grande che puoi portare avanti

dove e quando vuoi


Ecco le tre fasi di lavoro:

Raccolta dei materiali


Recupera dei contenitori usa e getta di varia natura e materiale (ad esempio, bicchieri di plastica, vasetti di yogurt, cassettine di legno, ecc.) che possano essere bucati sul fondo. Fatti aiutare nella raccolta da chiunque tu voglia coinvolgere nel progetto: le famiglie, i vicini di casa, i negozianti della zona, le associazioni di quartiere. Acquista o raccogli semi (di ortaggi, fiori, piccole piante) e terriccio.

Semina e cura delle piante


Usa i contenitori per seminare quello che hai acquistato e raccolto (anche i semi di piante spontanee del tuo giardino). Scegli un posto (giardino, davanzale…) dove posizionare i contenitori. Prenditene cura (acqua e luce) e assisti alla loro crescita

Azione partecipata in città


Quando le piante saranno cresciute, il tuo giardino è pronto per essere portato in giro. Dove? Nel tuo quartiere, nella tua città, in autobus, in metropolitana e così via. Scegli a chi donarlo accompagnandolo con una bella frase, oppure fai una installazione in un punto di grande passaggio.

Che #giardinoingiro sia!!!!  

Tre vasetti e due ragazzi - il futuro nelle loro mani

Da alcuni chiudo molte delle mie formazioni rivolte al mondo educativo e gli incontri con i genitori di nidi e scuole con un laboratorio nel quale seminiamo tre piante, ortaggi o alberi, in tre diversi tipi di vasetto. Il primo è un vasetto di yogurt vuoto e lavato sul fondo del quale pratico un foro. Il suo pregio è il riuso che trasforma un rifiuto potenziale in un vasetto per la semina. Il secondo è un vasetto da vivaista, quello tecnicamente migliore e più economico degli altri. Il terzo è un vasetto biodegradabile. Questo offre alla pianta il vantaggio di poter essere trapiantata senza essere estratta dal contenitore che, invece, si lascia attraversare dalle radici. In questo modo l'accrescimento radicale è ottimale. Purtroppo, il vantaggio ambientale è solo apparente: la biodegradabilità è frutto dell'esser costituito da torba, materiale estratto da un ambiente naturale che ne risulta danneggiato. Alla fine del laboratorio spiego che quei tre vasetti non sono piante da portare a casa, ma un messaggio e un monito per il futuro: le loro caratteristiche sono, nel complesso, utili a rispettare il pianeta, ma rimangono separate senza raggiungere il risultato ambientale sperato. E' a questo punto che lancio una provocazione che, spesso, diventa sintesi dell'intero percorso fatto insieme: gli adulti di oggi hanno parlato molto di ambiente senza trovare le soluzioni che, invece, sono urgenti per i bambini di oggi; ciò che possiamo fare come genitori, educatori, insegnanti e cittadini è supportare la capacità dei giovanissimi di sviluppare soluzioni per risolvere i problemi che abbiamo creato al pianeta. Sì, ai bambini spetta, secondo me, il ruolo di "inventori di futuro" che noi non siamo stati in grado di assolvere. A noi adulti, invece, spetta quello di metterli in condizione di essere inventori, cioè creativi. Per far questo dobbiamo farli crescere in un contesto che favorisce il pensiero divergente, in cui le idee circolano, dove il confronto è quotidiano e la creatività è favorita. Quando le facce si fanno più strane, introduco la figura di Felix che qualche anno fa è andato a spiegare il proprio progetto alle Nazioni Unite. Non sto a raccontarvi cosa ha detto e vi invito a vedere il video del suo intervento. La parte più forte, almeno secondo me, è quella in cui fa notare, con grande sensibilità e appropriatezza di linguaggio, l'incomprensibilità dei problemi da affrontare per gli adulti, problemi che riguardano un futuro che noi non vivremo e che, quindi, sfugge alla nostra comprensione.

[il post prosegue sotto la finestra del video]





Da qualche tempo si è aggiunta una seconda ragazzina tra gli esempi da citare nei miei interventi: Greta. Si tratta di una norvegese che da alcuni mesi fa uno sciopero della scuola a favore del pianeta per sensibilizzare gli adulti verso il cambiamento climatico e che ha tenuto un discorso molto chiaro e diretto alla conferenza COP24 di Katowice incentrata proprio sulle misure per fronteggiare questo problema. Il suo progetto è decisamente più "politico" di quello di Felix e il suo monito è chiaro: piaccia o non piaccia, il cambiamento è in arrivo, non solo quello climatico. Ascoltarla e farla ascoltare a tutti è una cosa che consiglio caldamente.



A questi due ragazzi un grazie e tutto il supporto che sapremo dargli, stando molto attenti a cosa diranno ai loro figli e nipoti al compimento del loro 75° anno di vita.


[per sapere cosa è riuscito a fare Felix, ormai ventunenne,
puoi seguire questo link: clicca qui]



Arrivano i corsi di orto e giardinaggio organizzati con SoGeSeTer Cat - Confcommercio


Corsi dedicati a orto e giardino tra gennaio e giugno a Lucca: le iscrizioni sono aperte.


La collaborazione con l'agenzia formativa So.Ge.Se.Ter. Cat di Confcommercio Lucca, avviata alcuni anni fa, si consolida e dà vita a una serie di corsi legati a orto e giardino che si svolgeranno a Lucca tra gennaio e giugno. La proposta si divide in due aree: "giardinaggio" e "orto e frutteto".

Tutti i corsi, di durata variabile tra 10 e 20 ore, alternano lezioni teoriche serali in aula con sessioni pratiche durante la giornata del sabato, hanno uno spiccato taglio pratico e sono rivolti prevalentemente ai neofiti.

Per quanto riguarda il settore del giardinaggio, i corsi in programma sono i seguenti:

  • Giardinaggio sostenibile (durata 20 ore, inizio previsto marzo 2019);
  • Si fa presto a dire erbe officinali (durata 10 ore, inizio aprile 2019); 
  • Si fa presto a dire rose (durata 10 ore, inizio aprile 2019); 
Per quanto riguarda invece il settore orto & frutteto, i corsi in programma sono i seguenti:
  • Potature alberi da frutto e olivi (durata 10 ore, inizio gennaio 2019); 
  • Il frutteto biologico (10 ore, inizio gennaio 2019); 
  • Coltivare l’orto biologico (20 ore, inizio aprile 2019). 

Per maggiori informazioni e/o iscrizioni è possibile sin da ora contattare gli uffici di Confcommercio Lucca rivolgendosi a questi referenti:
Simona Ghelfi, 0583/473131 – ghelfisimona@confcommercio.lu.it
Andrea Giammattei, 0583/473126 – giammatteiandrea@confcommercio.lu.it








Tornano i corsi dedicati all'orto a scuola e al nido

Si svolgeranno a Lucca nel mese di MARZO i due nuovi corsi dedicati all'orto nel mondo della scuola e nei servizi educativi.

In entrambi i casi, la tematica trattata si inserisce nel filone delloutdoor education e riguarda la possibilità di realizzare nelle scuole e nei nidi esperienze educative attraverso il gesto del coltivare. Particolare attenzione sarà posta alla valorizzazione degli spazi esterni di dimensioni ridotte o privi di terreno coltivabile.

Il primo, quello dedicato agli orti didattici nella scuola primaria e secondaria, intende favorire l'implementazione nel mondo della scuola di esperienze di orticoltura didattica coerenti col perseguimento degli obiettivi previsti dalle Indicazioni Nazionali per il Curriculo, col PtOF degli istituti e con le Linee Guida ministeriali per l'Educazione Alimentare. In tal senso, il coltivare diviene metodologia didattica e l'orto e il giardino spazi / tempi / pretesti per fare scuola in modo innovativo. Per saperne di più clicca qui.

Il secondo, quello dedicato a orto e giardino educativo al nido e alla scuola dell'infanzia, riguarda la possibilità di progettare e realizzare interventi capaci di modificare gli spazi esterni dei servizi educativi e delle scuole dell'infanzia attraverso l’introduzione e la coltivazione di piante (ortaggi, piante ornamentali, aromatiche, ecc.) con l’obiettivo di favorire le dinamiche di apprendimento e di trasformare detti spazi in luoghi di esperienza. Per saperne di più clicca qui.

Docente di entrambi i corsi sarà Emilio Bertoncini, autore di questo blog e di quello dedicato agli orti scolastici. Per saperne di più su di me basta cliccare qui


Orti raccontati, tra parole e immagini


Qualche mese fa ho fatto una lunga chiacchierata con Fabio Gigli. Questo bravo videomaker indipendente è venuto anche a trovarmi all'Orto del Giardino della Lumaca di Pietrasanta per fare alcune riprese. Da tutto questo, il sapiente lavoro di Fabio ha estrapolato 11 minuti ascoltabili e conditi con un po' di belle immagini. Ringrazio lui per il lavoro svolto e i lettori di questo blog per la visione e l'ascolto.