Una luce che brilla negli occhi

Lavoro nel mondo della formazione professionale da quando lavoro. Anzi, il mio primo vero incarico è stato proprio relativo ad un corso di formazione. Eravamo negli anni '90, sul finire, e io dovevo ancora mettere in atto tutti gli errori possibili per un formatore. Giuro che ci misi un grande impegno e riuscii a portarmi avanti su questa strada. Per correggere il tiro o, almeno, per stare lungo il sentiero migliore, nel tempo ho partecipato a varie iniziative in cui a formarsi, nella qualità di formatore, ero io. Tra queste un bellissimo corso organizzato da ARSIA e Kiosco nel lontano 2002. Gli obiettivi del corso, formare tecnici addetti al tutoraggio degli imprenditori agricoli, andarono completamente falliti, anche perché non fu mai attivata la misura del Piano di Sviluppo Rurale che avrebbe dovuto finanziare l'uso dei tutor, ma da quelle 80 ore io uscii tras-formato.

In particolare, portai con me molti strumenti inerenti la comunicazione tra formatore e aula, intesa come gruppo di persone che hai davanti. Quegli apprendimenti hanno modificato il mio modo di impostare una relazione con chiunque. Ancora più importante, però, fu un altro concetto, cioè quello secondo cui l'obiettivo della formazione è cambiare i comportamenti di chi segue il corso. Cito questa cosa all'inizio di quasi tutte le mie docenze e per farlo uso un esempio chiarificatore, anche se non mi coinvolge direttamente, cioè il seguente: se alla fine di un corso sulla sicurezza sentiamo il bisogno intimo di agire riducendo il rischio, per esempio non riusciamo a non indossare i dispositivi di protezione individuale (d.p.i.), il corso ci ha formati; se, viceversa, sappiamo cosa dovremmo fare, per esempio indossare i d.p.i., ma non lo facciamo, il corso ci ha solo istruiti. Per dirla più direttamente, il corso è stato un fallimento, come spesso accade per questo tipo di corsi.
Senza che questo mi riesca sempre e a costo di risultare impopolare e finanche antipatico, il mio tentativo è sempre questo: cambiare i comportamenti di chi partecipa ai corsi in cui sono docente.

Quel corso disse anche qualcosa di diverso: i miei occhi si illuminavano e io vivevo di entusiasmo e partecipazione in certi momenti, mentre arrivavo a sbadigliare in altri. Fu così che decisi che, da formatore, avrei sempre cercato di carpire negli occhi di chi mi sta di fronte quella scintilla. Devo ammettere che capita davvero raramente, soprattutto perché non è facile essere all'altezza come docente e perché molte persone partecipano ai corsi senza motivazione (vogliamo parlare dello spirito con cui si affronta la "formazione obbligatoria"?) o nella convinzione di sapere già tutto sull'argomento (vogliamo parlare della nostra presunzione quando facciamo un corso obbligatorio?).

Negli oltre 20 anni in cui ho svolto docenze ho toccato gli argomenti più disparati (vorrei dire anche "disperati"), spesso su contenuti standard decisi da terzi, dal legislatore al progettista annoiato che fa copia - incolla da un corso all'altro. Fortunatamente, negli ultimi anni godo del privilegio di lavorare come formatore in corsi in cui porto le mie esperienze nel mondo dell'educazione. Spesso si tratta di corsi in cui ho la possibilità di progettare ed agire esattamente come voglio. A volte ne sono anche il venditore, altre mi è riconosciuta l'autorevolezza dell'esperto e mi si dà carta bianca. Si tratta di un privilegio che ha il suo prezzo, naturalmente, e ogni errore brucia esattamente come la peggiore delle escoriazioni. C'è, però, l'ebbrezza del cavalcare l'imprevedibilità che si sovrappone alle tue scelte, ai tuoi progetti, alle tue idee. E c'è lo sguardo di chi ti sta davanti con o senza la scintilla. E' una delle parti più belle del mio lavoro. Fanno eccezione i momenti in cui lavoro con i bambini, soprattutto con quelli del nido. Con loro a tutto questo si aggiunge lo stupore dell'esperienza prima e unica (fino a quel momento) di quegli esseri che Mariangela Gualtieri definisce nostre divinità domestiche. Quei momenti sono insuperabili e possono essere disturbati solo dagli adulti presenti.

Ci sono casi in cui la committenza, nel caso specifico di cui parlo il Comune di Prato (PO) per il tramite di Cemea Toscana, si fida fin troppo di me e, dopo la fortuna di un primo corso sul tema degli orti e giardini educativi, mi chiede di fare una nuova proposta per la formazione delle educatrici e degli educatori dei servizi privati. Io decido così di avventurarmi fuori dall'orto e dal tema del coltivare in chiave educativa e vado oltre la soglia, cercando di realizzare un corso capace di mostrare le opportunità educative offerte dalla natura e dai suoi materiali. Si sa come vanno certe cose: in fase di progettazione uso espressioni come outdoor education, magazzino creativo, atelier diffuso e biblioteca oggettuale. In quel momento, le prendo in prestito da autori di libri come "Fuori", "Materie intelligenti" e "Outdoor education". Poi, nel tempo che intercorre tra la proposta e la realizzazione (di ben due edizioni parallele!) la testa ci lavora su e rielabora, adatta e plasma tanto quelle parole, quanto i modi in cui dare sostanza e sviluppo ai buoni propositi progettuali. Fortuna vuole che nelle settimane precedenti l'inizio del corso mi passi per la testa di visitare una mostra e vedere un film.

La prima è dedicata allo street artist Banksy è mi porta a proporre una provocazione educativa mutuata da una sua celebre frase, che è questa: "Molti genitori sarebbero disposti a fare qualsiasi cosa per il loro figli, tranne lasciarli essere se stessi". Io la trasformo in "molte delle persone che lavorano in educazione sarebbero disposte a fare qualsiasi cosa per i bambini con cui lavorano, tranne lasciare che apprendano ciò che vorrebbero". La provocazione mi serve per spostare il soggetto dell'agire educativo, almeno in alcuni frangenti e in relazione ai materiali naturali, dall'adulto al bambino, pur con tutte le implicazioni organizzative e di altro ordine che ne derivano.

L'altro incontro fortunato è quello con un dialogo tra Gauguin e Van Gogh nel film "Sulle soglie dell'eternità" dedicato alla vita del secondo. In quel dialogo Gauguin risolve, almeno in parte e in via funzionale, una domanda che mi attanaglia da anni quando mi confronto, da persona con una formazione scientifica e agronomica quale sono, con il mondo educativo. Quest'ultimo vede natura laddove io vedo l'artificio prodotto dall'uomo sulla o con la natura. E io vedo natura dove quel mondo non la vede. Ecco che con "senza i nostri occhi non esiste natura e nessuno vede il mondo allo stesso modo" Paul Gauguin mi dà un buon strumento per presentarmi davanti alle educatrici iscritte ai corsi e dir loro "la natura è una cosa diversa per ciascuno di noi". Se è chiaro questo, non esiste equivoco sulla naturalità di spazi e materiali e possiamo andare avanti.

Non rimane che fare delle proposte concrete, ma fin dalla prima lezione non sono certo che la formula possa funzionare. Del resto, non l'ho mai collaudata. In una vita attraversata dal rischio e caratterizzata solo dalla certezza della sua fine, almeno per come la definiamo molti di noi esseri terreni, non mi rimane che rischiare.

Il primo incontro, oltre all'introduzione, verte sui concetti appena espressi e guida le partecipanti fuori dalla struttura che ci ospita, prima in giardino, poi verso i parchi urbani vicini e nel fiume Bisenzio. L'obiettivo, svelato col contagocce, è raccogliere materiali naturali e farne una collezione, forse un piccolo museo, da mostrare e raccontare agli altri. La mattinata è evidentemente piacevole, ma gli occhi non brillano. E' un copione che va in scena in entrambe le edizioni del corso. E' chiaro che quel mio lasciare delle cose in sospeso, come l'obiettivo finale, dopo le provocazioni descritte in precedenza crea aspettativa, ma questa sta andando delusa. Credo che nel calcio si parli di zona Cesarini e per me sono davvero gli ultimi minuti dell'incontro a risultare decisivi: all'improvviso, mentre raccontiamo quelle raccolte di materiali materiali che esponiamo in modi che io ho appreso da Sara Vincetti nel mondo di Bambini e Natura, succede qualcosa.

La maggior parte degli occhi iniziano a brillare perché, oltre a suggerire delle modalità operative inusuali e a dare uno sguardo diverso su quelle mani, secchiellini e tasche piene di materiali naturali prodotte dai bambini, emerge il potere degli oggetti di natura nel fissare ricordi dell'infanzia nella mente adulta. La maggior parte delle educatrici non riesce a dissociare ciò che ha raccolto dai ricordi d'infanzia o della propria vita. Emergono i volti dei nonni, degli amici, dei genitori da giovani, del vicino di casa e così via. Ecco che i materiali naturali divengono mediatori nel generare ricordi e la funzione dell'educatrice viene nobilitata nel proprio agire. Gli occhi che brillano producono un effetto che stravolgerà il corso: io, il docente, scopro che vale la pena di osare di più e il power point preparato con tanto impegno vola via per tornare solo in occasione dell'ultimo incontro, ma stampato su carta e usato per sottolineare i momenti topici di una mattinata di formazione in cammino.

Nel mezzo accade di tutto: si collezionano materiali, si scavano buche per ospitarli, nascono montagnole, si dà vita a isole ortive e così via. Gli occhi continuano a brillare fino alla fine e io capisco che sto vivendo uno di quei corsi in cui a formarsi è (anche) il formatore, ma c'è una mattinata che, in entrambi i corsi, produce qualcosa di davvero speciale. Cogliendo la disponibilità del coordinamento pedagogico del Comune di Prato, decido di svolgere una delle mattinate di formazione nel Parco di Galceti, un parco molto speciale alle porte della città. Alla base della mattinata ci sono due o tre idee. La prima è quella che fuori, oltre la soglia, si può fare anche quello che per tradizione e abitudine si fa dentro, basta accogliere l'imprevedibilità e imparare a stare fuori, togliere questa esperienza dallo straordinario per portarla nel quotidiano. La seconda è quella che per stare bene fuori è necessario organizzarsi un po'. La terza è che i luoghi di natura hanno una propria attitudine a guidarci nel da farsi. La scommessa è grande e fare queste cose in gennaio e febbraio alza decisamente l'asticella della sfida. Tuttavia, per entrambi i corsi, le mattinate sono soleggiate e tiepide, addirittura più calde di quanto previsto dai vari servizi meteo.

La mattinata inizia camminando per il parco in cerca di materiali naturali. Ci sono, però, delle prescrizioni. Per esempio, devono stare all'interno di una scatola da scarpe che le partecipanti hanno portato con sé e, alla fine, non potranno essere più di dieci. Serviranno poi nelle successive lezioni. Salendo sulla collina si raggiunge una sorta di anfiteatro pietroso e disordinato. E' un luogo che invita a sedersi chi, come noi, va li per fare delle letture condivise, ma che per alcuni potrebbe costituire una perfetta latrina. A noi accade di nobilitarne l'uso. Alla richiesta di portare delle cose da leggere ad alta voce, infatti, la risposta è meravigliosa e persone che a malapena si conoscono leggono cose che le investono anche sul piano personale. Questa volta non tutti gli occhi luccicano perché molti lacrimano. Succede per due volte, in entrambe le edizioni del corso. Io sono stupefatto e incredulo. Avevo trovato quel luogo durante un fugace sopralluogo e, proprio lì, avevo sentito l'impulso della lettura. Così era nata l'idea. Quello che è successo ha lasciato un segno in molti dei presenti.
Non basta: si sale un po' fino a raggiungere un luogo da cui si vede la città viva e pulsante che stride con la morte che ha portato via la pineta. Siamo in un vero e proprio cimitero degli alberi che sembra esser stato bombardato da una pioggia di pietre di varie dimensioni. E' lì che dal mio zaino escono biscotti e un thermos di tè caldo. Gli occhi si illuminano di nuovo, ma questa volta è semplice gratitudine che io accompagno dicendo che "per star fuori basta organizzarsi". I sorrisi mi ripagano.


Arriva, quindi, l'invito ad agire: i materiali disponibili in loco diventano oggetti per realizzare un'installazione, un gioco o lanciare un messaggio. I luoghi sanno fare grandi cose e così accadono fatti abbastanza speciali. C'è chi si trova inventore dell'aratro mentre trasporta un grande pezzo di legno, chi evoca episodi legati alle religioni, chi fa apparire animali moderni e preistorici. Soprattutto, nessuno si tira indietro e gli occhi continuano a brillare.


Il rientro a valle si divide tra silenzi di riflessione e considerazioni su ciò che è accaduto e non ci sono più un docente e delle educatrici (e un educatore!), ma persone che dialogano sulla relazione con i luoghi, sull'unicità di alcune esperienze e sui modi nuovi di agire sia nella vita privata, sia in quella educativa.

Dopo i saluti faccio caso ai miei occhi: brillano e io da quel momento non sarò più lo stesso nel fare formazione, almeno su quei temi.









GiardinoInGiro

Un'azione partecipata per scuole di ogni ordine e grado, gruppi e associazioni, sui temi della cura, della valorizzazione della natura e dell'ambiente.  



#giardinoingiro 

è un'idea semplice per un progetto grande che puoi portare avanti

dove e quando vuoi


Ecco le tre fasi di lavoro:

Raccolta dei materiali


Recupera dei contenitori usa e getta di varia natura e materiale (ad esempio, bicchieri di plastica, vasetti di yogurt, cassettine di legno, ecc.) che possano essere bucati sul fondo. Fatti aiutare nella raccolta da chiunque tu voglia coinvolgere nel progetto: le famiglie, i vicini di casa, i negozianti della zona, le associazioni di quartiere. Acquista o raccogli semi (di ortaggi, fiori, piccole piante) e terriccio.

Semina e cura delle piante


Usa i contenitori per seminare quello che hai acquistato e raccolto (anche i semi di piante spontanee del tuo giardino). Scegli un posto (giardino, davanzale…) dove posizionare i contenitori. Prenditene cura (acqua e luce) e assisti alla loro crescita

Azione partecipata in città


Quando le piante saranno cresciute, il tuo giardino è pronto per essere portato in giro. Dove? Nel tuo quartiere, nella tua città, in autobus, in metropolitana e così via. Scegli a chi donarlo accompagnandolo con una bella frase, oppure fai una installazione in un punto di grande passaggio.

Che #giardinoingiro sia!!!!  

Tre vasetti e due ragazzi - il futuro nelle loro mani

Da alcuni chiudo molte delle mie formazioni rivolte al mondo educativo e gli incontri con i genitori di nidi e scuole con un laboratorio nel quale seminiamo tre piante, ortaggi o alberi, in tre diversi tipi di vasetto. Il primo è un vasetto di yogurt vuoto e lavato sul fondo del quale pratico un foro. Il suo pregio è il riuso che trasforma un rifiuto potenziale in un vasetto per la semina. Il secondo è un vasetto da vivaista, quello tecnicamente migliore e più economico degli altri. Il terzo è un vasetto biodegradabile. Questo offre alla pianta il vantaggio di poter essere trapiantata senza essere estratta dal contenitore che, invece, si lascia attraversare dalle radici. In questo modo l'accrescimento radicale è ottimale. Purtroppo, il vantaggio ambientale è solo apparente: la biodegradabilità è frutto dell'esser costituito da torba, materiale estratto da un ambiente naturale che ne risulta danneggiato. Alla fine del laboratorio spiego che quei tre vasetti non sono piante da portare a casa, ma un messaggio e un monito per il futuro: le loro caratteristiche sono, nel complesso, utili a rispettare il pianeta, ma rimangono separate senza raggiungere il risultato ambientale sperato. E' a questo punto che lancio una provocazione che, spesso, diventa sintesi dell'intero percorso fatto insieme: gli adulti di oggi hanno parlato molto di ambiente senza trovare le soluzioni che, invece, sono urgenti per i bambini di oggi; ciò che possiamo fare come genitori, educatori, insegnanti e cittadini è supportare la capacità dei giovanissimi di sviluppare soluzioni per risolvere i problemi che abbiamo creato al pianeta. Sì, ai bambini spetta, secondo me, il ruolo di "inventori di futuro" che noi non siamo stati in grado di assolvere. A noi adulti, invece, spetta quello di metterli in condizione di essere inventori, cioè creativi. Per far questo dobbiamo farli crescere in un contesto che favorisce il pensiero divergente, in cui le idee circolano, dove il confronto è quotidiano e la creatività è favorita. Quando le facce si fanno più strane, introduco la figura di Felix che qualche anno fa è andato a spiegare il proprio progetto alle Nazioni Unite. Non sto a raccontarvi cosa ha detto e vi invito a vedere il video del suo intervento. La parte più forte, almeno secondo me, è quella in cui fa notare, con grande sensibilità e appropriatezza di linguaggio, l'incomprensibilità dei problemi da affrontare per gli adulti, problemi che riguardano un futuro che noi non vivremo e che, quindi, sfugge alla nostra comprensione.

[il post prosegue sotto la finestra del video]





Da qualche tempo si è aggiunta una seconda ragazzina tra gli esempi da citare nei miei interventi: Greta. Si tratta di una norvegese che da alcuni mesi fa uno sciopero della scuola a favore del pianeta per sensibilizzare gli adulti verso il cambiamento climatico e che ha tenuto un discorso molto chiaro e diretto alla conferenza COP24 di Katowice incentrata proprio sulle misure per fronteggiare questo problema. Il suo progetto è decisamente più "politico" di quello di Felix e il suo monito è chiaro: piaccia o non piaccia, il cambiamento è in arrivo, non solo quello climatico. Ascoltarla e farla ascoltare a tutti è una cosa che consiglio caldamente.



A questi due ragazzi un grazie e tutto il supporto che sapremo dargli, stando molto attenti a cosa diranno ai loro figli e nipoti al compimento del loro 75° anno di vita.


[per sapere cosa è riuscito a fare Felix, ormai ventunenne,
puoi seguire questo link: clicca qui]



Arrivano i corsi di orto e giardinaggio organizzati con SoGeSeTer Cat - Confcommercio


Corsi dedicati a orto e giardino tra gennaio e giugno a Lucca: le iscrizioni sono aperte.


La collaborazione con l'agenzia formativa So.Ge.Se.Ter. Cat di Confcommercio Lucca, avviata alcuni anni fa, si consolida e dà vita a una serie di corsi legati a orto e giardino che si svolgeranno a Lucca tra gennaio e giugno. La proposta si divide in due aree: "giardinaggio" e "orto e frutteto".

Tutti i corsi, di durata variabile tra 10 e 20 ore, alternano lezioni teoriche serali in aula con sessioni pratiche durante la giornata del sabato, hanno uno spiccato taglio pratico e sono rivolti prevalentemente ai neofiti.

Per quanto riguarda il settore del giardinaggio, i corsi in programma sono i seguenti:

  • Giardinaggio sostenibile (durata 20 ore, inizio previsto marzo 2019);
  • Si fa presto a dire erbe officinali (durata 10 ore, inizio aprile 2019); 
  • Si fa presto a dire rose (durata 10 ore, inizio aprile 2019); 
Per quanto riguarda invece il settore orto & frutteto, i corsi in programma sono i seguenti:
  • Potature alberi da frutto e olivi (durata 10 ore, inizio gennaio 2019); 
  • Il frutteto biologico (10 ore, inizio gennaio 2019); 
  • Coltivare l’orto biologico (20 ore, inizio aprile 2019). 

Per maggiori informazioni e/o iscrizioni è possibile sin da ora contattare gli uffici di Confcommercio Lucca rivolgendosi a questi referenti:
Simona Ghelfi, 0583/473131 – ghelfisimona@confcommercio.lu.it
Andrea Giammattei, 0583/473126 – giammatteiandrea@confcommercio.lu.it








Tornano i corsi dedicati all'orto a scuola e al nido

Si svolgeranno a Lucca nel mese di MARZO i due nuovi corsi dedicati all'orto nel mondo della scuola e nei servizi educativi.

In entrambi i casi, la tematica trattata si inserisce nel filone delloutdoor education e riguarda la possibilità di realizzare nelle scuole e nei nidi esperienze educative attraverso il gesto del coltivare. Particolare attenzione sarà posta alla valorizzazione degli spazi esterni di dimensioni ridotte o privi di terreno coltivabile.

Il primo, quello dedicato agli orti didattici nella scuola primaria e secondaria, intende favorire l'implementazione nel mondo della scuola di esperienze di orticoltura didattica coerenti col perseguimento degli obiettivi previsti dalle Indicazioni Nazionali per il Curriculo, col PtOF degli istituti e con le Linee Guida ministeriali per l'Educazione Alimentare. In tal senso, il coltivare diviene metodologia didattica e l'orto e il giardino spazi / tempi / pretesti per fare scuola in modo innovativo. Per saperne di più clicca qui.

Il secondo, quello dedicato a orto e giardino educativo al nido e alla scuola dell'infanzia, riguarda la possibilità di progettare e realizzare interventi capaci di modificare gli spazi esterni dei servizi educativi e delle scuole dell'infanzia attraverso l’introduzione e la coltivazione di piante (ortaggi, piante ornamentali, aromatiche, ecc.) con l’obiettivo di favorire le dinamiche di apprendimento e di trasformare detti spazi in luoghi di esperienza. Per saperne di più clicca qui.

Docente di entrambi i corsi sarà Emilio Bertoncini, autore di questo blog e di quello dedicato agli orti scolastici. Per saperne di più su di me basta cliccare qui


Orti raccontati, tra parole e immagini


Qualche mese fa ho fatto una lunga chiacchierata con Fabio Gigli. Questo bravo videomaker indipendente è venuto anche a trovarmi all'Orto del Giardino della Lumaca di Pietrasanta per fare alcune riprese. Da tutto questo, il sapiente lavoro di Fabio ha estrapolato 11 minuti ascoltabili e conditi con un po' di belle immagini. Ringrazio lui per il lavoro svolto e i lettori di questo blog per la visione e l'ascolto.







Testa o cuore? Qualche riflessione educativa dopo gli incendi del Monte Pisano


Foto tratta dal web - autore da me non identificabile
Vivo in Toscana, per la precisione in una frazione del comune di Lucca, e camminando da casa mia raggiungo le propaggini del Monte Pisano in mezz'ora. Per professione e per passione frequento l'area del Monte Pisano da decenni. Quando la frequentazione è di così lunga data, un luogo entra nel tuo cuore, diviene parte di te. E' per questo che nei giorni scorsi ho subito un duro colpo: a partire dalla sera del 24 settembre 2018 un vasto incendio ha "distrutto" una superficie ancora da misurare compiutamente, ma che nelle notizie di cronaca viene stimata in oltre 1.400 ettari. Per i non addetti ai lavori, si tratta di 14 milioni di metri quadrati. E' una superficie enorme che include foreste, coltivi e anche alcune abitazioni che sono andate a fuoco. La foto che vi propongo qui a destra, tratta dal web e della quale non conosco l'autore, mostra uno scenario drammatico che sembra tratto direttamente dalla Divina Commedia. E' una delle immagini simbolo di un evento che rimarrà, purtroppo, negli annali.

Foto tratta dal web - autore presunto Crizuna via Instagram
Qui a sinistra c'è un'altra delle immagini simbolo dell'incendio. A differenza della prima, è in grado di dare le proporzioni dell'incendio e di mostrare anche quale sia l'area interessata, in vario modo, dagli effetti del fuoco. Potrei raccontarvi che l'aeroporto di Pisa ha subito quasi due giorni di chiusure, che molte scuole sono state chiuse, che centinaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Ma anche che abbiamo perso migliaia di alberi, che sono morti degli animali, che l'ecosistema forestale e gli agro-ecosistemi del Monte Pisano hanno subito danni gravissimi, ma non è di questo che voglio parlare. La mia attenzione in questo momento è tutta spostata sulle varie iniziative atte a "riparare il danno" che stanno nascendo in queste ore.

Prima di entrare nel merito, vi invito a cliccare sull'immagine che trovate qui sotto per vedere un frammento di una delle puntate di Geo direttamente sulla piattaforma RaiPlay. Spero che dopo averla vista abbiate voglia di tornare a leggere quanto sto per scrivere sotto l'immagine. In caso contrario, questo post avrà, comunque, ottenuto un buon risultato: avete sentito il parere di un esperto.

 Ascolta il parere degli esperti
Ascolta il parere degli esperti

Ascoltando il servizio, avrete compreso come dopo gli interventi di spegnimento degli incendi boschivi la cosa migliore da fare, salvo gli interventi di difesa a breve termine dal dissesto idrogeologico, sia attendere. Già, i boschi e gli ecosistemi in generale hanno la capacità di reagire alle perturbazioni che ricevono dall'esterno. Questa loro capacità, quando non è messa a dura prova da altri fattori, consente al bosco di ricostituirsi in modo naturale. Proprio per questo le norme vigenti dicono che il bosco "distrutto" dal fuoco continua a mantenere il proprio status giuridico. Per tradurlo in parole semplici, quello che ai nostri occhi sembra un deserto privo di vita e che il nostro cuore è ha difficoltà a definire bosco, è ancora tale. Lo è dal punto di vista giuridico e lo è anche da quello ecologico. Il primo aspetto è di importanza determinante poiché tutti le regole vigenti nel bosco prima dell'incendio sono ancora valide e a esse se ne aggiungono altre. Per esempio, sono vietati vietati la caccia e il pascolo nei boschi percorsi dal fuoco, così come continua ad essere vietata l'edificazione. L'altro punto di vista, quello ecologico, ci dice una cosa importante: il bosco apparentemente distrutto è stato, in realtà, solo danneggiato e molte piante e organismi, con meccanismi diversi, sono in grado di ricostituirlo. Hanno solo bisogno di tempo, tempo nel quale è opportuno non turbare ulteriormente il bosco. Avrete sentito Andrea Gennai dire che è vietato usare soldi pubblici per il rimboschimento, cioè per ricostituire il bosco. Fatte salve alcune speciali eccezioni, infatti, la norma tende ad evitare due circostanze. La prima è quella dei danni che possono essere potenzialmente arrecati da questi interventi al bosco che si trova in una fase molto delicata della propria esistenza. La seconda è che i fatti dell'uomo sono spesso molto tristi e la possibilità di ricavare un reddito dagli interventi successivi all'incendio può fornire un alibi agli incendiari, cioè ai criminali che appiccano il fuoco.

L'insieme di queste considerazioni, induce a scoraggiare alcune iniziative "nate dal basso" che vorrebbero riparare in breve tempo i danni dell'incendio. Si va da quella lanciata sui social che invita i cittadini a comprare alberi e piantarli nelle zone colpite dall'incendio, particolarmente sbagliata nelle premesse perché il comune cittadino potrebbe non sapere quali sono le essenze forestali più adatte per un intervento di questo tipo, ne conosce le tecniche migliori di piantumazione e protezione degli alberelli, a quella di un quotidiano che invita a donare soldi alla Regione Toscana per le successive piantumazioni "a regola d'arte". Non manca il Sindaco della mia città che ipotizza l'utilizzo della risorsa pubblica "Orto botanico" per moltiplicare le piante più adatte agli interventi di riforestazione. In questo caso, tra l'altro, c'è da notare che l'iniziativa, pur lodevole sul piano umano, rischia di trascurare il fatto che la Regione Toscana ha già le proprie strutture in cui svolgere operazioni di questo tipo, come il Vivaio "La Piana" di Camporgiano (LU). Il fattore che accomuna tutte queste iniziative e il nostro sentimento di riparazione è la tendenza ad ignorare il parere degli esperti e, in alcuni casi, anche le competenze istituzionali. Non va trascurato, poi, il fatto che molti dei terreni percorsi dal fuoco sono privati e che le azioni da svolgere su detti terreni, qualora ne esistano, richiedono il coinvolgimento dei legittimi proprietari, oltre al rispetto delle norme vigenti.

Se avete letto fin qui, posso finalmente arrivare al nocciolo della questione e lanciare una proposta. 

Il nocciolo, a mio modo di vedere, riguarda i nostri tempi e ci porta in ambiti quali la sociologia e l'educazione. Perché lasciamo che il nostro cuore possa sopraffare la ragione e ci lanciamo in iniziative che cozzano con il parere degli esperti? O, meglio, perché prima non ci informiamo presso gli esperti per sapere cosa fare? Perché ci improvvisiamo terapeuti senza relazionarci con il medico che possa fare diagnosi e prognosi fornendo poi una terapia? Io in questa sede non voglio dare una risposta a queste domande, ma solo porre l'attenzione al fatto che qualcosa si è drammaticamente deteriorato. Cosa? A mio avviso si sono perse la fiducia nella scienza e nelle istituzioni. Il tutto, è aggravato, dall'acuirsi di un altro problema: i social network hanno reso virali, per usare un'espressione a loro cara, le onde emotive che seguono ai fatti di cronaca. Ogni onda è, cioè, sempre più alta. Chi sia andato per una volta al mare avrà, però, notato che quanto più alta è un'onda e quanto più facile è che essa ci infranga su di sé, soprattutto quando si avvicina alla riva che sembra essere il suo punto d'arrivo. Così, le onde emotive di oggi raggiungono altezze insperate, ma durano sempre di meno. Questo, considerati i tempi di recupero degli ambienti naturali danneggiati dagli incendi, è un problema ulteriore. L'attenzione sul Monte Pisano, tutto e non solo la parte interessata dagli incendi, dovrà rimanere alta per decenni, non per giorni o settimane. Il rimedio, infatti, in questo caso richiede tempi lunghissimi e non ha soluzioni "a portata di click", così come l'evento da cui scaturisce questa riflessione non ha origine nel tardo pomeriggio di un giorno di questo settembre, ma in tutte quelle dinamiche di portata storica che hanno condotto il Monte Pisano e le sue foreste ad essere vulnerabili oltre la soglia tipica dei boschi dell'area mediterranea.

A questo punto cosa si fa? La mia opinione è che il comune cittadino debba lasciare spazio d'azione agli esperti e alle istituzioni e che il suo ruolo sia quello di mantenere alta l'attenzione sociale e politica su quanto accaduto e quanto debba essere fatto, considerando che una parte dell'agire possa essere un ragionevole far niente per lasciare alla natura la possibilità di essere se stessa.

Se, oltre ad essere arrivati qui, avete anche letto il sottotitolo di questo blog, comprenderete l'unica delle proposte che faccio direttamente: invito tutte le scuole a utilizzare nei mesi e negli anni a venire la zona interessata dal fuoco come laboratorio didattico all'aria aperta. Fatelo andando periodicamente nello stesso luogo per vedere cosa succede nel tempo, come l'uomo e la natura reagiscono a questo evento. Se possibile, fatelo con esperti di settore che agiscano nel loro quotidiano per professione e non per missione. Date, cioè, ai bambini e ai ragazzi un punto di vista qualificato, ma non di parte. Fate anche parlare i nostri giovani con le istituzioni per capire quale sia il loro ruolo.

Io la mia l'ho detta. Grazie per l'attenzione e per tutto quello che potrete pensare e agire dopo questa lettura.