Tre letture di ispirazione durante il lockdown

Leggere è crescere, formarsi, volare e molto altro. Nei primi giorni del lockdown per me è stato anche qualcosa di difficile, quasi impossibile. Credo sia stata una reazione a ciò che stava incombendo, con la sua componente di incertezza e paura. Pian piano, però, quella della vita casalinga, pur mitigata dalla fortuna di avere un giardino, è divenuta una dimensione accettabile e leggere è tornato possibile. Anzi, leggere è diventato tornare a formarsi, a modificare atteggiamento mentale, a cercare stimoli per modificare i miei comportamenti futuri, sebbene in un contesto dai contorni del tutto ignoti. La pila di libri che attendevano di essere letti da tempo mi ha dispensato tre belle letture, tre testi di ispirazioni per chi, come me, si occupa di piante, di ambiente e di educazione. Per questo li presento volentieri.

Andando in ordine cronologico, la lettura con cui ho iniziato è "La resilienza del bosco" di Giorgio Vacchiano. Leggerlo è stato come mettere un punto al termine di una frase e ripartire. Per chi, come me, ha studiato agraria con un’insolita attenzione alle foreste, le ha frequentate per diletto, per lavoro (quante aree di saggio!) e per professione (sono pure sempre una guida ambientale!) è stata un’occasione per rispolverare tante cose note, ma anche per scoprirne di nuove. Questo anche perché negli ultimi decenni il mondo delle piante e delle foreste è stato oggetto di sguardi nuovi e di molte scoperte. Giorgio Vacchiano è molto bravo nel portare sul piano divulgativo le nuove scoperte, nel mescolare tratti di vita con approfondimenti scientifici, nel portarci nel proprio vissuto e nelle proprie osservazioni. Anche nel dimostrare come uno studioso, un pensatore, non possa mai distinguere tra un tempo di lavoro e uno di riposo. Ma c’è di più: leggendo diventa più chiara la fitta ragnatela che ci lega alla vita delle foreste, all'importanza del nostro sguardo verso di esse, alle conseguenze dei nostri gesti quotidiani sul destino del pianeta. Si fa più chiaro il ruolo della scienza che "non potrà mai dirci cosa fare, ma può e deve fornirci gli strumenti per leggere un mondo in costante cambiamento, in cui ogni elemento (compreso quello umano) è strettamente connesso a tutti gli altri", in cui "cultura e natura, uomo e ambiente, crisi climatica e diritti umani sono in realtà due facce di uno stesso, unico sistema".

Uscito dal bosco resiliente di Giorgio Vacchiano, mi sono avventurato ne "La Nazione delle piante" di Stefano Mancuso. Ancora non so se si tratta di un libro sulle piante o scritto, per mano del suo autore, dalle piante. Di sicuro, leggendolo si impara molto sui vegetali, su come siano organizzati, individualmente e socialmente, in modo diverso dal nostro e tremendamente adeguato per sopravvivere sul pianeta ben più di Homo sapiens ("il nome della nostra specie", ci dice l'autore, "descrive immediatamente la principale caratteristica che ci contraddistingue: la presunzione"). I capitoli del libro sono una dissertazione ragionata e colta, ma sempre facile da leggere, degli articoli di una vera e propria costituzione scritta dalle piante. Si (ri)scopre, così, come cloroplasti e mitocondri potrebbero essere nientemeno che organismi viventi indipendenti divenuti parti costituenti della cellula eucariote come esito finale di una simbiosi. Il tutto mentre le piante ci consigliano di cooperare e di lasciare le reti di comando verticistiche per passare a quelle diffuse, decentralizzate e reiterate secondo moduli capaci di mantenere un'autonoma efficacia. Come nel libro di Giorgio Vacchiano, anche in questo si viaggia, ma non solo sul pianeta: i licheni, per esempio, ci accompagnano nello spazio con un razzo Soyuz per dimostrare che un alga e un fungo cooperanti riescono a sopravvivere per due settimane del vuoto siderale. Intanto, vacilla anche qualche mia convinzione basata su un'idea di probabilità. Ciò perché, come dice in modo convincente Stefano Mancuso, quell'idea di vivere su uno dei tanti pianeti abitati dell’universo che da sempre mi accompagna potrebbe aver bisogno di una revisione. Tutti noi "potremmo benissimo essere dentro una bolla formata dai beneficiari di un enorme, incommensurabile, colpo di fortuna. La sola bolla formata da esseri viventi nell’universo. L’unica bolla, in altre parole". La più preziosa.


Se questi due libri sono contemporanei, ricchi di informazioni e generatori di nuovi sguardi sulla vita intesa in senso biologico, sulla natura, sulle foreste e sul futuro del pianeta, "Una seconda natura" di Michael Pollan, unico non scienziato tra i tre autori, viene dal passato, dagli ormai lontani anni novanta, ma tra i tre è il libro che ti fa chiedere "perché non l’ho letto prima?". Pollan è avvincente anche quando sembra perdersi nella scrittura di un capitolo da cui riemerge con la forza di riflessioni che ti lasciano di stucco, che recuperano ogni infinitesimo particolare precedentemente descritto per catapultarti verso un radicale cambio di sguardo sul rapporto tra umanità e natura, tra cultura e natura. In questo modo, si sovverte la tradizionale contrapposizione per arrivare a capire che è solo un equivoco che è necessario superare per vedere natura e cultura come parte del medesimo racconto. Così un catalogo di semi diventa la prova inconfutabile che, mentre siamo convinti di usare le piante nel nostro orto o giardino, in realtà siamo solo un mezzo che i vegetali usano per diffondere i propri geni sul pianeta, che nessuno, nemmeno nel mondo delle piante, è alieno e straniero, che siamo noi a coltivare ciò che definiamo erbaccia, che più che alla foresta dovremmo forse guardare al giardino per delineare un futuro in cui cultura e natura coesistono fuori da un possibile scontro tra umanità e natura. E, ancora, scopriamo come gli alberi siano divenuti simboli e depositari delle nostre metafore (allora perché non piantare un albero della pandemia?) e che dovremmo chiederci se "stiamo parlando di natura o di cultura quando raccontiamo di una rosa (natura) che è stata selezionata (cultura) in modo che i suoi fiori (natura) inducano gli uomini a immaginare (cultura) il sesso delle donne (natura)", fino a comprendere che "è di questo genere di confusione che avremmo più bisogno" nel nostro cammino verso il futuro, un futuro nel quale "forse anche la natura incontaminata ha bisogno di una cornice, del contrasto con l’artificio umano".

Sono state tre letture che, al pari della pandemia e delle restrizioni alle libertà, lasceranno il segno nel mio agire quotidiano, nella vita e nella professione, proprio come dovrebbero fare i libri che, nel nostro piccolo universo personale, meritano un posto nella libreria che porteremmo con noi nel viaggio verso un nuovo pianeta.


 


Casa con giardino - per un Eden figlio del lockdown

Non mi è chiaro se questo post sia destinato ad avere una natura professionale o se sia una semplice riflessione personale condivisa nel web. E non so nemmeno in quale giorno abbia avuto inizio il ragionamento che cerco di mettere per iscritto.

So che da bambino ho avuto la fortuna di crescere in una casa della campagna lucchese che aveva attorno un fazzoletto di terra malandato e fantastico per le mie esperienze educative non scolastiche. Era malandato perché la mia famiglia non aveva un'idea particolarmente evoluta di giardino, perché l'origine contadina e montanara dei miei genitori trovava negli spazi verdi utilità non troppo urbane, perché la casa stessa stava crescendo ed era in perenne costruzione, quindi le energie per il giardino non c'erano.

Quel fazzoletto di terra, però, era ricco di opportunità e me ne resi conto molto presto. Era un laboratorio in cui sperimentare ciò che a scuola sarebbero diventati la fisica, la chimica, le scienze biologiche e motorie e molto altro. Era uno spazio in cui scorrazzare con la bicicletta, in cui stare con gli amici, in cui si piantavano alberi senza una regola, in cui cresceva l'orto, in cui scorrazzavano amici e animali.

Non era uno spazio esente da minacce per la sua stessa esistenza. Ero un bambino negli anni '70 e un ragazzino negli anni '80. Anni in cui si sognava e si soffriva, come in tutti decenni della storia, ma anche anni terribili in cui la modernità afferiva a molte delle cose da cui oggi prendiamo le distanze. E da ragazzino imparai che quello spazio aveva bisogno di essere difeso. Difeso dall'idea di asfaltare tutto per renderlo "bello, funzionale e facile da tenere pulito". Difeso dalla variante "autobloccanti", nient'altro che un nuovo modo di pavimentare e togliere di mezzo il prato che, anche quando incolto, richiedeva manutenzioni. Difeso dall'idea di costruire un piccolo annesso, un garage, un ampliamento dell'abitazione e chissà cos'altro non ricordo. Ricordo, però, lo sguardo incredulo di mio padre che sperava nel mio entusiasmo per le novità, per le opportunità e che mi trovava sempre in dissenso. Una contrarietà che, di tanto in tanto, si esprimeva con un "avrò bisogno di un giardino per i miei bambini". In effetti, così è stato.

Intanto la mia vita, anche professionale, si è sviluppata in modi assai strani. Mi sono laureato in scienze agrarie, ho seguito un corso di perfezionamento in Parchi, giardini e aree verdi, ho accumulato tomi sulla progettazione e gestione del verde, mi sono avventurato nel mondo educativo arrivando ad essere un esperto di "orto e giardino educativo" e sono diventato padre. In tutto questo percorso ho amato e odiato il mio giardino, ho cercato di "correggerlo" facendo errori peggiori di quelli che cercavo di risolvere. Più cercavo di razionalizzarlo e più non riuscivo a cedere ad una strana abitudine di famiglia: piantare alberi dove non c'è spazio per gli alberi. Così ora in quel giardino ci sono due ginkgo biloba nati da semi raccolti dalle mie mani, un ciliegio trasportato nella sua gioventù in un'auto che non riusciva a contenerlo e un cipresso che sembra voler testimoniare l'unica scelta azzeccata e il passare del tempo. E poi tanta confusione agli occhi di chi spera in un giardino rispondente ad un qualche stile, ma nella quale leggo orgogliosamente tanta biodiversità. E, ancora oggi, tanta sperimentazione: è da lì che sono passati i miei tentativi di orticoltura urbana, dagli orti in contenitore a quello ispirato al sinergico.

Insomma, il "mio" giardino rimane un luogo incerto e confuso di sperimentazione, dai primi passi dei miei figli ai miei tentativi di approcciarmi a cose che mi appassionano o che cerco solo di scoprire, di conoscere meglio, dall'attesa per gli esiti di un intervento progettato allo stupore della bellezza che scaturisce dall'azione imprevedibile della natura. E' lo spazio in cui spesso ho cercato di sperimentare le funzioni del verde urbano (sì, perché la "mia" casa è in campagna, ma la recinzione del giardino è il confine netto tra lo stile di vita urbano e quello rurale, tra mondi che non sempre dialogano) così come potete trovare inquadrate cliccando su queste parole. Un laboratorio che da sempre considero importante, ma che in questi giorni di lockdown è diventato uno spazio prezioso in cui sperimentare le libertà residue nel regime di restrizioni imposte dal Governo Conte bis.

Per ironia della sorte, mi trovavo in giardino intento ad osservare una merla con cui ho quasi fatto amicizia quando, facendo un po' di scroll sui social, quando mi sono imbattuto nell'immagine che si vede qui sotto.


In un attimo ho rivisto tutta la storia del "mio" giardino, ma soprattutto quella di una battaglia che vedevo persa e avevo affrontato in sospeso tra un certo animo ambientalista e il mio sforzo professionale. Sì, perché a quel corso di perfezionamento è seguito il tentativo di contribuire allo sviluppo di una cultura del verde nel mio paese, l'Italia, ma dopo alcuni anni ho dovuto desistere di fronte alle resistenze culturali della comunità in cui vivo, al rifiuto generalizzato di far entrare le buone prassi del giardinaggio e delle scienze del paesaggio nel nostro quotidiano. Dopo anni di corsi fruiti e di docenze svolte per i soggetti più disparati, di tentativi di portare all'interno di aziende, cooperative ed enti almeno quel poco che conoscevo, un giorno, di fronte all'ennesimo scempio di alberature eseguito da una potente motosega sotto l'egida di un'istituzione, ho deciso che il mio contributo a quella causa era ormai esaurito, non più utile. Forse è anche per quella cocente delusione che mi sono dedicato al mondo educativo, a quei piccoletti che muovendosi in piccoli paesaggi e giardini potranno sviluppare una sensibilità nuova, capace di indirizzare il futuro.

Ma quell'immagine ha fatto molto di più in me: ha risvegliato un Emilio che, salvatosi dalla crisi da lockdown proprio in giardino (è lì che ho riseminato una parte del prato, continuato a coltivare l'orto quasi sinergico, girato video-saluti per i bambini dei nidi in cui lavoro, seminato ortaggi in contenitori, letto libri, fatto amicizia con la merla, pranzato, parlato, piantato e giocato con i miei figli, sognato, osservato le stelle e l'arcobaleno, l'alba e il tramonto, pianto, fatto ginnastica, distrutto buoni propositi di inizio pandemia, ideato "gli alberi della pandemia" e molto altro), è tornato alla vecchia idea che la qualità del vivere non può essere mero rispetto di requisiti minimi, come le superfici riservate al verde negli strumenti urbanistici, ma fatto culturale. Sì, ora più che mai è tangibile il fatto che ci sia l'occasione per far ripartire un pensiero deburocratizzato in cui le persone vengono prima di un comma di legge e di un'opportunità finanziaria, per porre i fabbisogni delle persone alla base della piramide del benessere, per porre il giardino, un giardino per ognuno, tra i diritti inalienabili dei bambini di oggi e di domani. Un giardino domestico, cittadino, scolastico che possa essere laboratorio per un nuovo modello culturale in cui le App dei dispositivi elettronici siano un complemento e uno strumento utile alla crescita culturale delle nuove generazioni, non il fine di un'esistenza o il sedativo di un cattivo vivere.

In fondo, potrebbe essere un ritorno all'Eden da cui molte tradizioni lasciano intendere sia iniziata la storia dell'umanità.

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"I giardini, in realtà, sono due: uno più o meno immaginario, l'altro pervicacemente reale. Il primo è il giardino dei libri e dei ricordi, quella vagheggiata utopia all'aria aperta, senza moscerini e sempre in fiore, dove la natura risponde ai nostri desideri e noi immaginiamo di sentirci perfettamente a nostro agio. Il secondo giardino è un luogo reale, a Cornwall, nel Coonecticut: circa due ettari di terreno collinare roccioso e difficile da gestire, per coltivare il quale mi sto arrabattando ormai da sette anni. Molto separa questi due giardini, tuttavia ogni anno li porto un po' vicini a coincidere."

Michael Pollan in "Una seconda natura"




Si torna nell'orto, almeno in Toscana!



Cosa cambia

Con un'ordinanza la Regione Toscana, "preso atto che, soprattutto in questa fase primaverile, lo spostamento dalla propria abitazione per lo svolgimento delle attività di coltivazione del fondo agricolo può essere giustificato facendolo rientrare nelle situazioni di necessità di assoluta urgenza, in quanto il mancato svolgimento in questo periodo dell’anno di alcune pratiche agricole indifferibili può compromettere tutta la produzione, con conseguenti ricadute negative non solo per il singolo produttore ma anche con ricadute negative di carattere generale in termini di rischio idrogeologico e rischio di incendi boschivi", ha restituito ai propri cittadini il diritto di raggiungere l'orto per le esigenze indifferibili di coltivazione. 

Cosa si può fare

La Regione Toscana ha ritenuto "opportuno prevedere, in via precauzionale, che lo spostamento all'interno del proprio comune o verso altri comuni giustificato per motivi di assoluta necessità correlati allo svolgimento di attività agricole amatoriali possa essere effettuato esclusivamente alle seguenti condizioni: 
a) che avvenga non più di una volta al giorno,
b) che sia effettuato da massimo due componenti per nucleo familiare,
c) che le attività da svolgere siano limitate a quelle necessarie alla tutela delle produzioni vegetali e degli animali allevati, consistenti nelle minime, ma indispensabili operazioni colturali che la stagione impone".

Cosa fare nell'orto in questo momento

Come abbiamo appena visto, l'ordinanza consente di svolgere nell'orto le operazioni colturali essenziali e indispensabili in questo momento. Oltre a un criterio di stagionalità dei lavori, se abbiamo rispettato le disposizioni precedentemente vigenti, si deve tener conto di ciò che non abbiamo fatto fino ad ora.

Tra le cose da fare, per chi coltiva l'orto secondo tecnica tradizionale, c'è sicuramente preparare il terreno per le nuove semine e piantagioni. Che lo si faccia con attrezzi manuali vangando, zappando e rastrellando o con l'ausilio di qualche mezzo tecnico motorizzato dal punto di vista agronomico poco cambia, se non nei tempi, nello sforzo e nell'impatto ambientale delle nostre operazioni. Ricordo che la vangatura o l'aratura possono essere precedute dalla dispersione in superficie di fertilizzanti minerali o organici, inclusi gli ammendanti, quali il compost da rifiuto organico o, se avete la fortuna di disporne, del letame di stalla. Durante la lavorazione questi materiali verranno interrati a favore dell'assorbimento radicale. Ricordo anche che non tutti gli ortaggi gradiscono una concimazione organica abbondante immediatamente prima della piantagione, come accade per le cipolle.

Una volta preparato il letto di semina, si procede con i trapianti delle piante già disponibili e con la semina delle altre. Tra le semine direttamente a dimora possibili d'ora in poi ricordo le angurie, i poponi, il basilico, le bietole, le carote, i fagioli e altri legumi primaverili - estivi, i ravanelli, le lattughe da taglio, le zucche e le zucchine, il prezzemolo e molti altri ortaggi. E', inoltre, possibile trapiantare vari tipi cavoli, le cipolle, i porri, le lattughe e varie "insalate"  e, man mano che cresceranno le temperature notturne o in presenza di adeguate protezioni dal freddo, ortaggi primaverili - estivi, quali pomodori, peperoni e melanzane.

Per chi, nel rispetto delle norme di lockdown, ancora non lo avesse fatto, è possibile procedere alla piantagione delle patate. In questo caso, nel terreno precedentemente lavorato si praticano dei solchi in cui si distribuiscono i tuberi eventualmente tagliati in due o più parti.

Per chi intende sperimentare un po' o ne ha già l'abitudine, questo è il momento buono per seminare il mais, incluso quello da pop-corn, e il girasole. Col consolidarsi delle temperature primaverili potremo seminare anche le arachidi e piantare il topinambur.

Tra le altre attività da svolgere, figurano la raccolta di ciò che rimane di produttivo dell'orto invernale e l'inizio della lotta alle piante indesiderate che cominciano anche nella loro versione primaverile. Sarchiature e scerbature cominciano, quindi, a rendersi necessarie dove non siano state utilizzate idonee pacciamature. La stagione incredibilmente arida che stiamo vivendo nel lockdown può richiedere, soprattutto nei terreni più drenanti, interventi di irrigazione, sia per piante appena messe a dimora o seminate, sia per quelle derivanti dalla coltivazione invernale. In tutti i casi, è bene ricordare che a dover essere inumidito è il terreno, non la pianta. Le bagnature fogliari potrebbero, infatti favorire lo sviluppo di malattie. Proprio per prevenire queste ultime, per chi ha voglia di cambiare un po', potrebbe essere utile ricorrere a consociazioni, cioè ad abbinamenti di piante, che sfavoriscono la diffusione di patogeni e parassiti. In tempi più tranquilli di questi, in tal senso, potrebbe essere utile ispirare il nostro coltivare ai principi dell'orto sinergico.

Gioverà ricordare che l'abbruciamento dei residui colturali in questo momento è vietato per l'elevato rischio legato agli incendi e sconsigliabile perché si tratta di una pratica dannosa per la conservazione della sostanza organica nei terreni. Per fugare il timore di perpetuare delle malattie nell'orto, è possibile farne un cumulo e compostarli.

Cosa fare a casa per evitare di recarsi all'orto

Molti orticoltori hanno l'abitudine di svolgere tutte le operazioni nell'orto. Del resto, farle altrove sembra un controsenso o pone qualche difficoltà tecnica in più. Tuttavia, alcune cose possono essere fatte senza muoversi troppo da casa. 
Per esempio, se abitualmente non si ricorre all'acquisto delle piante, ma si procede con la semina in ambiente protetto, e si dispone di uno spazio domestico esterno da utilizzare come semenzaio, per alcuni ortaggi è possibile procedere alla semina in vasetti e altri contenitori. Dopo la semina li potremo mettere in un ambiente riparato dalle intemperie e dal freddo notturno e solo quando saranno pronti per il trapianto si porteranno all'orto. Dal momento che i bambini non sono a scuola, questa circostanza potrebbe essere una ghiotta occasione per coinvolgere figli e nipoti, purché conviventi, in questa fase di lavoro. Non me ne vogliano gli amici produttori e rivenditori di piante, ma questa sarebbe sia una grossa occasione di apprendimento per molti bambini, sia un'opportunità per limitare gli spostamenti sul territorio. Per chi avesse voglia di abbinare le semine utili per l'orto ad un momento di home schooling agricolo e di scambio intergenerazionale di saperi, metto qui sotto un paio di video pensati per i bambini che vanno a scuola e per quelli del nido. Ci sono anche proposte non proprio canoniche per chi fa l'orto in modo serio(so), ma sono un'opportunità di scoperta e, forse, un'occasione per riportare alla memoria qualche bella narrazione, almeno da parte dei nonni e delle nonne.


tutorial per le semine con bambin* di età fino a 6 anni


il compito green per bambin* e ragazz* di scuola primaria e secondaria



Laboratorio prima infanzia - orto e giardino in cassetta ai tempi del lockdown


Aprile 2020 - Le scuole e i servizi educativi sono chiusi a causa dell'epidemia di Covid-19 e molt* bimb* di età compresa tra 1 e 6 anni sono a casa con i genitori, privat* di un'esperienza educativa fondamentale. 

Per questo ho deciso di realizzare un nuovo video che intende aiutare i genitori nello svolgimento di un laboratorio che mira a mantenere una connessione tra bambin* e natura.  

Buona visione!




Il tutorial "Laboratorio prima infanzia - seminiamo e piantiamo ai tempi del lockdown" citato nel video è disponibile all'indirizzo https://youtu.be/5ZjO2_i4l0Q


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Per saperne di più sulle attività di Emilio Bertoncini, autore del video, è possibile consultare i seguenti link:

Potrebbero interessarti anche il tutorial di "Semina un Albero con Emilio", che si trova a questo all'indirizzo https://youtu.be/nx9MJH5ooKw, o #ilcompitogreen, che si trova all'indirizzo https://youtu.be/j_jmZg5HXow.

Gli alberi della pandemia

[english version here]

Immagine tratta da www.who.int
Finirà la pandemia Covid-19, ma non accadrà né presto, né senza aver segnato duramente la vita di quasi tutti gli esseri umani. Qualcuno se ne sarà andato, qualcuno avrà visto i propri cari andarsene, tutti noi avremo vissuto una situazione senza precedenti, unica nella storia recente dell'umanità. Si tratta di uno di quegli eventi di cui si leggerà nei libri di storia tra molti decenni, se non nei secoli a venire, sia per l'evento in sé, sia per come cambierà il nostro modo di vivere, dalla scala locale e quella globale. Forse, soprattutto per questo secondo aspetto.

Per non dimenticare quanto sta accadendo, ma anche per trasformare il ricordo in un segno di speranza e in un gesto positivo verso il pianeta, potremmo fare qualcosa che lasci una traccia di questo tempo davvero eccezionale. Uno dei gesti adatti a questo scopo potrebbe essere piantare un albero della pandemia.

Perché proprio un albero - Perché è una forma di vita, perché lascerà la testimonianza vivente per decenni o secoli, perché contribuirà a migliorare l'ecosistema pianeta e ad aiutare nella lotta al cambiamento climatico, azione che rimane una delle più grandi sfide dell'umanità.

Quale tipo di albero - Un albero che possa avere sia la funzione di testimone della pandemia, sia una utilità diretta per chi lo pianta o per la comunità in cui vive. Potrebbe trattarsi di un albero da frutto, di un albero ornamentale, di un'essenza forestale o di un esemplare arboreo con qualsiasi altra funzione. Per sceglierlo, se non abbiamo idee, è consigliabile rivolgersi a qualche esperto locale che sappia indicarci una o più specie di sicuro successo e che non costituiscano una minaccia per l'ecosistema locale. In particolare, non dovrà trattarsi di una specie che potrebbe comportarsi da aliena invasiva, cioè da pianta originaria di altre zone del pianeta che invade gli ecosistemi sottraendo spazio alle specie native.

Dove piantare l'albero - Questa è una scelta molto importante. L'albero, infatti, dovrà trovarsi in un luogo che si ritiene possa consentirne la vista in futuro, così da svolgere il ruolo di testimone della pandemia. Non solo: dovrà trovarsi in un contesto appropriato dal punto di vista naturalistico e ecologico. Alberi da frutto e ornamentali potrebbero andare in giardini, orti, cortili e altri spazi di paesi e città, incluse aree in abbandono o degrado. Una pianta forestale potrebbe essere piantata lungo un sentiero di boschi e foreste. In tal caso, dovrà appartenere alla flora arborea locale. Di particolare importanza potrà essere piantare l'albero in asili nido e scuole. In tutti i casi, dovremo assicurarci che siano rispettate le leggi locali e di avere titolo o permesso, se necessario, per piantare l'albero proprio in quel luogo.

Dove trovare l'albero - Dipende da dove viviamo. Potremmo comprarlo da un vivaista che pratica agricoltura sostenibile, farlo nascere da un seme, riceverlo da una banca del germoplasma o da un orto botanico (potrebbe essere il caso delle scuole) e così via. In nessun caso dovremo prelevare l'albero in natura danneggiando un ecosistema.

Quando piantare - In un momento compatibile con il buon esisto tecnico della piantagione (o della semina, che non è esclusa) durante la pandemia o alla sua fine. Soprattutto, in un giorno in cui potremo eseguire la piantagione nel pieno rispetto delle norme sanitarie e di pubblica sicurezza.

Come piantare - Seguendo le buone regole dell'arboricoltura, i consigli di esperti locali o di manuali che forniscono indicazioni specifiche sulle modalità di piantagione di quella specie. In generale, si tratterà di scavare una buca abbastanza grande da ospitare le radici dell'albero, mettere un po' di fertilizzante organico sul fondo della buca, ricoprirlo con un po' di terra, quindi posizionare la pianta  e ricoprire la buca. Un tutore, cioè un sostegno, potrebbe accompagnare l'albero nei primi mesi o anni di vita. Periodiche somministrazioni di acqua ne garantiranno l'attecchimento.

Come segnalarlo - Possiamo lasciare spazio alla fantasia, ma un cartellino o una targa che specifichi il motivo della piantagione, la data della messa a dimora e chi lo abbia piantato potrebbe essere molto utile. Condividere sui social network l'azione potrà favorirne la diffusione su scala globale. Potremmo usare l'hashtag #pandemictree.

Cosa fare subito - Prima di tutto rispettare le regole stabilite dalle autorità locali, quali quelle di lockdown. Poi condividere questa idea fino a renderla patrimonio di tutti. Infine, cominciare a progettare la nostra piantagione.

The trees of the pandemic

[versione italiana qui]

picture from www.who.int
Covid-19 pandemic will end, but it won’t happen soon or without scarring forever the lives of nearly all human beings. Someone will be gone, someone will see his/her loved ones pass away, all of us will have experienced an unprecedented situation, unique in the recent history of humankind. The pandemic is one of those events that will be covered by history books for many decades, if not in centuries to come, both for the event itself and for how our way of life will change from the local and global perspectives. Perhaps, especially for this latter aspect.

Not to forget what is happening, but also to convert the memory into a sign of hope and an encouraging act towards the planet, we could do something to leave a mark of these truly exceptional times. One of the most suitable actions could be planting a “pandemic tree.

Why a tree – Because a tree is a form of life, because it will leave a living testimony for decades or centuries to come, because it will help improving the planet ecosystem and help fighting climate change as well, one of greatest challenges the humankind has still to deal with.

Which type of treeYou should choose a tree having both the function of witnessing the pandemic and a straightforward value either for those who plant it or for the community in which he/she lives. It could be a fruit tree, an ornamental tree, a forest essence, or an arboreal specimen with any other function. Should you have no ideas, it would be wise to get in touch with some local experts who will suggest one or more species with a high success rate and not posing a threat to the local ecosystem. In particular, your choice shouldn't fall upon an invasive species, that is a plant native to other areas of the planet which invades your local ecosystems by taking away room from your local native species.

Where to plant the treeThis is a very important choice. The tree should be planted in a spot that will be seen easily by many in the future, so to play the role of a pandemic witness. Not only that, it must be in an appropriate context from a naturalistic and ecological points of view. Fruit and ornamental trees could grow into gardens, vegetable gardens, courtyards, and other spaces in towns and cities, including neglected and decayed areas. Planting in a forest could be done by planting along a path through the woods. In this case, your variety should belong to the local arboreal flora. Most of all, it could be planted in nursery schools and primary schools. All things considered, therefore, we must make sure that local laws are implemented and that we have the permission, if required, to plant a tree there.

Where to find the tree - It depends on where you live. You could buy from a nursery who practices sustainable agriculture, start it from a seed, receive it from a germplasm bank or a botanical garden (this could be the case for schools) and so on. In no case you should dig it from an existing natural area and risk damaging an established ecosystem.

When to plant At a time well-suited with the normal planting times of your zone (or sowing, which is not excluded) during the pandemic or at its end. Above all, we should plant a tree when we are able to carry out planting in full compliance with public health and safety regulations.

How to plantFollow the good rules of arboriculture and the advice of local experts or manuals and instructions on how to plant the species you chose. In general, it is just a matter of digging a hole large enough to accommodate the root ball, putting some organic fertilizer at the bottom, covering it with a little soil, then placing the plant upright and covering the hole. A stake could support the tree in the first months or years of life. Periodic watering will ensure its rooting.

How to label itGive room to imagination, but a tag or plaque with the reason for the planting of the tree, maybe the choice of the tree type, the specifics of the planting day, and the name of the person who planted it could be very useful. Sharing this action on social networks could promote dissemination on a global scale. We could use the hashtag #pandemictree.

What to do nowFirst, comply with rules set by local authorities, such as stay-home orders and social distancing. Then share this idea until it becomes everyone's heritage. Last of all, start planning the tree planting!

Seminiamo e piantiamo con i bimbi più piccoli ai tempi del lockdown

Aprile 2020 - Le scuole e i servizi educativi sono chiusi a causa dell'epidemia di Covid-19 e molt* bimb* di età compresa tra 1 e 6 anni sono a casa con i genitori, privati di un esperienza educativa fondamentale.

Per questo motivo ho realizzato un video - tutorial che intende aiutare i genitori nello svolgimento di un laboratorio che mira a mantenere una connessione tra bambin* e natura.

Chi vuole può mettersi all'opera!




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Per saperne di più sulle attività di Emilio Bertoncini, autore del video, è possibile consultare i seguenti link:
www.emiliobertoncini.com
www.ortiscolastici.it
www.ortoalnido.it
www.giardinoingiro.it.
Potrebbero interessarti anche il tutorial di "Semina un Albero con Emilio", che si trova a questo all'indirizzo https://youtu.be/nx9MJH5ooKw, o #ilcompitogreen, che si trova all'indirizzo https://youtu.be/j_jmZg5HXow.