Appello per un incarico professionale solidale

Credevo che la parte difficile di questa idea fosse mettermi davanti alla telecamera e lanciare un appello. Invece no, la parte difficile è mettere nero su bianco la richiesta che sto facendo in forma pubblica: l’invito a sostenere la mia attività professionale attraverso un INCARICO PROFESSIONALE SOLIDALE.




Con la chiusura delle scuole dello scorso 4 marzo, realizzata a decorrere dal giorno successivo, e il lockdown, per mesi il mio lavoro è stato integralmente vietato. Il risultato si sintetizza in un numero: nel primo semestre del 2020 ho fatturato il 67% in meno del corrispondente periodo del 2019. C’è di peggio: gran parte di quel fatturato è, in realtà, precedente all’inizio del lockdown o collegato a lavori svolti prima del 4 di marzo. Solo dal mese di giugno sono riprese alcune mie attività ma, rispetto alla norma, sono quantificabili in un 20-25% di quanto accadeva in passato. Si tratta di numeri che poco si prestano all’interpretazione: di questo passo dovrò cambiare lavoro. E dovrò farlo in un momento di forte criticità per l’occupazione reinventandomi completamente a 51 anni.

L’appello che faccio va nella direzione di creare un ponte tra il 15 agosto, quando sulle prospettive per la prosecuzione della mia attività professionale (www.emiliobertoncini.com) continueranno ad addensarsi nubi molto scure, quelle che accompagnano il mondo della scuola e dell'educazione, e il 15 di ottobre, momento in cui di solito riprende a pieno ritmo il mio lavoro in quelle realtà. Se la tua fiducia e la tua possibilità d’aiuto, insieme a quella di molti altri, mi aiuteranno, attraverso l’Incarico Professionale Solidale, ad arrivare a quella data e sarà possibile per uno specialista esterno lavorare in scuole e nidi, il mio lavoro potrà proseguire, pur con la batosta subita nel 2020. Inutile dire che la possibilità di collaborare con quei mondi non dipende solo dall’evoluzione di norme e regolamenti ad oggi in corso, oltre che dall’evoluzione dell’epidemia, ma anche dalle condizioni economiche in cui si troveranno queste realtà, soprattutto i nidi privati che hanno subito gravi danni economici durante il lockdown.

Come spiego nel video, ti invito a sostenere un vero e proprio incarico professionale per realizzare, forte della mia esperienza nell'educazione all'aperto e nell'orticoltura educativa, due strumenti da mettere a disposizione della comunità italiana.

Il primo prodotto è un libro che, impaginato come pdf con testo e immagini, chiunque potrà consultare on-line o scaricare sul proprio PC o stampare. Per i soggetti istituzionali, quali regioni, comuni, scuole, ecc., testo e immagini verranno messi direttamente a disposizione in formati che consentano la stampa di una vera e propria pubblicazione cartacea. In tal caso, gli enti potranno liberamente fruire del testo e delle immagini per un proprio editing.

Il secondo prodotto è un sito web realizzato con analogo materiale e eventualmente arricchito con filmati e tutorial che sarà consultabile, come qualsiasi sito web, da chiunque.

La natura solidale dell’incarico è quindi duplice: chi mi sosterrà aiuterà me a superare (spero) questo periodo di grande difficoltà in attesa della ripresa e regalerà a tutta la nostra comunità il risultato del mio lavoro.

Questo avverrà con i sacri crismi dell’incarico professionale. A tutti coloro che pensano di poter sostenere questa mia idea invierò un preventivo di spesa al quale concorreranno, dopo la comunicazione dell’entità del loro aiuto fornirò una lettera di incarico con la mia accettazione, l’indicazione dell’importo e la data di consegna dei prodotti (31/10/2020). Infine, al pagamento seguirà l’emissione della fattura per l’importo di cui ogni singolo si farà carico. Qualora venisse superato il fabbisogno effettivo, si potrà decidere cosa fare del “tesoretto”, cioè se verrà restituito o se potrà essere destinato ad attività formative a favore di insegnanti e educatori/educatrici che potranno fruire di corsi gratuiti. Ogni singolo deciderà cosa fare del proprio eventuale “disavanzo”.

Tutto questo in una formula concettuale che richiama la sollecitazione del nostro Presidente del Consiglio quando ci ha detto che saremmo stati distanti per abbracciarci di nuovo. Ecco, la distanza per me è stata perdere il lavoro, l’abbraccio sarà il tuo aiuto e, spero, quello di molti altri.

Molti mi hanno già chiesto chi può sostenere l’iniziativa dell’incarico professionale solidale. La risposta è molto semplice: chiunque, dal privato cittadino all’associazione, dall’azienda alla cooperativa e a chiunque altro lo ritenga opportuno, anche attraverso piccole somme.

Se pensi di potermi aiutare e per saperne di più, puoi scrivermi a info@emiliobertoncini.com.

Per me sarebbe già prezioso che tu potessi condividere questo post/video.

Grazie mille.

Emilio


 

Pionieri del tempo educativo che è e che sarà

Alcuni giorni fa ho scelto l'immagine che troviamo qui a destra per un intervento formativo svolto per il Centro Studi Bruno Ciari di Empoli (FI). Si è trattato del terzo di tre incontri dedicati alle pratiche di educazione all'aperto per gli operatori dei centri estivi in fascia 3-6. Proprio da quell'immagine è scaturito in me il pensiero che provo a tradurre in questo post.

L'intero ciclo formativo, così come altri svolti in parallelo per le fasce di età superiori e un altro dedicato ai materiali naturali svolto per la fascia 0-6 del mondo educativo, ha trovato una naturale collocazione nel chilometro zero educativo. Tuttavia, in alcuni frangenti mi sono spinto oltre o, quantomeno, ho dilatato il chilometro zero facendo mia l'idea che non si tratti di un parametro geometrico, ma di un territorio delle opportunità educative del quotidiano. E' per questo che ho scelto la fotografia di due bambini sul treno, testimonianza di uno straordinario anno educativo di qualche tempo fa.

Cosa c'entra quella foto col titolo dell'articolo?

Provo a partire da lontano, quando il 4 di marzo tutta l'Italia ha scoperto che quello sarebbe stato l'ultimo giorno di apertura della scuola e dei servizi educativi per un periodo prima determinato in circa due settimane, poi prolungato fino a divenire indefinito grazie (si fa per dire) ad una serie di provvedimenti del Presidente del Consiglio dei Ministri. Qualcuno nelle regioni settentrionali aveva, a dire il vero, già iniziato la propria avventura in un tempo sospeso in cui l'infanzia e l'educazione paiono, per mio parere, aver visto sospeso ogni diritto e spazio.

Abbiamo dovuto attendere giugno per poter vedere ripartire qualcosa, segnatamente i Centri Estivi da animare nel rispetto di nuove e inedite linee guida governative poi declinate in vario modo a livello regionale. Prima per i bambini dai tre anni in su, poi (finalmente!) anche nella fascia 0-3.

La prima lettura delle linee guida ha determinato molte impressioni, ma non è di questo che intendo parlare, salvo accennare al fatto che la forte spinta verso l'educazione all'aperto ha, di fatto, tolto ogni alibi e timore a chi ancora ne aveva. In particolare, ha tolto significato alla domanda "se un bimbo si fa male quando siamo fuori, come giustifichiamo il fatto che eravamo usciti?". Io quella domanda non l'ho mai capita, visto che educare e insegnare sono cose che si fanno nel mondo, non dentro scatole in muratura, ma ora la risposta esiste anche sul piano giuridico "perché le linee guida per la prevenzione della pandemia Covid-19 dicono di privilegiare l'educazione all'aperto". Chiusa questa parentesi, però, voglio riflettere su cosa è accaduto dal 15 di giugno, data prima della fatidica ripartenza delle azioni educative attraverso i Centri Estivi: di fatto, da quel momento, chi opera nel mondo educativo, inteso a tutto tondo, è divenuto un pioniere.

E chi è un pioniere? Il primo dizionario on-line comparso dopo la mia ricerca nel web dice che si tratta di uno "scopritore o promotore di nuove possibilità di vita o di attività, collegate specialmente all'insediamento e allo sfruttamento relativo in terre sconosciute". Sì, chiunque abbia progettato e avviato un'esperienza educativa a partire da questa estate è entrato nelle terre sconosciute dell'agire educativo post-covid-19. Dico "post" non per intendere che l'epidemia sia completamente superata, cosa di cui nessuno può avere certezza e su cui ognuno può avere dubbio, ma perché quel 4 di marzo ha cambiato completamente e per sempre le carte in tavola, non solo per la nostra vita in generale, ma soprattutto per il mondo educativo. Quale sia questo cambiamento è, probabilmente, cosa ancora da capire, ma ci sono alcuni riferimenti non trascurabili.

Prima di tutto, è cambiato il quadro giuridico e, fatto non trascurabile, è cambiato attraverso regole incerte e deboli. Non abbiamo, infatti, nuove leggi, ma provvedimenti di legge che si trascinano dietro delle linee guida, strumenti indubbiamente utili, ma non capaci di dare riferimenti certi e forse nati per porci in quello stato di necessaria analisi dei rischi che è, al tempo stesso, opportunità e limite. Non si può, però, dire che il quadro giuridico sia lo stesso. Da un paio di settimane, siamo così a confrontarci con le nuove linee di condotta e con la realtà, soprattutto nello 0-6, dove le necessità di relazione per svolgere l'azione educativa difficilmente possono escludere, senza avere ripercussioni sulla vita futura dei bambini, il contatto fisico. Ecco che, proprio mentre scrivo, molti si staranno confrontando con l'attrito che c'è tra il presupposto scientifico e teorico del distanziamento fisico e la realtà relazionare dell'educare. Tolte di mezzo, infatti, le proposte educative che si fondano sul contatto fisico, rimane la natura per lo più incontrollabile di mammifero dei nostri cuccioli e, diciamolo pure, di coloro che si dedicano all'educazione.

Ma c'è, a mio avviso, molto di più: noi siamo cambiati. I mesi del lockdown, le misure di distanziamento e gli stessi termini che lo hanno etichettato (distanziamento sociale e non fisico), le nostre esperienze con la malattia, il pressing delle news, ora catastrofiche, ora tranquillizzanti, e il modo in cui ognuno di noi ha potuto vivere i giorni di maggiore restrizione delle libertà costituzionalmente garantite ci hanno profondamente segnati. E' accaduto agli adulti, ma anche ai bambini. E' accaduto in modi che, forse, ancora non riusciamo a comprendere e che solo studi e ricerche approfonditi potranno caratterizzare. Io provo a darne una misura con un piccolo aneddoto collegato al mio coinvolgimento in un campo estivo. Ligio alle regole, ho indossato la mascherina per tutto il tempo della mia presenza e nessun bambino e o bambina ha in qualche modo manifestato una reazione a quel mio volto parzialmente coperto. Niente di nuovo per loro che stanno vivendo con la consueta naturalezza un nuova normalità. Niente di nuovo per loro, forse nemmeno niente di buono per loro. Ma questa è una mia sensazione. Ciò che conta è che, se potessi tornare indietro di 365 giorni e dovessi presentarmi in analoghe condizioni in un centro estivo dell'estate 2019, le cose andrebbero sicuramente in altri modi e quel mio volto coperto sarebbe in grado di generare reazioni ben diverse da quelle del 2020. Anzi, credo che per molti genitori quel volto parzialmente coperto oggi sia diventato un segno di sicurezza, un gesto di cura e rispetto verso i bambini, mentre nel 2019 sarebbe stato letto come una minaccia, come stimolo a chiedersi cosa non va nella salute di Emilio.

Qualcuno ha già vissuto tempi come questi? Probabilmente, in Italia no. Ecco che, nostro malgrado, siamo in una terra sconosciuta in cerca di nuove possibilità. Diamoci il benvenuto da pionieri e viviamo questo momento!

C'è, però, un'espressione usata piuttosto frequentemente, spesso usata anche da me, che recita più o meno così: "quando torneremo alla normalità". Non c'è niente di male nell'utilizzarla, ma mi chiedo cosa intendiamo per normalità. Io credo che, se per normalità intendiamo quello che c'era prima del marzo 2020, al massimo, potremo tornare ad una normalità giuridica. Immaginate una legge con la quale si dice "tutti i provvedimenti normativi assunti durante l'emergenza sanitaria Covid-19 sono abrogati". Ovviamente, non potrà essere così, ma proviamo a immaginarlo. Niente più distanziamento, niente più misurazione della temperatura corporea, niente più igienizzazione delle mani, niente di niente. Davvero questa magia giuridica ci restituirebbe "la normalità"? E' qui che entra in campo la foto che accompagna questo articolo, volutamente unica.

La ripropongo tal quale qui a sinistra e provo a raccontarla. Quei due bambini fanno parte di una sezione dei 5 anni di una scuola dell'infanzia e si trovano sul treno su cui sono saliti a Lucca diretti a Firenze. Vivranno una giornata bellissima e dai molteplici significati educativi, ma ancora non lo sanno. A me preme, però, osservarli in questo momento e pensare che, al netto di qualche raccomandazione preventivamente data a tutti i bambini, nel momento in cui ho scattato la fotografia li percepivo al sicuro. Non solo, l'invio della foto nella chat di Whatsapp ai genitori scaturì una grande approvazione e nessuno si preoccupò minimamente per la loro salute. Osservo con struggente malinconia quell'immagine e mi chiedo, quando davvero ogni restrizione di legge sarà superata e torneremo alla normalità giuridica pregressa, sempre che possa accadere, quanti adulti saranno in grado di non avere timori vedendo quei bambini. Quanti tra educatori, insegnanti, genitori non si porranno domande o non saranno assaliti da timori igienico-sanitari inesistenti prima del marzo 2020? E quanti bambini saliranno sul treno senza alcun "nuovo" timore? Inutile dire che una risposta a quelle domande non ce l'ho, ma che il mio timore massimo è che non si possa rispondere "Emilio, ma di quali domande e timori parli?". Già, se non siamo più gli stessi oggi, non saremo più gli stessi nemmeno domani.

Rifletto allora sul tempo educativo che sarà e a preoccuparmi non sono le linee guida che abbiamo o che avremo, in fondo solo strumenti con cui cogliere opportunità, ma il cambiamento avvenuto in noi. Ecco che se oggi viviamo in una terra sconosciuta in cerca di nuove possibilità con l'idea di attraversare una landa per arrivare altrove, il nuovo mondo sarà davvero un'altra terra sconosciuta in cui andare in cerca di nuove possibilità. Saremo, cioè, nuovamente pionieri.

La mia riflessione si ferma qui. Io non riesco, per ora, ad andare oltre, se non ponendomi due domande a cui non so rispondere e con le quali saluto chi ha avuto la pazienza di leggermi:

- abbiamo tutti ben compreso che siamo e saremo pionieri nel tempo educativo che è e che sarà?

- abbiamo le competenze per assumere collettivamente questo ruolo?


**************************

Se hai voglia di mandarmi una riflessione in merito a questo, puoi scrivermi a info@emiliobertoncini.com


Il chilometro zero educativo (un pensiero frutto del tempo di crisi per quando tornerà la calma)

Prologo


E' domenica 8 marzo e sto terminando una passeggiata con mio figlio Diego quando sento l'inconfondibile notifica sonora di WhatsApp. E' quello il momento in cui scopro che il mio status giuridico sta per cambiare: un'ordinanza regionale che di lì a poco sarà firmata dal governatore della Toscana mi collocherà tra le persone che devono porsi in "autoisolamento fiduciario". Sì, la Lombardia che ho frequentato nei giorni scorsi per motivi di lavoro poche ore prima è diventata "zona rossa" nella lotta al Covid-19 e, precauzionalmente, io sono soggetto a rischio che dovrà limitare i propri spostamenti e contatti sociali. A me è sostanzialmente precluso ogni movimento, anche a "chilometro zero". Eppure, per me, genitore e strano personaggio che frequenta il mondo educativo, quella distanza risulta preziosa. Anzi, da quando le scuole sono chiuse, i miei figli a casa e io disoccupato, abbiamo cercato di valorizzarlo, sia per trascorrere del buon tempo, sia per dare una dimensione educativa a questo imprevisto tempo sospeso.

Foto presa in prestito dalla pagina Facebook
"Orto contadino di Lucca"

Il chilometro zero


Proprio in questi giorni, anche grazie alla mia abitudine di condividere sui social le immagini di ciò che faccio, ha iniziato a rimbombare nella mia testa l'espressione chilometro zero educativo. Inutile dire che è mutuata dal concetto di chilometro zero di cui da anni si parla per le modalità di approvvigionamento alimentare. L'idea di fondo è quella di ottenere dei benefici di vario tipo, da quelli ambientali a quelli sociali, acquistando prodotti che percorrono un breve tratto di strada dal luogo di produzione a quello di consumo. E' evidente che non si può essere pignoli nel rispetto della definizione, altrimenti molti di noi rimarrebbero senza cibo. L'idea, però, è quella di approvvigionarsi, ciascuno secondo le proprie possibilità, di alimenti che, per giungere sulla nostra tavola, percorrono la minor distanza possibile. Ciò non significa rinunciare a qualcosa, ma sceglierlo con un'attenzione in più. Per esempio, a me piacciono i fichi secchi che, però, non vengono prodotti nel territorio in cui vivo. Posso, comunque, trovarli in commercio prevenienti dalla Calabria, dalle Isole dell'Egeo e dalla California. Il principio del chilometro zero è quello che mi porta a scegliere i primi. Purtroppo, più l'area di produzione si avvicina a me e più le modalità di funzionamento del mercato rischiano di trarmi in inganno perché quel prodotto potrebbe fare, a mia insaputa, una lunga strada prima di arrivare nel luogo in cui lo comprerò. Per questo si privilegia, quando è possibile, l'acquisto in azienda o presso i mercati contadini in cui gli agricoltori con brevi spostamenti ci avvicinano i propri prodotti. A questo criterio da tempo si è affiancato quello dell'acquisto solidale, cioè l'acquisto di qualcosa che, a chilometri zero o meno, vada a supportare realtà meritevoli di aiuto. Questo permette, ad esempio, di acquistare prodotti "oltre il chilometro zero" sostenendo, però, realtà virtuose dal punto di vista sociale o ambientale. Nelle mie esperienze ci sono i prodotti che mi permettono di sostenere chi coltiva sui terreni liberati dalla mafie o quelli di comunità in cui gruppi umani in conflitto riescono a collaborare.

Chilometro zero educativo - un possibile significato


Quale potrebbe essere il significato di "chilometro zero educativo" e quali potrebbero essere le sue utilità una volta che, superati i giorni difficili della pandemia, cercheremo di ricostruire una "normalità"?
Intanto, cerco un appiglio pedagogico ricordando le parole con cui il pedagogista Antonio Di Pietro in una formazione congiunta ha ribadito che l'educazione è in ogni luogo e in ogni momento. Quanto provo a scrivere, quindi, potrebbe prescindere dal contesto educativo di riferimento, essendo ogni contesto luogo educativo. Provo a pensare, però, ad alcuni luoghi di elezione cioè la nostra casa, il nido e la scuola. Rispetto a questi luoghi, il chilometro zero educativo altro non è che l'insieme delle risorse disponibili a breve distanza per attivare o sostenere percorsi educativi. Il chilometro non va inteso come limite geometrico, ma come distanza limite raggiungibile con mezzi ordinari. Potranno essere poche decine o centinaia di metri per il nido d'infanzia o per quando siamo a casa con bimbi molto piccoli o qualche chilometro quando davanti alla scuola c'è la fermata dell'autobus. E' l'insieme dei luoghi facilmente frequentabili. Tutto qui, ma c'è bisogno di parlarne perché in molti casi e per vari motivi quel chilometro è un tabù. Mettendo da parte i casi in cui c'è una impossibilità di frequentazione dovuta a insormontabili condizioni di sicurezza, situazione che dovrebbe farci riflettere sulla collocazione di molti servizi educativi e scuole e sulla qualità urbanistica dei luoghi in cui viviamo, a me preme fare un invito alla riflessione sui limiti che ci diamo culturalmente.

Sì, perché nella nostra moderna società italiana il mancato sfruttamento di quell'orizzonte è soprattutto dovuto a limiti soggettivi di origine culturale. Penso, per esempio, a chi oggi è genitore, educatore o insegnante privo di un'esperienza oltre la soglia. Quanti di noi hanno avuto un'infanzia e un'adolescenza sufficientemente "spericolata" e vocata all'outdoor? Chi ha corso lungo le sponde del fiume, è caduto rovinosamente in bicicletta o è scivolato in un torrente? E chi si è perso nel bosco o nel proprio quartiere? Chi si è avventurato lungo un fossato che passa sotto una strada statale? Chi, cioè, tra le figure sopra menzionate ha avuto un'esperienza quotidiana in qualche modo "al limite", pur in contesti ordinari? Chi, quindi, si sente sicuro nel chilometro zero educativo? Molti di coloro che leggeranno questo articolo potrebbero dire "io!", lo so. Questo potrebbe, però, dipendere dal fatto che la nostra comunicazione mette spesso nella stessa "stanza" persone già interessate al tema, ma qui dovremmo riflettere, sulla generalità dei genitori, degli educatori e degli insegnanti. Le cose, forse, cambierebbero un po'. Ma siamo solo all'inizio perché nella nostra distorsione culturale l'educazione e la scuola si fanno dentro. Ne è prova il fatto che chiunque di noi identifica la scuola o il nido nell'edificio, non nella porzione di terreno che ospita anche l'edificio. L'idea più diffusa è che si apprende stando al chiuso. Così, uscire fuori si colloca culturalmente in un momento di svago (come se apprendere modi per svagarsi non fosse un apprendimento) e l'accezione dello star fuori richiama la ricreazione e le gite della scuola. A ben vedere, anche questi momenti hanno una valenza educativa, ma la nostra società dà loro ben poco valore. Eppure, fuori, oltre la soglia, con aria svagata e leggerezza o con la seriosità (che è diversa dalla serietà) che alcuni preferiscono, si possono apprendere cose importanti. Giocare fuori in presenza di qualcuno che a intervalli regolari ci fa notare lo spostamento di un'ombra, è uno dei modi migliori per comprendere e portare sul piano della realtà il moto di rotazione del pianeta e i cambiamenti che si verificano stagionalmente, come l'allungarsi e accorciarsi delle ombre dovute alla luce solare. Proviamo a superare anche questa resistenza e pensiamo a quali altri ostacoli culturali poniamo sulla nostra strada. Fuori non c'è l'omeotermia indotta dal nostro ambientalmente sconsiderato utilizzo delle fonti energetiche. Già, fuori può essere freddo o caldo, anche molto freddo o molto caldo. E noi siamo sempre meno abituati a queste condizioni. In più, può piovere, nevicare, grandinare, tirare vento. E tutto questo ci fa pensare a quanto potremmo star male prendendo freddo, alle possibili malattie o malesseri, dalla tosse (che strano parlarne in tempi di Covid-19!) all'insolazione. E poi, fuori ci si può far male più facilmente.

Già, perché il chilometro zero educativo potrebbe non essere "a norma", potrebbe offrire occasioni per farsi male e, purtroppo, la distorsione educativa di questi tempi ci induce a pensare che i pericoli siano tutti da evitare, senza cogliere il valore educativo di quelli che ci espongono a rischi accettabili generatori di apprendimenti. Così, le infinite escoriazioni e piccole o grandi ferite delle mie infanzia e adolescenza, condotte come poco sopra descritto, oggi non esistono quasi più. Eppure, è da quei momenti che ho appreso alcune delle cose più importanti per la mia sicurezza attuale. Certo, a ben pensarci, a volte ho corso rischi inaccettabili, almeno con lo sguardo di oggi. Questo mi suggerisce di andarci cauto, di utilizzare l'analisi dei rischi come strumento per discernere tra le circostanze rischiose nel presente che generano apprendimenti essenziali per la vita futura dei bambini e dei ragazzi e quelle circostanze che non merita far vivere loro perché statisticamente qualcuno potrebbe non sopravvivere. Però questo significa tentare di cogliere delle opportunità.

Provo a chiudere l'elenco con un ultimo aspetto: siamo una società giuridicamente ipertrofica che offre facilmente il fianco alla minaccia di denuncia. Questo vale soprattutto per chi lavora nei servizi educativi e nella scuola e, come se non bastasse, va di pari passo con la capacità di confondere denuncia e condanna. Così i temi della responsabilità e della sicurezza si invischiano e diventano minaccia insormontabile facendo soccombere la responsabilità educativa a favore di quelle giuridicamente connesse ai temi della sicurezza e dell'igiene. Il quadro descritto fa sì che il chilometro zero educativo debba iniziare dalla porta di scuole, servizi educativi e case e non dal cancello. Sì, spesso anche il giardino è luogo estraneo ai fatti educativi.

Il chilometro zero educativo, quindi, inizia lì, proprio sulla soglia che, anziché separare il dentro dal fuori, sembra separare il possibile dall'impossibile. Per molti il chilometro zero è utopia. Fortunatamente, c'è chi nelle utopie vede le opportunità.

Chilometro zero educativo - alcune opportunità


Comprendere tutte le opportunità di questo orizzonte è cosa complessa e, forse, da intendere come un percorso di scoperta, più che come paniere da presentare a terzi. Provo, quindi, a descriverne alcune con la promessa di aggiornare questo paragrafo nel tempo, anche grazie ai contributi di chi avrà voglia e pazienza di darmi suggerimenti scrivendomi a info@emiliobertoncini.com.

La prima cosa che mi viene da pensare è che potremmo apprendere che i luoghi dell'apprendimento sono luoghi normali e a portata di mano. Nel nostro chilometro zero educativo ci potrebbero essere un campo incolto, un bosco, un museo, un piazzale abbandonato, il fruttivendolo, l'azienda agricola, il mercato rionale, il giardino di una villa, un parco urbano, una spiaggia, un fiume, un torrente, una fabbrica, la carrozzeria, una libreria, una biblioteca, la stazione ferroviaria e così via. Non sono forse contesti in cui poter apprendere? Non offrono opportunità riferibili, nel caso della scuola, alle Indicazioni Nazionali per il Curricolo? E per i servizi per l'infanzia, non sono luoghi in cui cogliere opportunità educative? Per la famiglia, non sono corridoi che portano i bambini nel nostro mondo? Per tutti, se mettiamo a disposizione dei bambini e delle bambine l'idea che ogni luogo sia uno spazio in cui apprendere, magari utilizzando sguardi adeguati e diversi in momenti diversi, non diamo loro la possibilità di interpretare il mondo come un luogo educante? E non è che osservando i loro sguardi saremo più capaci di consentirgli di apprendere ciò che li interessa, di appassionarli all'apprendere, anziché imporgli apprendimenti che potrebbero allontanarli dal piacere dell'apprendere?

Dico, forse, banalità, ma penso anche che per molti adulti cogliere questa prima opportunità potrebbe non essere facile. Questo perché per molti di noi significa affrontare una rivoluzione e uscire da schemi comodi propri dell'insegnamento e delle dinamiche di sostegno ai percorsi di apprendimento, perché a guidare potrebbero essere le domande, talora non espresse a parole, dei bambini e non le nostre (o quelle suggerite dai libri), perché molto spesso dovremmo rispondere "non lo so" e rimandare la risposta ad un altro momento, successivo allo studio che ci servirà, perché potremmo dover trovare modo di rispondere a domande ad oggi ritenute "inadeguate all'età" dei bambini e persino al nostro ruolo. La rivoluzione potrebbe consistere tutta nel dover rispondere alla domanda "perché è verde?" formulata da un cinquenne appena sceso dallo scivolo che guarda un quadrifoglio o una pianta di euforbia cresciuta in una fessura della pavimentazione. Di sicuro è più comodo mettere avanti le nostre domande adulte e lasciare che arrivino la terza o la quarta della scuola primaria per far sorgere quella domanda nei bambini, ma ha senso tutto questo? Ha senso chiudere gli apprendimenti in una stanza e in gabbie temporali? Davvero non esistono parole per rispondere a quel bambino nel chilometro zero educativo? Davvero vale la pena di escluderlo dalle sue opportunità educative? Davvero vale la pena bloccare le nostre capacità di apprendimento per cristallizzarle nella pagina di un libro e in un certo giorno della vita condivisa con i più giovani che imparano con noi? E non sarebbe un modo per apprendere ad apprendere sostare al metro 412 del nostro primo chilometro, cogliere la domanda, connettersi a internet con uno smartphone e cercare insieme la risposta, magari facendosi interpreti per i nostri giovani interlocutori? Ecco che, forse, la prima opportunità ci presenta la seconda: nel chilometro zero educativo c'è la ricchezza per imparare modi nuovi di insegnare e di imparare.

Ancora, prendendo in prestito una prima idea a Laura Malavasi (1), nel chilometro zero educativo ci sono solo molti degli argomenti oggetto formale dei nostri percorsi di apprendimento, per esempio scolastico, c'è la possibilità dell'esplorazione spontanea mossa dagli interessi e dagli stili di osservazione e apprendimento di ognuno. Così l'euforbia citata poco sopra potrebbe incuriosire Marco per il colore, Monica per il modo di flettersi nel vento e Chiara perché quando di rompe ne esce un liquido biancastro. E di fronte a un ponte potrebbero agire l'architetto che c'è in Giulia, il fisico che cresce in Kevin, l'artista inconsapevole che vive in Marta e, complice il cielo di una certa giornata, la poetessa che spinge dall'interno di Giada. E tutti, ancora una volta, troverebbero a un passo da sé i luoghi dell'apprendere. Non solo: il chilometro zero educativo è popolato da persone straordinarie nascoste nell'ordinario. L'incontro con persone capaci di esser testimoni del luogo e del tempo potrebbe trasformare un territorio a volte considerato banale in un museo vivente e popolato, dare ai bambini e ai ragazzi l'idea della fluidità del paesaggio, dello stratificarsi delle azioni umane, della bellezza di andare oltre, ma non in luoghi raggiungibili una volta nella vita, per scoprire il piacere della scoperta. In questo modo gli spazi di vita quotidiana potrebbero assumere una multifunzionalità che li rende spazi di svago, lavoro, apprendimento e tutto ciò che vogliamo senza ghettizzare i diversi momenti della vita. Perché un parco dovrebbe essere adatto solo al gioco? E perché una stalla o una fabbrica solo al lavoro? E, ancora, perché il tempo per queste attività dovrebbe essere una gabbia? Perché nel parco in cui al mattino si va prevalentemente per imparare, nel pomeriggio non dovrebbe sorgere la domanda che rilancia gli apprendimenti la mattina seguente? Perché la domanda che nasce con i genitori o con gli amici non dovrebbe trovare spazio nel momento scolastico?

Gli spazi del chilometro zero educativo, senza che diventino ghettizzanti in quanto unici spazi di apprendimento, potrebbero offrire l'ulteriore opportunità di essere spazi condivisi. Certo non mancherà la gita nella città d'arte o nell'area protetta e altrettanto non si eviterà di valorizzare la domanda nata durante il viaggio con la famiglia, ma il luogo in cui viviamo è anche il luogo più facile da condividere. Anche quello in cui conoscere le persone nella propria interezza, facendo sì che l'esperta incontrata durante la visita al panificio possa essere, nella mente dei bambini, anche una mamma o un'appassionata di corsa.

Disturbo ancora Laura Malavasi (1) quando dice che "l'educazione locale accresce negli studenti il senso di responsabilità, la coscienza ambientale e l'attaccamento al territorio". E nel farlo penso a certi miei percorsi di apprendimento che sono rimasti distanti dai luoghi in cui vivo per troppi decenni. Penso alla Seconda Guerra Mondiale rimasta distante quando la Rivoluzione Francese o la scoperta delle Americhe, nonostante sia stata combattuta dove vivo. Penso alla mia passione per l'ambiente e allo studio dell'inquinamento dei fiumi senza conoscere quello che scorre a breve distanza da casa mia, allo studio delle fortificazioni medievali fatto senza visitare gli incastellamenti dei dintorni della mia abitazione. Con questo ricordo un modello educativo e didattico, quello in cui sono cresciuto, che rischia di porci in una situazione di equidistanza di argomenti a prossimità differenziata: le architetture romaniche della mia città rischiano di collocarsi nella stessa dimensione spaziale di quelle della cultura Inca.
Penso così che l'opportunità del chilometro zero educativo sia quella di restituire una dimensione spaziale al pianeta e una scala temporale alle possibilità di esplorazione: il mio paese/quartiere da giovanissimo, la valle o la cima montana che vedo da casa da adolescente, un continente lontano da adulto fortunato. Intanto, il bosco che si trova a pochi chilometri da me, il brandello di palude dietro alla zona industriale e la foresta pluviale diventano tutti luoghi da conoscere e preservare, forse da difendere o, semplicemente, da valorizzare nei ruoli che ricoprirò nella società man mano che crescerò.

Cogliere le opportunità del chilometro zero educativo è anche l'occasione per coinvolgere professionalità diverse da quelle canoniche, rivolgersi a educatori ambientali, studiosi del territorio, guide, imprenditori e inserirli nella rete dei partner del servizio educativo o della scuola. E' anche studiare modi per retribuire le loro prestazioni, per dar valore con gli strumenti della nostra società al loro impegno. E' rivoluzionare il paradigma dei luoghi, dei tempi e dei soggetti facilitatori degli apprendimenti, è dare un ruolo sociale a spazi e persone del nostro quotidiano. E per i genitori è l'occasione di mettersi in gioco e di ragionare anche sul valore dell'educazione dei propri figli, sull'esercizio pieno di un loro diritto, sul riconoscere, anche economicamente, un valore a chi nel chilometro zero può aiutarci nell'educare. Ma in quello spazio c'è anche l'opportunità di realizzare dei risparmi che derivano dalla fruibilità gratuita di alcune cose che ospita. Non ci sarà da comprare gli attrezzi per l'educazione motoria che già ci sono al parco o l'attrezzatura per l'esperimento di scienze che utilizziamo nel laboratorio di analisi di zona. Non ci saranno i costi di viaggio che spesso amputano le possibilità di apprendimento nella scuola. Nel frattempo, sarà più probabile che i bambini e le bambine crescendo acquisiscano un senso del valore delle cose che arricchiscono gli spazi in cui vivono e, di riflesso, una minor tendenza a vandalizzarle in un pomeriggio di noia adolescenziale.

Muoversi nel territorio che ci circonda, se non semplicemente nel nostro giardino o nel parco a noi immediatamente vicini, offre il vantaggio di una quotidianità dell'osservazione, condizione che ci fa letteralmente viaggiare nel tempo. Non è questo un modo straordinario per dare appigli alla percezione del tempo che scorre nei bimbi e nelle bimbe che crescono e per consolidare la conoscenza dei ritmi della natura scanditi dalle stagioni? Se è così, all'adulto può spettare il compito di puntare l'attenzione su alcuni elementi del paesaggio che sottolineano il fluire del tempo e la ciclicità dei fenomeni della natura. Porre l'attenzione sulle piante può dare il vantaggio di ritrovarle a distanza di giorni, settimane, mesi, anni. Se ne può seguire il cambiamento nelle stagioni ma anche, come nel caso degli alberi, l'accrescimento negli anni. Questo nostro uscire nelle stagioni che cambiano richiederà anche di mutare il nostro abbigliamento e di mostrare ai bambini che è in relazione ai fatti della natura che esso ha bisogno di essere adeguato e non per altri fenomeni legati alla nostra società. Coprirsi di più o di meno, proteggersi dal freddo o dal caldo, dalla pioggia o dal sole non è un qualcosa che segue i calendari delle mode, ma l'andamento delle stagioni, anche con le loro anomalie. Cosa è questo se non un apprendimento in cui le nostre percezioni, i movimenti del pianeta, i cicli biologici delle piante e la nostra cultura si intrecciano in una interdisciplinarietà del reale?

Chilometro zero educativo - alcune pratiche possibili presentate per immagini


L'agire educativo è un processo che deve rimanere nelle mani di chi padroneggia la pedagogia, al di là delle riflessioni di chi, come me, ha un percorso formativo in avvicinamento a quel mondo, ma non vi è cresciuto. Le riflessioni fatte fin qui, quindi, rimangono, ai miei occhi, pensieri da prendere in considerazione, niente di più. Se, però, avessero una qualche validità, può avere un senso chiedersi quali siano le pratiche che possono sostenere gli apprendimenti nel chilometro zero educativo. Anche per quest aspetto, come per le opportunità, ringrazio fin d'ora chi vorrà fornirmi contributi e suggerimenti scrivendomi a info@emiliobertoncini.com. Intanto, provo ad elencarle attraverso alcune immagini evocative.

Semplicemente uscire






Visitare








Raccogliere








Fotografare, disegnare, rappresentare







Coltivare




Piantare o seminare alberi







Giocare






Esplorare






Camminare







Praticare sport







Incontrare








Leggere








Mangiare





Osservare





Curiosare



Prendersi cura dei luoghi del chilometro zero educativo 





e molto altro...

[grazie per essere arrivat* fin qui]


(1) Vedi il libro “L'educazione naturale nei servizi e nelle scuole dell'infanzia” di Laura Malavasi

Tre letture di ispirazione durante il lockdown

Leggere è crescere, formarsi, volare e molto altro. Nei primi giorni del lockdown per me è stato anche qualcosa di difficile, quasi impossibile. Credo sia stata una reazione a ciò che stava incombendo, con la sua componente di incertezza e paura. Pian piano, però, quella della vita casalinga, pur mitigata dalla fortuna di avere un giardino, è divenuta una dimensione accettabile e leggere è tornato possibile. Anzi, leggere è diventato tornare a formarsi, a modificare atteggiamento mentale, a cercare stimoli per modificare i miei comportamenti futuri, sebbene in un contesto dai contorni del tutto ignoti. La pila di libri che attendevano di essere letti da tempo mi ha dispensato tre belle letture, tre testi di ispirazioni per chi, come me, si occupa di piante, di ambiente e di educazione. Per questo li presento volentieri.

Andando in ordine cronologico, la lettura con cui ho iniziato è "La resilienza del bosco" di Giorgio Vacchiano. Leggerlo è stato come mettere un punto al termine di una frase e ripartire. Per chi, come me, ha studiato agraria con un’insolita attenzione alle foreste, le ha frequentate per diletto, per lavoro (quante aree di saggio!) e per professione (sono pure sempre una guida ambientale!) è stata un’occasione per rispolverare tante cose note, ma anche per scoprirne di nuove. Questo anche perché negli ultimi decenni il mondo delle piante e delle foreste è stato oggetto di sguardi nuovi e di molte scoperte. Giorgio Vacchiano è molto bravo nel portare sul piano divulgativo le nuove scoperte, nel mescolare tratti di vita con approfondimenti scientifici, nel portarci nel proprio vissuto e nelle proprie osservazioni. Anche nel dimostrare come uno studioso, un pensatore, non possa mai distinguere tra un tempo di lavoro e uno di riposo. Ma c’è di più: leggendo diventa più chiara la fitta ragnatela che ci lega alla vita delle foreste, all'importanza del nostro sguardo verso di esse, alle conseguenze dei nostri gesti quotidiani sul destino del pianeta. Si fa più chiaro il ruolo della scienza che "non potrà mai dirci cosa fare, ma può e deve fornirci gli strumenti per leggere un mondo in costante cambiamento, in cui ogni elemento (compreso quello umano) è strettamente connesso a tutti gli altri", in cui "cultura e natura, uomo e ambiente, crisi climatica e diritti umani sono in realtà due facce di uno stesso, unico sistema".

Uscito dal bosco resiliente di Giorgio Vacchiano, mi sono avventurato ne "La Nazione delle piante" di Stefano Mancuso. Ancora non so se si tratta di un libro sulle piante o scritto, per mano del suo autore, dalle piante. Di sicuro, leggendolo si impara molto sui vegetali, su come siano organizzati, individualmente e socialmente, in modo diverso dal nostro e tremendamente adeguato per sopravvivere sul pianeta ben più di Homo sapiens ("il nome della nostra specie", ci dice l'autore, "descrive immediatamente la principale caratteristica che ci contraddistingue: la presunzione"). I capitoli del libro sono una dissertazione ragionata e colta, ma sempre facile da leggere, degli articoli di una vera e propria costituzione scritta dalle piante. Si (ri)scopre, così, come cloroplasti e mitocondri potrebbero essere nientemeno che organismi viventi indipendenti divenuti parti costituenti della cellula eucariote come esito finale di una simbiosi. Il tutto mentre le piante ci consigliano di cooperare e di lasciare le reti di comando verticistiche per passare a quelle diffuse, decentralizzate e reiterate secondo moduli capaci di mantenere un'autonoma efficacia. Come nel libro di Giorgio Vacchiano, anche in questo si viaggia, ma non solo sul pianeta: i licheni, per esempio, ci accompagnano nello spazio con un razzo Soyuz per dimostrare che un alga e un fungo cooperanti riescono a sopravvivere per due settimane del vuoto siderale. Intanto, vacilla anche qualche mia convinzione basata su un'idea di probabilità. Ciò perché, come dice in modo convincente Stefano Mancuso, quell'idea di vivere su uno dei tanti pianeti abitati dell’universo che da sempre mi accompagna potrebbe aver bisogno di una revisione. Tutti noi "potremmo benissimo essere dentro una bolla formata dai beneficiari di un enorme, incommensurabile, colpo di fortuna. La sola bolla formata da esseri viventi nell’universo. L’unica bolla, in altre parole". La più preziosa.


Se questi due libri sono contemporanei, ricchi di informazioni e generatori di nuovi sguardi sulla vita intesa in senso biologico, sulla natura, sulle foreste e sul futuro del pianeta, "Una seconda natura" di Michael Pollan, unico non scienziato tra i tre autori, viene dal passato, dagli ormai lontani anni novanta, ma tra i tre è il libro che ti fa chiedere "perché non l’ho letto prima?". Pollan è avvincente anche quando sembra perdersi nella scrittura di un capitolo da cui riemerge con la forza di riflessioni che ti lasciano di stucco, che recuperano ogni infinitesimo particolare precedentemente descritto per catapultarti verso un radicale cambio di sguardo sul rapporto tra umanità e natura, tra cultura e natura. In questo modo, si sovverte la tradizionale contrapposizione per arrivare a capire che è solo un equivoco che è necessario superare per vedere natura e cultura come parte del medesimo racconto. Così un catalogo di semi diventa la prova inconfutabile che, mentre siamo convinti di usare le piante nel nostro orto o giardino, in realtà siamo solo un mezzo che i vegetali usano per diffondere i propri geni sul pianeta, che nessuno, nemmeno nel mondo delle piante, è alieno e straniero, che siamo noi a coltivare ciò che definiamo erbaccia, che più che alla foresta dovremmo forse guardare al giardino per delineare un futuro in cui cultura e natura coesistono fuori da un possibile scontro tra umanità e natura. E, ancora, scopriamo come gli alberi siano divenuti simboli e depositari delle nostre metafore (allora perché non piantare un albero della pandemia?) e che dovremmo chiederci se "stiamo parlando di natura o di cultura quando raccontiamo di una rosa (natura) che è stata selezionata (cultura) in modo che i suoi fiori (natura) inducano gli uomini a immaginare (cultura) il sesso delle donne (natura)", fino a comprendere che "è di questo genere di confusione che avremmo più bisogno" nel nostro cammino verso il futuro, un futuro nel quale "forse anche la natura incontaminata ha bisogno di una cornice, del contrasto con l’artificio umano".

Sono state tre letture che, al pari della pandemia e delle restrizioni alle libertà, lasceranno il segno nel mio agire quotidiano, nella vita e nella professione, proprio come dovrebbero fare i libri che, nel nostro piccolo universo personale, meritano un posto nella libreria che porteremmo con noi nel viaggio verso un nuovo pianeta.