Riflessione su "la mattanza pasquale..."

Pubblico integralmente un post originariamente condiviso sul mio profilo di Facebook e consistente in una riflessione sugli appelli che ogni anno invadono i social network in vista della Pasqua e della "mattanza degli agnelli". E' e vuole essere un contributo per la riflessione. Niente di più.

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Con l'avvicinarsi della Pasqua torna il tormentone della "mattanza degli agnelli" e io sto per dire cose che urteranno qualcuno, ma che potrebbero aiutare a riflettere.

Prima di dirle faccio due premesse. La prima è che ben raramente mangio l'agnello perché non mi piace. La seconda è che mi batterò fino alla morte affinché tutti gli animali allevati vedano rispettato il proprio diritto ad una vita dignitosa e ad al massimo benessere possibile, fino al momento della loro morte.

Detto questo mi piacerebbe chiarire che gli agnelli non muoiono per la "mattanza pasquale", ma VIVONO grazie ad essa. Non sfuggirà, infatti, che in un allevamento gli animali vivono in funzione di una loro utilità. Nessun allevatore, tranne l'eccezione di qualche capo, sostiene i costi per tenere in vita animali che non rendono. E' una regola semplice e antica: ti allevo perché mi servi. Del resto questa regola vale anche per gli animali da affezione che vivono con noi perché ci servono, anche "solo" perché ci fanno compagnia. I ratti, per esempio, non sono ben accolti nelle nostre case perché non servono. Al contrario cani e gatti sì e sempre perché ci servono (e ogni tanto qualcuno se ne libera in modo poco ortodosso perché "non servono più"). Ecco che ogni animale che vediamo in campagna oggetto di allevamento è lì perché serve. Quel servire per alcuni di loro si sostanzia nella morte al fine di ricavarne della carne. Può non piacerci, ma è così.

Qualcuno obietterà che se non ce li mangiassimo potrebbero vivere. E' falso, a meno che qualcuno non li adotti e ne sostenga le spese per mantenerli in vita. Qualcuno potrebbe pensare che li si potrebbe liberare. Temo che la maggior parte delle specie che alleviamo, se liberate, avrebbero vita molto breve finendo mangiate dai predatori, investite dalle auto, uccise dall'uomo per una loro pericolosità o, semplicemente, perché non adatte a vivere da sole in quella natura che sappiamo offrigli.

Tuttavia, il punto non è questo. Il punto è che alla nascita gli animali allevati che non hanno un'utilità non hanno altra possibilità che essere soppressi. La loro utilità, anche espressa come arrivo su griglie e padelle, garantisce loro qualche anno o mese di vita.
Be', si potrebbe dire che se smettessimo tutti di mangiare carne questo terribile scenario andrebbe a scomparire. E' vero. Peccato che la maggior parte delle razze che alleviamo (forse tutte) non sia affatto adatta a vivere autonomamente in natura (se di natura ne è rimasta un po') e che, in un tempo più o meno lungo, ognuna di esse andrebbe verso l'estinzione. Ciò determinerebbe una grave perdita di diversità biologica, culturale e alimentare. In pratica, a non mangiarli li faremmo scomparire per sempre dal volto della terra. Niente di nuovo: è già successo con molte razze scomparse a partire dall'ultimo dopoguerra perché non adatte al nuovo modello economico. Qualche esperto potrebbe commentare questo post con un bell'elenco delle razze di animali allevati scomparse negli ultimi 100 anni.

Si può, però, andare oltre e concentrarsi sugli agnelli.

Essi sono una voce importante dei ricavi degli allevatori di ovini. Molti degli allevamenti di ovini si trovano in zone difficili dal punto di vista ambientale e nelle quali non esistono ad oggi molte alternative ad allevare ovini. Penso soprattutto alle zone di montagna dove l'agricoltura è da tempo immemorabile attività silvo - pastorale, cioè legata al bosco e all'allevamento per lo più di ovini. Smettere di mangiare gli agnellini, interrompere "la mattanza", vorrebbe dire privare di una quota importante del reddito persone che standosene in montagna svolgono un enorme servizio di prevenzione e riduzione del rischio idrogeologico che, ironia della sorte, incombe soprattutto su noi cittadini un po' ignoranti che abitiamo a valle. Sì, sono rimasti solo loro combattere quell'abbandono della montagna contro cui ci scagliamo durante le alluvioni. Ci sgoliamo a dire che un tempo la montagna era curata, che le sistemazioni di versante erano ben mantenute e capaci di rallentare il flusso delle acque e così via. Ma chi manteneva e chi mantiene quelle opere? Chi ci viveva e ci vive e ha un interesse per il loro mantenimento. Non certo chi vive in montagna e si limita a pulire il giardino e godersi l'ombra del bosco, bensì chi ricava una parte importante del reddito (oh, redditto, non ricchezza!) dalla coltivazione del bosco (che prevede il taglio degli alberi!!!) e dall'allevamento. E l'allevamento non è solo formaggio, ma anche vendita della carne.

Allora quando ci scagliamo contro "la mattanza", curiosamente solo a Pasqua anche se l'agnello si trova in commercio anche in altri momenti dell'anno, dovremmo articolare meglio il nostro discorso dicendo "Stop alla mattanza degli agnelli, anche se perderemo diversità biologica, alimentare e culturale e se il rischio idrogeologico e le alluvioni aumenteranno a causa della mancanza di cura delle terre montane". Potremmo anche aggiungere che non ci arrabbieremo sentendo dire che i paesi di montagna si spopolano o diventano borghi fantasma, che non è un problema perdere le nostre tradizioni e che qualche famiglia disoccupata in più non è un problema.

Potremmo, ma io non sono d'accordo.

Io penso che i nostri comportamenti possano mutare. Per esempio, potremmo (cercare di) acquistare solo la carne che proviene da allevamenti che dimostrano di rispettare le regole sul benessere animale, che allevano razze locali (quelle rimaste), che si trovano a breve distanza da casa nostra, che attuano pratiche agronomiche e di allevamento sostenibili e così via.
Potremmo premiare chi si comporta bene con gli animali, con le persone e con l'ambiente in generale, anziché scagliarci contro gli ultimi allevatori che ci offrono un insieme di servizi che mai potremo remunerare, come salvaguardare le diversità prima citate, curare il territorio, difenderci dal rischio idrogeologico e... (non vorrete dimenticarlo) mantenere i paesaggi che ci piace fotografare con lo smartphone e pubblicare sui social.

Potremmo. Anzi, possiamo.


Basta volerlo.