Il pericolo di un'unica storia - educare all'aperto anche d'inverno.

"Raccontare un'unica storia crea stereotipi. E il problema degli stereotipi non è tanto che sono falsi, ma che sono incompleti. Trasformano una storia in un'unica storia."

Sono queste le parole che campeggiano sulla copertina del libro di Chimamanda Ngozi Adichie e che risuonano nel suo Ted Talk. Chimamanda ci mette in guardia rispetto ai rischi di trasformare l'unica storia che raccontiamo, che viviamo o che facciamo vivere nell'unica storia disponibile quando pensiamo ad una certa situazione. Mentre lo scrivo mi torna alla mente un principio espresso da Colin Ward nel suo monumentale "L'educazione incidentale" quando dice che l'esistenza di un qualche elemento in ciò che io chiamo il chilometro zero educativo permette ai bambini di collocarlo nella propria idea di mondo, di città, di territorio. Ciò che conosciamo entra a far parte del nostro immaginario. Se crescessi in una città in cui esistono autobus elettrici e piste ciclabili, qualora dovessi descrivere una città immaginaria sarebbe probabile che questi elementi ne facessero parte. Viceversa, se crescessi in una città che ne è priva, questi non vi sarebbero. Questo è un buon motivo per accompagnare i bambini e le bambine sul territorio, in esplorazione di un primo piccolo cosmo personale che permetterà loro di costruire un mondo immaginario, la versione del mondo reale che potrebbero disegnare, scrivere o raccontare appena saranno in grado di comunicare in questi modi. Grazie a questo, nel loro futuro saranno cittadini capaci di chiedere, progettare, pianificare, costruire un mondo più ricco di opportunità.

Cosa succede se gli adulti di oggi forniscono, anche attraverso le esperienze educative all'aperto, una sola storia? Se Chimamanda ha ragione, in loro nascerà uno stereotipo del mondo o di cose che vi si possono fare. O, meglio, sempre se lei ha ragione, noi stessi abbiamo un'idea del mondo o delle cose che vi si possono fare che si è formata nelle nostre esperienze pregresse, incluse quelle dell'infanzia. Così, le selve dell'Appennino per mio padre erano castagneti in cui andare a lavorare, a raccogliere castagne. Perché "selva" era il castagneto. Il bosco a quote maggiori, quello che io conosco come faggeta, era il luogo in cui andare a raccogliere dei porcini diversi da quelli della selva. Entrambe queste foreste davano legna da ardere o, addirittura, carbone. Questa era la storia che lui aveva sentito raccontare, che aveva agito con i propri familiari. Questa era la sua unica storia. La mia vita e le mie esperienze mi hanno fornito altre storie, storie in cui esistono sentieri, escursionisti, botanici, persone che raccolgono piante non per nutrirsi, ma per alimentare conoscenza, umani che cercano modi per rimodulare il rapporto con la natura rendendolo più equilibrato. Ecco che io in quell'Appennino ho raccolto funghi e castagne come lui, ma ho anche contribuito a far nascere sentieri, realizzato un mio personale erbario, offerto supporto didattico alle scuole del Parco Nazionale dell'Appennino Tosco - Emiliano. Le nuove storie che ho incontrato mi hanno permesso di modulare un'idea di quella montagna diversa, più complessa, articolata. Mi ripeto: una storia diversa, più complessa, articolata. Non un'unica storia, ma una storia più completa, non ridotta a stereotipo di una vita difficile in cui la selva è un luogo in cui guadagnarsi un pasto di mera sopravvivenza.

A cosa serve questa digressione nel bel mezzo di un inverno che, almeno nella Toscana in cui vivo, somiglia di più a un interminabile e piovoso autunno? Serve a placare una mia certa insofferenza rispetto a quanto talora accade in quei contesti educativi in cui l'outdoor education è praticata in modi che potrebbero restituire ai bambini un'idea stereotipata dello star fuori o dell'inverno stesso. Esso viene presentato così come vive negli stereotipi alimentati dalle narrazioni di luoghi e tempi diversi da quelli in cui vivono i bambini e le bambine di oggi. In tutto questo ci sono due elementi ad agire. 

Da una parte, un'innegabilmente insopportabile sequenza di giorni piovosi a cavallo tra gennaio e febbraio 2026, con precipitazioni talora intense, costanti e in qualche luogo persino pericolose. Dall'altra il tentativo di portare una certa idea di inverno tra le pareti dei luoghi dell'educazione attraverso suoni e immagini che ne dipingono una rappresentazione per lo più simbolica.

Inizio con la pioggia insopportabile. Si ripresenta di giorno in giorno intervallata da sprazzi di cielo azzurro che arrivano per lo più quando non ce lo aspettiamo, quando le nostre routine impongono altro. Giorni e giorni di pioggia che invadono il nostro tempo e il nostro spazio. Uscire diventa complesso, richiede di prepararsi, di gestire un rientro bagnato e sporco, di capire se gli avvallamenti del terreno siano pozzanghere o pericolose trappole, se il terreno argilloso permette di stare in piedi o si fa così scivoloso da impedire l'equilibrio e metterci in pericolo, se l'inaspettata tregua nelle precipitazioni possa durare abbastanza da consentire un'esperienza significativa. Giorni nei quali, quando ti arrendi al meteo avverso e decidi di stare al coperto, compare un sole beffardo sul giardino trasformato in acquitrino. Giorni trascorsi a consultare varie App del meteo per capire cosa potrà succedere per poi arrendersi al fatto che nel mondo educativo la previsione esaoraria ha un margine di errore troppo grossolano. In mezzo a tutte queste difficoltà è facile impigrirsi, cominciare a costruire, con l'ottima collaborazione delle famiglie e degli allarmismi sociali, un insieme di ragioni per cui non uscire è più vantaggioso, appropriato, ragionevole. Come si può uscire in esplorazione nel chilometro zero educativo, se il rischio è quello di trovarsi in difficoltà, di vedere il cielo coperto previsto da tutte le App trasformarsi in una cascata? E quel vento che spazza via la pioggia, ma ci fa percepire un freddo che in altri tempi sarebbe stato un inaspettato tepore invernale, non potrebbe crearci difficoltà, mettere in agitazione i genitori? Insomma, non è più semplice svolgere l'esperienza educativa all'interno mentre aspettiamo giorni migliori? La risposta è sì. Ma la sequenza di giorni di mal tempo si allunga in modo inusuale e si è costretti a rinviare, ormai vittime della narrazione che noi stessi abbiamo costruito. Se le condizioni meteorologiche di oggi replicano quelle di ieri o di due giorni fa quando abbiamo argomentato a noi stessi e ai genitori di bimbe e bimbi buone ragioni per non uscire, come possiamo varcare la soglia che collega un confortevole dentro a un pressoché impraticabile fuori? E poi con tutto quel lavoro accessorio all'uscita non sarebbe meglio rimandare nuovamente a un momento più favorevole? La risposta è nuovamente sì, soprattutto se teniamo al centro i timori di alcuni genitori e il nostro sacrosanto diritto ad una vita lavorativa più semplice, a un minor cumulo di responsabilità concrete o potenziali. Ma cosa succede se mettiamo al centro bambini e bambine e il brano con cui si apre questo post? L'attesa speranzosa di un giorno meteorologicamente migliore non rischia di fornire un'unica storia, quella secondo cui si esce solo quando il tempo è buono? Non è che così facendo si costruisce una storia di vita quotidiana nel territorio composta dai giorni di sole, da terreni asciutti, da torrenti e fiumi in morbida o addirittura in secca? Non è che l'insieme delle buone ragioni di sicurezza, di ascolto dei timori genitoriali, di sacrosanto diritto ad una certa semplificazione delle difficoltà del nostro agire educativo costruisce quell'unica storia del mondo che in altri momenti consideriamo parziale, incompleta e stereotipata? Se, anche solo per caso, la risposta fosse "sì, stiamo costruendo uno stereotipo di condizioni adatte ad uscire e vivere il territorio", quale riflesso avrebbe tutto questo sulla vita dei bambini e delle bambine con cui lavoriamo? Diremmo loro che il mondo esterno è fruibile solo quando ci sono le condizioni ideali? Costruiremmo per loro questa storia incompleta? Confermeremmo quello che afferma il mio amico Troy? "Voi italiani guardate le previsioni meteorologiche per decidere di non uscire. Noi, invece, le guardiamo per decidere come attrezzarci per uscire", mi ripete spesso. "Se facessimo come voi, nel Wisconsin trascorreremmo mesi chiusi in casa", aggiunge. E' solo una provocazione o la nostra storia incompleta è proprio questa? Il nostro stereotipo diventerà o rimarrà questo? Si intuisce che la mia risposta è sottintesa e che queste domande per me sono retoriche? Sì, secondo me, il rischio che tutto questo accada è concreto. E allora cosa si fa?

Prima di rispondere, argomento qualcosa sull'altro aspetto poco sopra accennato: il tentativo di portare una certa idea di inverno tra le pareti dei luoghi dell'educazione. Quale idea? Forse uno degli inverni di quando io ero bambino, ma nemmeno tutti. Oppure uno di quelli narrati dai miei genitori o dai miei nonni che vivevano sull'Appennino molti decenni fa. O, ancora, quelli che campeggiano negli albi illustrati, nei libri per bambini, nelle animazioni cinematografiche viste al cinema e poi viste e riviste sulle piattaforme di streaming. Inverni con i paesi seppelliti sotto la neve, con il Natale sempre imbiancato, i bambini che fanno a pallate e il giardino arricchito da immancabili pupazzi di neve. Inverni idealizzati, stereotipati per il costante ripetersi di un'unica storia. Inverni, però, che non si incontrano più facilmente, nemmeno in quelle valli dove, mentre scrivo, si gareggia per le Olimpiadi invernali. Olimpiadi che dell'inverno hanno la stagione astronomica, ma non molta neve e ghiaccio che sono prodotti perlopiù artificialmente. Ecco che l'idea di uscire nel giardino o nel chilometro zero educativo per scoprire ghiaccio e neve diventa un miraggio, ma la tentazione di proporli in via artificiosa diviene irresistibile. Così, nelle mezz'ore che dedico alla consultazione dei social sono costretto a subire la documentazione di tentativi di rappresentazione simbolica dell'inverno a dir poco disturbanti, almeno per chi come me la natura cerca di viverla in modo autentico. Ci sono "esperienze immersive" in cui l'inverno viene proiettato sulle pareti di una stanza del servizio educativo o della scuola dell'infanzia. Cade la pioggia oppure la neve copiosa, ci sono i pupazzi di neve, magari una rara lepre artica che saltella fuori dalle proprie latitudini. L'audio propone il suono della pioggia o il rumore del ghiaccio che si rompe. Guardo attonito e mi pongo domande. La prima è colma della mia ignoranza e riguarda il fatto che, mentre noi adulti abbiamo le capacità cognitive e di pensiero simbolico che ci permettono di capire che quei fiocchi che scendono lungo la parete rappresentano la neve, non so cosa accada realmente nella testa dei bambini. Non è che, quando l'adulto esclama "guarda, la neve!" indicando la parete, nel meccanismo di assimilazione e accomodamento descritto da Piaget il bambino assimila l'idea di neve come immagine proiettata sul muro che dovrà poi accomodare se e quando mai incontrerà davvero questa meteora? Su questa prima domanda, la mia ignoranza, il mio immenso non sapere nei campi della pedagogia e della psicologia, potrebbero trarmi in inganno e non vado a conclusioni, ma pongo il quesito con tutta la forza possibile in attesa di una risposta qualificata. La seconda domanda, però, si fa più pressante e scevra da mie lacune: perché ci ostiniamo a dare un'idea stereotipata e pressoché falsa dell'inverno ai bimbi e alle bimbe odierni che vivono un profondo cambiamento climatico che ci sta rubando l'esperienza stessa dell'inverno? Sì, gli inverni non sono più quelli dello stereotipo, nemmeno quando nevica. Questo perché il cambiamento climatico estremizza gli eventi e la nevicata che giunge rischia di essere sproporzionata e asincrona rispetto a quelle di un tempo. Rincaro la dose: perché non riusciamo ad abbandonare lo stereotipo e ci troviamo ad imbiancare con lo zucchero a velo dei plastici del mondo per rappresentare simbolicamente qualcosa che i bambini e le bambine con cui lavoriamo potrebbero non conoscere mai? In altri termini, perché noi adulti siamo in fuga dal piano di realtà e abbiamo bisogno fornire una rappresentazione ormai non più autentica dell'inverno che, invece, è disponibile fuori dalla porta? Anzi, il punto non è nemmeno questo "perché", visto che interroga gli adulti. Il punto è "perché pensiamo che sia opportuno farlo nel nostro ruolo di facilitatori degli apprendimenti dei bambini?". Il quesito non ci interroga dal punto di vista personale, ma professionale e pedagogico. E su questo la mia posizione è chiara: perché stiamo sbagliando qualcosa, stiamo rinunciando all'autenticità delle esperienze senza essere in grado di costruire una reale dimensione fiabesca, schiacciati come siamo dal ricorso alle tecnologie contemporanee. Queste ci illudono di poter dare una rappresentazione autentica di un fenomeno naturale, l'inverno, in cui l'esperienza immersiva non può che essere quella dell'uscita nel chilometro zero educativo


"E allora cosa si fa?", mi chiedevo poco sopra. Ci si attrezza. Come? Studiando. Guardandosi attorno. Riconoscendo all'ambiente, anche al chilometro zero educativo, un ruolo educante nella sua autenticità. E' lui che sa raccontare nel modo più immersivo, autentico e completo l'inverno. E' lui che narra una delle storie possibili sull'inverno, la prima che vale la pena di incontrare perché esperibile con i mezzi propri dell'infanzia. Le altre verranno. Oppure bimbi e bimbe le incontreranno nelle fiabe e nelle favole quando queste saranno strumenti adatti a loro. E se l'inverno, quello odierno e mite quanto quello dello stereotipo, richiede di organizzarsi, di affrontare difficoltà, di assumersi responsabilità, di educare gli adulti genitori prima che i bambini loro figli, lo si fa. Per un motivo molto semplice: perché abbiamo scelto di lavorare nell'educazione, non di fare fan service alle famiglie o alla società che ci circonda con la pervasività della video-narrazione. Lo abbiamo scelto per porre, come dice Michela Schenetti, i bisogni, quelli di oggi e quelli di domani, di bimbi e bimbe al centro del nostro agire. E i loro bisogni di oggi e di domani sono quelli di una conoscenza autentica del mondo e dei modi per esplorarlo.

Io, almeno, la penso così.

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