Il tradimento della patata

Qualcuno potrebbe esser stato attratto da una malcelata ironia nel titolo di questo post, ma la questione di cui intendo parlare è estremamente seria.

Veniamo ai fatti.

Qualche mese fa hanno fatto la loro comparsa in vari supermercati toscani le patate confezionate in un sacchetto a rete in cui campeggiava la sagoma della Toscana e la scritta "Bolgheri", nota e rinomata località della costa toscana.
Convinto che quando faccio didattica collegata all'orto sia necessario veicolare alcuni messaggi che ritengo importanti, ne ho comprate un po' per svolgere alcuni laboratori di orticoltura didattica e per piantarle in alcuni orti urbani e scolastici. L'occasione era propizia per fare alcuni ragionamenti. Per esempio, ogni volta sottolineo lo stretto legame che c'è tra ciò che coltiviamo e ciò che mangiamo. Con le patate ad uso alimentare tale legame si manifesta proprio interrandole e attendendo che da essi nascano nuove piante e nuovi tuberi. L'ho fatto con varie patate, da quelle a pasta bianca a quelle a pasta rossa, da quelle violette alle "patate al selenio". E tutto è sempre andato per il meglio.
In questo caso la bella scritta "Bolgheri" mi ha permesso di sottolineare, in varie parti della Toscana, l'importanza degli acquisti di filiera corta e a chilometri zero, anche per un patto di solidarietà con le comunità più vicine, per un ritorno alla fiducia nell'agricoltura di prossimità e per lo stretto legame tra le nostre scelte di approvvigionamento alimentare e la cura del territorio che ci circonda.

Fin qui tutto bene, poi...

L'articolo de "Il Tirreno"
Poi sono accadute due cose.

La prima è che il Corpo Forestale dello Stato ha scoperto che l'attribuzione della denominazione "Patate a pasta gialla di Bolgheri" era in realtà una (presunta) frode in commercio. In pratica le patate provenivano dall'estero, transitavano per l'Emilia Romagna e, giunte in Toscana, prendevano una denominazione del tutto fasulla.
Qualcuno sorriderà e dirà che non è una notizia nuova. E' vero, ma in questo caso il tradimento in etichetta brucia in modo particolare.

Sappiamo essere positivi (e propositivi) e possiamo fare un paio di riflessioni. Innanzitutto, se la contraffazione mira a far passare come "locali" patate di altra provenienza è perché le abitudini stanno cambiando e i toscani (ma non solo) prediligono sempre più il cibo locale. La crescente richiesta di prodotti a chilometri zero e il business ad essi connesso è alla base dalla (presunta) frode, ma il fatto in sé dimostra questa importante tendenza in atto. Dobbiamo aggiungere che la scoperta fatta dal Corpo Forestale dello Stato dimostra che i sistemi di controllo funzionano e sono in grado di bloccare questi tentativi.

Purtroppo le buone notizie sono finite ed è tempo di parlare della seconda cosa accaduta: in tutti i luoghi in cui ho piantato queste patate a distanza di oltre un mese non si vede nemmeno un germoglio che sbuca dalla terra. Così nei giorni scorsi ho iniziato a dissotterrarle qua e là e ciò che emerge è decisamente strano: le patate sono ancora integre e dai loro "occhi" (le gemme) non scaturisce alcun germoglio. Altre patate in vendita per uso alimentare piantate simultaneamente, anche nello stesso appezzamento, hanno ormai dato vita a germogli che si ergono ben sopra il livello del terreno.
La spiegazione che posso dare a questo fatto è meramente ipotetica, dato che non ho effettuato nessuna analisi, ma non è molto confortante: probabilmente i tuberi in questione sono stati trattati con una massiccia dose di antigermogliante (o antigerminativo), cioè di una sostanza chimica che impedisce il regolare sviluppo delle gemme. Dico massiccia perché dopo un mese sotto terra con giornate di pioggia anche intensa forse quella sostanza dovrebbe essere scomparsa, a meno che non si tratti di un trattamento fisico non dichiarato in etichetta.

Quello che sto facendo è dissotterrare tutti i tuberi e ripiantare nuovi tuberi di diversa provenienza. Rifletto anche, però, su quanto tutto questo significa. Da una parte c'è il tradimento della fiducia che riponiamo (e dobbiamo riporre) nelle etichette dei prodotti alimentari. Dall'altra il fondato timore per la sicurezza di ciò che mangiamo (già, le patate erano in vendita per essere mangiate) e dei trattamenti che i cibi subiscono (legalmente o illegalmente). Di fronte a tutto questo non trovo davvero alcuna soluzione che non sia tornare alla relazione diretta col produttore e demercificare gradualmente l'approvvigionamento alimentare. Possono sembrare obiettivi impossibili da raggiungere, ma un cambiamento è necessario.

C'è molto lavoro da fare in tal senso, proprio partendo dagli orti urbani e scolastici.